Cosa resta di te

Cattura

Adesso non posso più arrabbiarmi con te, non ci sarà nessuna discussione a tavola, non saremo più in competizione, adesso non potrò più aspettare un tuo gesto di affetto e nemmeno tu da me. Dormo nel tuo letto, avvolta nel tuo lenzuolo, così come ti ho visto lunedì mattina in ospedale, solo che la mia testa è scoperta e io sono calda, perché io sono ancora viva e tu no.
Non c’è più niente, non c’è più il calcio, i film di Totò, la domenica in campagna, non c’è più aspettare che torni da lavoro.
La casa di Barbie, Batman e i carciofi bolliti con sale e aglio, gli antipasti ben disposti nel piatto, le ostriche, la pasta alla zingara.
Giacca, cravatta e scarpe lucide, il barbiere sempre lo stesso.
I francobolli, l’antimafia. Il distintivo dell’agenzia.
Dicevi che saresti morto con l’arrivo delle pensione, dovevi fare una festa di addio, è stato un funerale.
I tuoi capelli nella bara erano così morbidi.

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Scrivo delle cose per passare un giorno a Lisbona

Una coppia di amici è partita per il Portogallo, andranno a Coibra, ma prima passeranno una giornata a Lisbona. Nella capitale portoghese ho passato un po’ di tempo qualche anno fa, l’ho amata.
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Qualche consiglio veloce.

Fate il biglietto giornaliero, in questo modo potrete scendere a salire dai tram e dalle metro, ma se passate solo un giorno in città non conviene rintanarsi in metropolitana, meglio usare i mezzi pubblici come “bus turistici”.

Il giro inizia con un classico: il tram 28.

A piazza (praça) Martim Moniz prendete l’Eléctrico 28 (il tram) il percorso che fa è da Largo Martim Moniz a Campo Ourique 

(attenti ai borseggiatori).

Dalla
partenza a Martim Moniz scendete alla fermada (parada) Portas
Sol e poi andate a piedi al Miradouro Sta. Luzia sono due punti
panoramici molto belli.
I miradori sono belvedere sparsi sulle colline di Lisbona, il mio preferito è

Senhora do Monte, dove si trova anche la famosa scritta 

Lisboa espera por ti.

Dopo aver scattato delle belle foto riprendete il 28 e scendete a Sé, la cattedrale, in realtà ci si può andare a piedi, ma perché non prendere di nuovo il tram? 

Riprendete il 28 a Sé, adesso e avete due opzioni scendere a Chiado e fare un giro lì di mattina, oppure fare Chiado di sera e per ora continuare e scendere a Calhariz (Bica) dove trovate l’elevador da Bica, una funicolare, costa sui 3 euro e 50, però è caratteristico e vi porta da Cais do Sodré a Barrio Alto, potete fare anche a piedi, ci sono gli scalini, ma non ha molto senso perché poi dovete prendere di nuovo il 28. Quindi al max si fa in salita con l’elevador e in discesa a piedi per riprendere il 28 da Calhariz.

Quindi riprendete il 28 a Calhariz (Bica) e proseguite fino a Estrela, lì trovate il cimitero, la basilica e in zona un mercato che ha anche dei punti ristoro con dentro baracchino che fa il panino vegano (non economico, ma se avete fame).

Dopo il panino al merca tornate a Estrela e riprendete il 28 verso Martim Moniz, ma scendete a Igreja Sta. Maria Madalena, lì avete a vostra disposizione il “centro” di lisbona.

Uno screen shot della zona preso da google.map

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Prendete a piedi la strada davanti a voi e andate a Casa dos Bicos, che ha la facciata molto carina, sarebbe la Fondazione José Saramago, poi proseguite per Praça do Commécio, che dà sul punto in cui il Tago sfocia nell’oceano, tornate sui vostri passi (dopo aver fotografato i
corvi e non fatevi abbindolare dal Museo della Birra, per me è una truffa),
vi addentrate a Baixa Chado, salite per Amazéns do Chiado e lì
vicino, se non avete ancora pranzato c’è il ristorante a buffet Jardim das Cerejas, un veg. che mi è piaciuto molto. 

Siete in zona Convento do Carmo, dentro c’è il museo archeologico medievale, è un posto suggestivo. Dopo potete allungarvi alla
Igreja de Sao Roque, oppure, andate a Restauradores e prendete la via
alberata che sale, si chiama Avenida da Liberdade, è una passeggiata
elegante molto amata dai lisboeti. 

Il viale alberato stanca parecchio, arrivati a Marques de Pombal conviene prendere la metro e tornare a Rossio (con l’accento sulla i). Oppure rifate dall’interno a ritroso sulla vostra sinistra passando per l’Ateneu e proseguendo dritto, si tratta di una zona di locali, alquanto turistica, ma comunque affascinante.

Di nuovo a Rossio guardate la bellissima stazione dei treni, lì in zona, vi fate un bicchiere di Ginjinha popular (a Largo São Domingos 8), il liquorino tipico di Lisbona, e poi nella vicina Praça da Figureria prendete il tram E15 e andate a Belém (attenti ai borseggiatori), scendete alla fermata Mosteiro dos Jerónimos, pochi passi a e siete alla pasticceria più famosa del Portogallo.

Uno screen shot della zona preso da google.map

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Mangiate i Pastel de Nata o Pastel de Belém seduti ai tavolini, guardate come si producono i pastel, sono buonissimi. Dopo passeggiate
tenendo alla vostra sinistra l’oceano, andate verso la Torre di
Belém. Altro punto in cui fare tante foto!

A questo punto avete tre opzioni, la serata da fighetti a Lisboa
Factory LX (http://www.lxfactory.com/EN/welcome/) o la serata con
giro ad Alfama.

Se
scegliete la Factory dovete riprendere il tram E15 in direzione
opposta e scendere a Calvario, lì ci sono tre quattro minuti a piedi
e vi trovate alla Factory.

Non
vi fate ingannare da chi dice che dovete scendere ad Alcantara, è la
fermata sul mare poi dovete farvi una strada isaolata a piedi, meglio
Calvario. Su google map mettete “LxFactory” ovviamente Lisboa, ve la indicherà.

Per tornare in centro sempre l’E15.

Se invece scegliete Alfama, allora bisogna riprendere l’E15 e scendere a Praça do Comercio, da lì inserite Alfama in google map e vi girate il quartiere. 

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Lisbona è tranquilla, ho girato fino a sera molto tardi da sola, anche dalla Factory sono tornata di notte da sola, però Alfama, Mouraria,Barrio Alto, essendo quartieri di vicoletti nascosti e bui possono nascondere insidie, basta fare attenzione.

Non credo convenga cenare ad Alfama, essendo turistico. Tipicamente si mangia nelle Tasquinhas, le nostre trattorie zozzone, ma non servono cibo veg purtroppo.

Terza opzione per la sera: Cais do Sodré, zona ex marinai ex bordelli, dove ci sono i locali per bere e sentire musica. Difficile trovare l’opzione vegana qui, ma tutto può accadere. Il Velha senhora ha chiuso da un po’, c’era il burlesque e si ballava, non mancheranno alternative.

Da
Cais do Sodré si sale facilmente a Barrio Alto e quindi Baixa Chado.

Non
mancate di farvi la foto al tavolino del Cafe a Brasileira con la
statua di Fernando Pessoa seduto al tavolino. Si trova proprio all’uscita della metro.

Ricordate che Lisbona
è quel posto in cui a ogni discesa segue sempre una ripidissima
salita e a ogni salita segue una discesa che è sempre più stancante
della salita perché …ripidissima.

Tips!

Cose
da mangiare in generale:
Baccalà

Sardine
Caldo
verde

Pastel de Nata (Belém) vegetariano
Dolce ai fagioli
vegetariano

Non dite ai portoghesi che sono spagnoli, non parlate ai portoghesi in spagnolo, i portoghesi hanno memoria del loro passato coloniale, una storia complessa simile ma diversa da quella spagnola, i portoghesi parlano portoghese che ha una fonetica completamente diversa dallo spagnolo e ne sono orgogliosi.

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Per
farvi la foto con alle spalle la scritta “Lisboa espera por ti”,
che abbiamo tutti e tutte! Dovete salire al Miraduro Senhora do
Monte, ci salite da Martim Moniz, è una bella scarpinata, il
panorama è sicuramente bello e la scritta sugli azulejos (le
mattonelle dipinte di Lisbona che trovate ovunque si chiamano
azulejos) è fotografatissima.

Mentre
le mattonelle che vedete a terra bianche e nere si chiamano Calçada,
nel vostro giro le trovate soprattutto su Rua Augusta, la strada che da Praça do
Comercio porta verso il centro.

A
vida portuguesa è il negozio di articoli casalinghi e da regalo con
design d’epoca, quello più congeniale per voi è tra Baixa Chado e
Barrio Alto.

Da Praça do Comercio si vede il ponte 25 aprile, molto bello, dall’altro lato ci sono le spiagge e la grande statua di Cristo, copia di quella che si trova a Rio De Janeiro.

Boa
Viagem!

Un giorno di fine agosto a Cividale del Friuli

In un giorno di fine agosto sono andata a Cividale del Friuli, c’era il Palio di San Donato e ho girato in compagnia di un’amica e del suo gruppo di rievocazione storica longobarda, che però non partecipava al Palio – essendo, a detta di molti, parecchio sotto tono e poco filologico. La rievocazione storica è archeologia sperimentale, prevede uno studio filologico di strutture, strumenti e abiti, i pomeriggi di fine agosto con le coroncine di plastica e le Dottor Martens sotto il travestimento da persona del Medioevo non fanno rievocazione, piuttosto una simpatica festicciola in stile, può andar bene, ma non è rievocazione.

Cividale è giusto il posto che volevo visitare da una vita, perché ha una storia unica, come luogo di ingresso dei Longobardi in Italia, e mentre prendevo appunti al corso di archeologia medievale, tanti anni fa, mi diceva: vieni qui.

Giusto un po’ di storia

Cividale è una piccola e ricca cittadina in provincia di Udine, in Friuli, attraversata dal fiume Natisone, fu fondata da Giulio Cesare con il nome Forum Iulii e fu scelta da Alboino e suo nipote Gisulfo come prima sede di stanziamento durante la migrazione/invasione longobarda nella penisola italica, anno domini 568. Rimase Ducato Longobardo fino all’annessione del regno ai domini franchi.

Un gran salto temporale ci porta al Novecento, quando a causa della disfatta di Caporetto, che si trova lì vicino in territorio sloveno, Cividale venne occupata dagli austro-tedeschi. Durante la Seconda Guerra Mondiale tutto il territorio del Friuli, con la Giulia (Trieste), fu annesso direttamente al Terzo Reich. La zona fu anche il luogo di una guerra civile tra partigiani filo titini e partigiani italiani, come dice wikipedia, dovuta alle rivendicazioni che la ex Jugoslavia accampava sulla regione. Successivamente è stata anche sede della GLADIO.

 

In piazza Paolo Diacono, prima piazza delle donne, c’è la casa (forse) di Paolo Diacono, il monaco che alla corte di Carlo Magno scrisse la storia del proprio popolo, la Storia dei Longobardi,  e c’è anche la presunta tomba di Gisulfo.

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In realtà l’arca ritrovata in quel punto non è affatto certo che sia la sepoltura del duca Gisulfo, gli oggetti all’interno della tomba sono databili a un’epoca di poco successiva, sul coperchio del sarcofago compare la scritta Cisul, si tratta certamente di un guerriero di alto rango, ma non è chiaro chi fosse.

 

Tutto il materiale della tomba di Gisulfo e i corredi funerari provenienti da varie necropoli della zona si trovano nel Museo Archeologico Nazionale di Cividale.

Fibule, pettini, umboni, spade, vasellame, crocette gemmate ed evangeliari, segni di quel processo di  acculturazione che portò i Longobardi, popolo barbarico teoricamente convertito al cristianesimo ariano nel momento di arrivo in Italia, a diventare cristiani cattolici indistinguibili dai latini (e i latini a essere indistinguibili dai Longobardi), attraverso duecento cinquant’anni circa di permanenza ufficiale nella penisola.

 

Bellissimi anche i mosaici romani.

cose romane civi
A sinistra: Cividale, Cortile casa Formentini di Cusano (I sec. d.C.); a destra: Cividale del Friuli, Casa Nussi (I-II sec. d.C.)

All’esterno del Museo Archeologico si trova questa simpatica iscrizione:

Cividale celebra anche il ricordo dell’attrice Adelaide Ristori, con una statua molto bella al centro di piazza Foro Giulio Cesare, mi ha sorpresa molto, dubito che esistano altre statue di attrici ricordate per il loro valore artistico, in Italia.

Dopo una bevuta a uno de baracchini messi su per il Palio di San Donato siamo andati a mangiare Al Campanile, cucina tipica friulana. Il Frico di patate (una bomba la formaggio) con polenta e per dolce la Gubana. Il vino poi mi ha schiantata, dopo non mi reggevo in piedi.

Dopo pranzo siamo andati a vedere il meraviglioso Tempietto longobardo.

 

l’Ipogeo celtico, il Museo archeologico nazionale di Cividale del Friuli, il Tempietto Longobardo, il Museo cristiano, con la meravigliosa Ara di Ratchis, la chiesta di San Cristoforo, dai bellissimi affreschi, la casa medievale più antica di Cividale, e la storia del poeta dei sassi. Verso le due abbiamo pranzato con dei piatti tipici della cucina friulana, il Frico con patate e polenta e la buonissima Gubana.

Preparativi per un viaggio in Svezia

Scritto al ritorno

Perché andare in Svezia?

Determinati luoghi ci affascinano dall’infanzia, altri li scopriamo ascoltando o leggendo i racconti degli altri, qualche volta è una questione di obbligo, altre di passioni collaterali. Nel mio caso tutto inizia casualmente, dal desiderio mai realizzato di avere una cucina gialla e blu, desiderio che coltivavo nell’infanzia, a un certo punto scopro che questi sono i colori della Sverige, così mi interesso di cose svedesi seguendo una suggestione cromatica. Ikea è un altro punto fermo della linea temporale su cui si svolge questa storia. Il negozio di mobili e articoli per la casa a basso costo entra nella mia vita nel Natale di alcuni anni fa, quando mangiare polpettine e vagare tra camere da letto e peluche dai nomi strambi era una questione di coppia. Come scordare Pippi Calzelunghe? Un lungo rimuginare tra suggestioni, racconti, letteratura, cinema e storia sul paese del lagom, dell’uguaglianza, del mito di una sessualità senza sovrastrutture, degli assassini violenti e dei bui, silenziosi, giorni freddi in cui bambine vampiro si nutrono nella neve. Ci si innamora così.

Ognuno ha i propri motivi, motivi generici per visitare la Svezia possono essere:

  • Perché si è appassionati di Vichinghi e mitologia norrena
  • Perché è il paese dei Premi Nobel;
  • Perché vuoi ingozzarti di Kanelbullar;
  • Perché il centro storico di Stoccolma (Gamla Stan) è super caratteristico;
  • Perché in Svezia c’è la parità di genere (qualcuno direbbe “per il mito delle svedesi”, il mito delle svedesi fa i conti con la realtà di donne indipendenti e prive di soggezione verso gli uomini);
  • Perché vuoi mangiare i kanelbullar a Gamla Stan dopo aver visitato il Museo Nobel o quello di storia in compagnia di svedesi alla mano
  • Oppure ti è piaciuto Millennium. Uomini che uccidono le donne e vuoi visitare i posti descritti nei libri, per lo stesso impulso ma dopo aver visto Il posto delle fragole
  • Oppure hai visto la foto di una casetta di legno colorato su un’isolotto verdissimo in mezzo al mare (probabilmente hai visto un posto della Norvegia o della Danimarca, ma ce ne sono di identici in Svezia)
  • Oppure vai a nord per vedere l’aurora boreale (in questo caso andrai tra novembre e marzo e l’esperienza sarà sicuramente diversa dalla mia).

La Svezia è un paese ricco di storia, natura e tradizioni interessanti, i motivi per visitarla vanno ben oltre il mio elenco semiserio, i tuoi motivi li puoi conoscere solo tu e sono sicuramente i migliori che puoi trovare. Motivi per non andare in Svezia? probabilmente ce ne sono tanti, il primo riguarda il costo, ma motivi per non fare una cosa ci sono sempre, a prescindere dalla cosa, invece muoversi richiede volontà ed energia.

L’organizzazione del mio viaggio

La scarsa disponibilità di denaro frena il desiderio di visitare la Svezia per lungo tempo, fino a quando riesco a orchestrare un viaggio di circa quindici giorni con agio ma comunque a “basso costo”. Ecco come. (N. B: avere un lavoro aiuta, per ora non sono riuscita ancora a viaggiare gratis.)

1. Studiare. Studio il paese per decidere l’itinerario e capire cosa offre in termini di musei, escursioni, visite guidate, sconti, carte cittadine, trasporti.

Qui inizia già il divertimento, perché si tratta di leggere e scoprire cose nuove. Grazie ad alcuni blog e gruppi di italiani all’estero che già conoscevo ricevo i primi consigli, un ruolo importante lo gioca il gruppo di viaggiatrici solitarie, grazie! Mi iscrivo alle pagine Facebook dedicate, quelle istituzionali, come Visit SwedenVisit Stockholm, soprattutto navigo approfonditamente il sito dello Stockholm Pass, che la si acquisti o meno è uno strumento importantissimo per conoscere le attrazioni della città, con orari di apertura e costi di entrata. La parte più arricchente la fanno i libri che sono nella foto qui sotto.

I libri che ho letto per prepararmi al viaggio in Svezia.

Il primo che ho comprato è stato Svedesi, se li conosci non li eviti, di Peter Berlin, 71 pagine. Pubblicato da Sonda nel lontano 1994 e ripubblicato nel 2001, fa parte della collana Le guide Xenofobe, in ragione di questo nome si propone come una guida culturale alternativa in cui vengono tracciati i difetti e i pregi del popolo svedese – la finalità è quella di guarire la paura del diverso. Qualche pagina più tardi si è nuotato a pelo d’acqua sui modi di pensare e sulle tradizioni svedesi, cedendo inevitabilmente a qualche stereotipo, ma non mancando spunti interessanti e originali.

Mentre mi facevo un’idea della Svezia mi rendevo anche conto di non desiderare una guida da portare sempre dietro, sapevo che avrei camminato molto, dovevo limitare il peso poiché dovevo portare con me, sicuramente, sempre l’ombrello e una maglia più pesante. Come vestirsi a Stoccolma d’estate è stata la domanda più frequente che ho fatto alle persone e a Google. Così ho comprato per la prima volta una Cartoville, su consiglio di alcune viaggiatrici esperte in “leggerezza”.

Stoccolma, Cartoville, del Touring Club Italiano è comunque una guida, ma ridotta al minimo, lo spazio maggiore è dedicato alle mappe della città, quartiere per quartiere. Il pregio è di essere maneggevole, focalizzata, economica; il limite è di “raccontare” poco. Questo limite è comunque relativo, nella quasi totalità dei casi ogni luogo che visitiamo ha un proprio depliant, guida cartacea da prestare, audioguida, ormai anche delle App scaricabili sullo Smartphone.  Certo, anche le mappe si possono visualizzare sullo Smartphone, ma la connessione internet complessivamente costa più della Cartoville e manca l’oggetto feticcio, il ricordo, in aggiunta potrebbe non esserci campo. La Cartoville mi ha aiutato a farmi un’idea della struttura della città e a realizzare un abbozzo di itinerario, prima di partire, sul posto mi è stata utile per decidere gli spostamenti, poche volte l’ho integrata con Google map, più spesso ho usato la mappa gratuita che fornisce il punto turistico di Centralen. Stoccolma ha una geografia complicata poiché sorge su un gruppetto di isole, orientarsi può essere difficile e le mappe sono semplificazioni, ma sono sempre tornata a dormire nel mio letto.

Se non volevo una guida cosa ci fa in quella foto la Lonely planet Svezia? Non volerla portare con sé non significa non voler approfittare di un’occasione da bancarella. Svezia, della Lonely planet l’ho comprata usata, infatti, per pochi spiccioli senza particolare entusiasmo, perché le Lonely planet non mi danno affidamento, so che per altre persone rappresentano un must, e perché volevo passare a Stoccolma tutto il tempo delle mie vacanze, per conoscerla a fondo, quindi una guida dell’intero paese era un di più. Ovviamente questo acquisto casuale ha scombussolato i miei piani. Nel giro di poco ho cambiato la mia prenotazione, tagliato giorni alla capitale a aggiunto un giro esplorativo del sud. Due mesi e mezzo prima della partenza ho prenotato un albergo, sempre su Booking, a Malmö e ho comprato un biglietto di a/r su sj.se il sito delle ferrovie svedesi. Essendo una guida dell’intera Svezia il racconto è generico ma abbastanza puntuale sui fatti salienti, infatti è stata molto utile per scegliere cosa vedere fuori dalle grandi città e cosa scartare, in quello che ormai ho considerato solo il mio primo viaggio in Scandinavia, al quale spero seguiranno altri.

L’ultimo libro è ovviamente quello a me più caro, Stoccolma. Ritratto di una città di Tony Griffiths edito da Odoya. Dalla terza di copertina apprendiamo che Tony Griffiths è uno storico della Scandinavia e dell’Australia, suo paese natale, questo si percepisce chiaramente durante la lettura, il racconto della città, del suo sviluppo e del suo umore, è costellato di aneddoti e note chiarificatrici. Si legge facilmente, si apprezza immediatamente e ci si torna per ritrovare, tra le parole dell’autore, quelle storie che abbiamo incrociato muovendoci da un angolo all’altro della città.

2. Logistica e trasferimenti. Prenoto un volo a/r Roma Stoccolma, con molti mesi di anticipo – ogni mese dalla decisione di partire alla partenza effettiva uso lo stipendio per acquistare o prenotare qualcosa. – Questo anticipo è dovuto alle mail di offerta che ricevo nella mia casella postale e al fatto che tutti i soldi assieme non li ho. Il volo è con Ryanair. Acquisterò il bagaglio a stiva solo un mese prima della partenza, tanto il costo non cambia. Su Booking, con circa cinque mesi di anticipo, valutando diverse tipologie di alloggio, fermo la prenotazione dell’ostello. Ossia cerco di capire, leggendo on line dai resoconti di viaggio, dove hanno alloggiato altre persone, che tipo di zona è quella in cui si trova l’ostello adatto alle mie possibilità. I prezzi sono molto alti, Stoccolma sembra essere carissima. La prenotazione è gratuita fino a pochi giorni prima della partenza, se disdico entro una certa data non pagherò penali. Per tutto il tempo in cui ho cercato informazioni, via via che prendeva corpo il viaggio, ho prenotato i biglietti del treno, dell’autobus, considerato cosa portare con me e cosa non portare.

La cosa sulla quale ero più indecisa era l’acquisto dello Stockholm pass, in primo luogo per il costo elevato, poi perché avrei comunque dovuto abbinarci la carta dei trasporti con l’abbonamento settimanale e almeno due giorni con biglietti extra, in fine perché questo genere di carta ti vincola a un percorso prestabilito e per sfruttarla non sei libera di fare ciò che ti suggerisce l’estro del momento. Pochissimi giorni prima della partenza il sito ufficiale del pass, al quale mi ero iscritta per ricevere le ultime novità sulla città, mi ha inviato una mail con la possibilità di avere uno sconto, così ho deciso di buttarmi e di comprarlo. Sì a volte farsi riempire la casella postale di mail è utile.

Dunque alla partenza avevo già pagato: l’aereo a/r, il treno a/r per Roma, i biglietti del bus dall’aeroporto al centro di Stoccolma e ritorno, il biglietto a/r del treno interno. Restavano da pagare i pernottamenti, ho cambiato tre sistemazioni, e il cibo.

3. Il cibo. Essere vegetariana tutte le volte in cui non posso essere vegana in Svezia comporta che, prima di partire – grazie internet -, mi preoccupi di fare almeno un giro esplorativo sui siti specifici e no, per capire quale offerta veg ci sia – in realtà studiavo la mappa dei ristoranti anche prima di diventare veg, è una questione di forma mentis che, suppongo, si è resa solo particolarmente utile col tempo. Com’è viaggiare da veg in Svezia? partendo dal presupposto che si tratta di un paese in cui la maggior parte delle cose è più cara rispetto all’equivalente italiano, puoi tranquillamente essere veg e mangiare in tanti ristoranti diversi ogni giorno, ma costa. A basso costo ti devi accontentare. A basso costo ti devi accontentare anche dell’alternativa “verde” nelle grandi catene o al supermercato. A esempio Subway, che sembra sempre sporchissimo e sul quale resta impressa una brutta, brutta, storia, ha l’alternativa veg ed è un’opportunità. Perché l’etica non è una cosa per scemi, ma questo è un mondo maledettamente complesso e dobbiamo saper mediare, scegliere e accontentarci di fare del nostro meglio. A Stoccolma trovi al supermercato i tramezzini o i panini con i pomodori sottolio e la verdura, sono piccoli ma molto saporiti ed economici. Non tutti i giorni si può mangiare il panino, così una volta ti prepari un piatto caldo nella cucina dell’ostello, un’altra vai al ristorante super etico che fa anche corsi di yoga ma non ti svuota il portafogli, per fortuna esistono, sono quelli con il buffet o l’All You Can Eat veg, evviva! Da non sottovalutare mai i ristoranti asiatici, cinesi, giapponesi, indiani, thailandesi, che propongono spesso menu vegetariani. Si tratta di studiare TripAdvisor e i blog in lingua inglese, posizionare un paio di nomi per quartiere e sperare che non vadano in ferie. Altrimenti? Altrimenti una lattina di fagioli o di lenticchie si svuota dell’acqua di conserva nel lavandino, si condisce con olio e un pomodorino e si mangia al parco – va bene è un’immagine da barbone, ma se non vuoi spendere vivi così anche da non veg, ne ho esperienza diretta, e comunque i barboni sono miei amici.

4. Il bagaglio. Come ho detto la preoccupazione riguardo all’abbigliamento era pressante. Ho scelto un paese del nord Europa anche per non soffrire il caldo (insolazioni e svenimenti insegnano), ma il troppo freddo o la pioggia torrenziale limitano parimenti la possibilità di visitare. Ho chiesto a chiunque incrociassi cosa mettere in valigia e ho ricevuto risposte diverse, ovviamente, il più delle volte il solito “vestiti a cipolla”. Ognuno ha il proprio vestiti a cipolla, per alcuni è iper sportivo con tessuti sintetici, per altri elegantissimo e/o lanoso, varie le vie di mezzo con abbinamenti soggettivi. Ho portato con me molte cose, le ho usate tutte. Quindici giorni sono tanti e in estate anche in Svezia può far caldo, ho scoperto, magari per poco più di mezz’ora, ma succede, e in quella mezz’ora sudi e poi puzzi. Puzzare in vacanza è orribile, intendo quando esci al mattino tutta coperta, a metà giornata c’è un bel sole caldo, tu sei imbacuccata, sudi e… puzzi! (un po’ scherzo un po’ no) Quindi per un viaggio a Stoccolma in agosto, secondo la mia esperienza, assieme alla biancheria, bisogna portare: magliette a mezze maniche da cambiare giornalmente (una di riserva nello zaino) e da usare sotto al maglioncino o al cardigan (se la fortuna ci arride) con il K-way. Il K-way non deve assolutamente mancare perché pioverà, pioverà spesso e sarà una pioggia pesante, abbinata al vento. Una pashmina (o una sciarpa di lana leggera) serve, perché ci sono il mare e il lago e s’alza il vento, come ho già detto. Pantaloni o fuseaux con scarpe da trekking urbano perché Stoccolma è più grande di quanto ti aspetti. I K-way esistono anche con l’interno imbottito che si stacca, fateci un pensiero perché può fare freddo. Può fare freddo e si avrà bisogno di cose calde per non star male, considerate di portare una “maglia della salute”, perché ho imparato a mie spese cosa significa non averla e bloccarsi con la schiena. Se fa caldo meglio, si sfilano le maglie, ma tanto non sarà mai il caldo del sud. L’opzione “porto poche cose perché tanto le lavo/ compro lì se proprio necessario” è davvero, davvero, poco praticabile, perché c’è umidità e non riuscirete ad asciugare un maglione velocemente, se non a particolari condizioni, tipo avere un’asciugatrice, e perché lì tutto è molto più caro – perfino i calzini di H&M, che qui costano poco, lì hanno un rincaro che può pesare sul vostro budget.

5. La lingua e il denaro. Lo svedese ha la grammatica dell’inglese e la pronuncia che suona come un mix di sapore slavo e molto tedesco, almeno così mi sembra. Se il vostro intento è fare solo un piccolo viaggio per spuntare il paese dalla lista dei “posti da visitare almeno una volta nella vita”, non avrete bisogno di imparare la lingua, certo sapere come si dice grazie (Tack!) aiuta a rendersi simpatici. La maggior parte degli svedesi, ossia tutti quelli al di sotto dei 40 anni e moltissimi al di sopra, parla inglese, in certi casi con qualche imprecisione (ammessa da loro stessi, con sorprendente modestia), ma se vi parlano è per farsi capire e non vi metteranno in soggezione. Se siete fissati con le lingue, come me, potrete usare Duolingo sul vostro smartphone per imparare qualche forma base dello svedese, buona fortuna!
La Svezia non ha aderito all’Euro questo significa che ha mantenuto la sua moneta, la Corona svedese, in svedese Krona, che vale più dell’Euro e troverete indicata o come Kr o come SEK. Nel momento in cui scrivo il cambio segna 1 € = 9.5418 SEK, ossia 10 euro valgono circa 96 SEK, il cono gelato più piccolo al Cafe Jarntorget, Gamla Stan, costa 50 Sek (5 euro e 30 circa, è buonissimo però!). Saranno gli sms di notifica della banca a segnalarvi il prosciugamento del conto, poiché la Svezia ormai è quasi del tutto un paese cash free, ossia si paga con la carta ovunque, anche nei bagni della stazione (mi successo a Göteborg). Alcuni musei non accettano pagamenti in moneta e quindi, semplicemente, non si entra senza carta. Ho utilizzato sia il circuito Visa che il circuito Mastercard senza problemi, ovunque (avevo due carte, una con il budget per cibo e souvenir e l’altra per pagare i pernottamenti).

6. Come mi devo comportare? Le persone in Svezia sono gentili, pazienti, se pensano che sei in difficoltà cercheranno di aiutarti, sono rispettose degli altri, pragmatiche ma con cordialità. Non ho fatto arrabbiare nessuno, quindi non conosco il limite massimo di sopportazione se gli dai fastidio, probabilmente è meglio non scoprirlo. Sicuramente farai una brutta figura se salterai la fila, se lascerai in giro la tua immondizia, se interromperai la guida mentre parla o cercherai di ottenere informazioni da chi è intento in qualcosa (che a te sembra meno importante della tua richiesta, qualsiasi sia). Urlare alle persone o tra persone, avvicinare gli altri con fare aggressivo e fissare è mal visto. Questa è la mia esperienza. Le persone che vivono in Svezia appaiono ben disposte verso gli altri, devastare questa apertura significa lasciare un’immagine negativa di sé e, a lungo andare, favorire la nascita di un pregiudizio verso la tua cultura di origine, anche se tu non sei tutti quelli che vivono nel tuo paese, ma le etichette funzionano così (e vale in tutto il mondo).

Una delle maggiori preoccupazioni in viaggio è la sicurezza, la domanda più frequente nei gruppi di viaggiatrici (e viaggiatori) è “ma la sera esci da sola?”, la mia risposta è sì, esco da sola e torno tardi. Non sono ancora mai andata in luoghi lontani che hanno, a torto o ragione, una cattiva fama, fino a oggi ho viaggiato in Europa e in città, questo rende molto più semplice muoversi di sera (o è un pregiudizio positivo?), molte persone hanno comunque paura di uscire anche nelle città europee. Stoccolma mi è sembrata una città molto sicura, nonostante un’evacuazione della metropolitana e una sorta di blanda schermaglia tra un gruppo di ragazzi e la polizia. Episodio quest’ultimo che ho classificato come marginale, circoscritto alla zona della stazione centrale – zona sempre sensibile. Per il resto sono tornata in ostello da sola tutte le sere, anche dopo mezzanotte, certo ho l’accortezza di prendere ostelli e alberghi in zone centrali e ben servite dai mezzi pubblici, è un principio chiave. A Malmö non ho mai girato di sera, perché ero troppo stanca e ho considerato la città solo come punto di appoggio. In generale non mi ha trasmesso grande positività, ma quanto di questo è reale e quanto dovuto al pregiudizio generato dai racconti letti in rete – veri? esagerati? – che vogliono una Malmö “bomba ad orologeria della violenza”? Non ho avuto problemi, un autista dell’autobus è stato forse meno cortese di quanto mi aspettassi, ma erano le otto del mattino e io pure farfugliavo. Insomma, a mio parere, la Svezia è un posto sicuro, ovviamente bisogna prestare attenzione come si fa dappertutto.

Tecnicamente

Tack så mycket!

Il fiume, Marco Lodoli

Foto scattata sabato 9 settembre 2017

La storia è quella di Alessandro padre divorziato di Damiano il quale un giorno cade nel Tevere e, mentre suo padre se ne sta immobile sulla riva del fiume a osservarlo inghiottito dall’acqua, viene salvato da uno sconosciuto. Alessandro, che basa su una routine priva di slanci il rapporto con suo figlio, subisce una scossa. Damiano chiede ad Alessandro di ritrovare l’uomo, per ringraziarlo, inizia così un lungo peregrinare nella notte romana alla ricerca dell’uomo. L’uomo che alla fine Alessandro dovrà trovare è se stesso, attraverso i ricordi di una vita vissuta senza mai toccare realmente le cose, permeato dal senso di apatia che lo accompagna fin dall’infanzia. In questa storia la madre di Damiano è solo una voce che insulta e minaccia al telefono un ex marito che sembra aver fallito in ogni cosa, come compagno, come curatore fallimentare e come padre.
Un romanzo quindi di formazione (attraverso la notte e gli incontri Alessandro arriva al mattino cambiato) che prende a pretesto il rapporto padre-figlio, più che farne il centro, per raccontare in maniera, spesso grottesca ed esagerata, Roma e i suoi scenari privati.

Arrivata a poco più della metà immaginavo un finale diverso, più cinico sicuramente, non so se tornerò a leggere un romanzo dell’autore.

 

Il fiume
Marco Lodoli
Einaudi
pp 101
€ 14,50

Vasca, Mimmo Paladino

paladino

Ogni volta che torno in un museo, in questo caso a Capodimonte, dove torno almeno una volta al mese, mi trattengo davanti a un’opera che già conosco per capire se vedo qualcosa di nuovo. Vedo qualcosa di nuovo ogni volta.
Vedo qualcosa di nuovo ogni volta che ritorno su un’opera che già conosco, come accade con i libri, una musica. Allora penso a quanto sia davvero utile aver passato un’intera giornata al Kulturforum di Berlino o al Louvre a Parigi, può non significare nulla, nemmeno quando scegli di vedere solo alcune opere per non essere stordita, specialmente nelle quadrerie. Certo è utile visitare i musei anche una sola volta per capire proprio il museo, per iniziare a capirlo almeno, ma se non ci torni resta poco, pochissimo, delle opere.

In questo caso ricordavo che Vasca è molto grande, il rosso prevale, ha degli elementi a rilievo, al centro ci sono degli amanti. A partire dai primi anni Ottanta Paladino comincia a inserire elementi in rilievo nelle sue opere, in particolare Vasca faceva parte del gruppo di opere esposte a Villa Pignatelli nel 1995 in occasione di una personale dell’artista.

Vasca, Mimmo Paladino, particolare, foto LillaRainbow

Mi piace quest’opera, i due amanti sul fondo della vasca sono sospesi nel tempo, le figure che gli ruotano attorno, come un mondo confuso che osserva e biasima, perché quella donna con un bastone in mano esprime una sorta di giudizio? quello è un uomo alla finestra? la vasca è un rifugio, un nucleo (o una bara?). Un teschio, un’anima, un bambino, al centro del petto di lei. Il triangolo azzurro è un occhio? Le informazioni su Vasca sono poche, in rete almeno e non possiedo libri che raccontino l’arte di Paladino, nonostante le numerose mostre e le opere presenti in tanti musei e città. L’artista stesso preferisce non fornire troppi agganci per l’interpretazione delle sue opere, i segni sono segni e non significano altro che loro stessi. Inevitabilmente guardandola costruisco una storia, laddove l’intenzione narrativa probabilmente è assente.

Cosa dice il cartellino?

Mimmo Paladino, 1948, Paduli, Benevento, Italia – Vive e lavora tra Paduli e Milano.
Vasca (1984), olio, pigmenti e acrilico su tela e struttura in legno (Dono dell’artista, 2007).
Mimmo Paladino è figura di primo piano della Transavanguardia, movimento italiano di ritorno alla figurazione che caratterizza la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta. In quest’opera paladino evoca un passato mitico attraverso simboli (figure umane, teste, maschere, animali stilizzati, rami) combinati in un insieme che rompe la tradizionale bidimensionalità del quadro grazie all’inserimento sotto la tela di elementi irregolare rilievo. La vasca del titolo è lo spazio centrale profondo e bianco nel quale i due amantisi abbracciano, intorno a cui le altre figure emergono da un magma di colore rosso teso verso l’esterno.

La scheda sul sito dei Beni Culturali riporta:

Oggetto
Definizione (CIR): Installazione
Localizzazione geografico-amministrativa
Stato*: Italia
Collocazione: Contemporanei
Altre localizzazioni geografico-amministrative (provenienza)
Stato*: Italia
Altre localizzazioni geografico-amministrative
Stato*: Italia
Cronologia
Datazione certa anno: 1984
Definizione culturale
Nome scelto: Mimmo Paladino
Dati tecnici
Tecnica: Olio e collage su tela e legno
Unità: cm
Misure: 300 x 400 x 60
Altezza: 300
Larghezza: 400
Profondità: 60
Dati analitici
Testo:
Condizioni giuridica e vincoli
Proprietà: Stato
Indicazione generica: proprietà Stato

I due Van Gogh ritrovati e una riflessione a margine sull’abilismo

Rubati dal Van Gogh Museum il 7 dicembre del 2002 attraverso una finestra, i due dipinti di Vincent van Gogh, Paesaggio marino a Scheveningen del 1882 e Una congregazione che esce dalla Chiesa Riformata di Nuenen del 1884/85, sono stati ritrovati a settembre 2016 durante un’operazione della Guardia di Finanza in Italia, a Castellammare di Stabia. Erano in buono stato seppure privi della cornice originale, così sono stati esposti al Museo di Capodimonte di Napoli fino al 26 febbraio, prima di tornare in Olanda.

Vincent van Gogh
Foto di LillaRainbow rubarla è illegale, ma soprattutto è da poracci/e.

Ho scritto un post di invito nel gruppo universitario, da molto ci pensavo, uscire un po’ dalla virtualità e incontrarsi può essere interessante, soprattutto quando si è accomunati da una passione, in questo caso per l’arte. Le persone si sono dette entusiaste e hanno celebrato con faccine e cuori la proposta, ma solo una collega mi ha dato effettivamente conferma per l’appuntamento di sabato mattina.

Dunque sono andata alla mostra, lei era in ritardo, ho fatto un primo giro da sola godendomi quel tempo davanti ai quadri, anche se la sala era affollatissima e dei giovani collaboratori del museo regolavano l’accesso con severità, anche sulla questione dei flash erano tassativi, fortunatamente, di solito se ne dimenticano. C’era pure la Guardia di finanza a sorvegliare le tele, probabilmente per ricordare a tutti a opera di chi è avvenuto il ritrovamento.
Le tele sono sorprendenti. In particolare Paesaggio marino a Scheveningen è bellissimo, con la sua pittura quasi ‘materica’ che increspa sulla tela. Sembra che il colore sia impastato con dei granelli di sabbia, poiché Vang Gogh dipinse il paesaggio mentre si svolgeva un piccola ma violenta tempesta.
Dopo poco la collega è arrivata con il suo accompagnatore e ho rifatto il giro davanti ai quadri, scattando qualche foto in più alla folla che si accalcava. A dire il vero hanno scattato delle foto anche a me e a lei, poiché la luce rendeva l’atmosfera particolarmente suggestiva e i nostri volti si prestavano a dei ritratti. Non so che fine faranno quelle foto, spero che nessuno mi trasformi in un cartellone pubblicitario.

Vincent van Gogh
Foto di LillaRainbow rubarla è illegale, ma soprattutto è da poracci/e.

A questo punto devo dire che la mia collega è in carrozzina e usa con difficoltà le mani. Quando me lo aveva preannunciato non ho sentito alcuna resistenza o timore, il suo entusiasmo mi diceva che non avremmo avuto problemi nel comprenderci e se lei sentiva di poter venire, allora era tutto a posto. Lei mi ha ringraziata perché, dice, non mi sono spaventata, a me è sembrato che non ci fosse nulla di cui spaventarsi.
Al termine del nostro incontro, durante il quale abbiamo a lungo parlato dell’inclusività, della percezione della diversità e degli stereotipi, del fatto che alle persone disabili si propongono esclusivamente visite ai santuari, come se perdessero ogni altro interesse che non giri attorno alla problematica con cui vengono totalmente identificati. Ci siamo salutate prendendo appuntamento per una prossima visita. Allora mi sono preoccupata, perché non so se nel prossimo museo ci saranno gli ascensori e le pedane adatte, devo andare assolutamente a verificare. L’idea che non possa vedere le opere solo perché è in carrozzina mi offende e ferisce, come se fossi io stessa a essere limitata nei miei interessi dall’abilismo.

L’abilismo è un tipo di discriminazione di cui a pochi importa, perché tutti pensiamo che a noi non possa accadere di diventare disabili (se non lo siamo nati). Invece ci si ammala e poche volte si muore subito, di solito si passano molti anni perdendo la propria identità, la possibilità di crescere intellettualmente e di stringere relazioni che non siano di “assistenza”.

Utopia

Da alcuni giorni porto dentro di me la parola utopia.

utopìa s. f. [dal nome fittizio di un paese ideale, coniato da Tommaso Moro nel suo famoso libro Libellus … de optimo reipublicae statu deque nova Insula Utopia (1516), con le voci greche οὐ «non» e τόπος «luogo»; quindi «luogo che non esiste»]. – 1. Formulazione di un assetto politico, sociale, religioso che non trova riscontro nella realtà ma che viene proposto come ideale e come modello; il termine è talvolta assunto con valore fortemente limitativo (modello non realizzabile, astratto), altre volte invece se ne sottolinea la forza critica verso situazioni esistenti e la positiva capacità di orientare forme di rinnovamento sociale (in questo senso utopia è stata contrapposta a ideologia). 2. estens. Ideale, speranza, progetto, aspirazione che non può avere attuazione: la perfetta uguaglianza fra gli uomini è un’u.; la pace universale è sempre stata considerata un’u.; queste sono utopie!

Questa la definizione che ne dà Treccani on line. Un luogo che non esiste, proposto come ideale e modello, astratto ma capace di orientare, con la sua critica positiva, il rinnovamento sociale. Una speranza che, dice Treccani, non può avere attuazione. Nel sentire comune utopia viene utilizzato più spesso proprio con quest’ultimo significato negativo, piuttosto che con tutti i precedenti positivi. Ma un mondo senza spinta utopica è un mondo già morto.
L’utopia è un luogo che vive nella nostra mente e ci orienta nelle azioni quotidiane, mette in luce i punti critici della realtà e consente di rinnovarla.
Nell’anno nuovo che arriva, che arriva per calendario, e coprirà metà del mio trenatanovesimo anno natale e metà del quarantesimo, l’utopia sarà ancor più del passato la mia guida nel presente. Ogni volta che avrò un dubbio o un tentennamento, guarderò alla mia utopia per decidere cosa fare.

Prendo in prestito le parole di Alanis Morissette, che suonano perfette, e rendo la sua Utopia colonna sonora del 2017.

We’d gather around, all in a room, fasten our belts, engage in dialogue.
We’d all slow down, rest without guilt, not lie without fear, disagree sans judgement.

We would stay and respond and expand and include and allow and forgive
and enjoy and evolve and discern and inquire and accept and admit and divulge
and open and reach out and speak up.

This is utopia, this is my utopia.
This is my ideal, my end in sight.
Utopia, this is my utopia.
This is my nirvana,
my ultimate.

We’d open our arms, we’d all jump in, we’d all coast down into safety nets.

We would share and listen and support and welcome, be propelled
by passion, not invest in outcomes. We would breathe and be charmed
and amused by difference, be gentle and make room for every emotion.

This is utopia, this is my utopia.
This is my ideal, my end in sight.
Utopia, this is my utopia.
This is my nirvana,
my ultimate.

We’d provide forums, we’d all speak out, we’d all be heard, we’d all feel seen.

We’d rise post-obstacle more defined, more grateful. We would heal,
be humbled and be unstoppable. We’d hold close and let go and
know when to do which. We’d release and disarm and stand up and feel safe.

This is utopia, this is my utopia.
This is my ideal, my end in sight.
Utopia, this is my utopia.
This is my nirvana,
my ultimate.

Nel 2016

Nel 2016 ho iniziato una ventina di libri, ne ho finiti solo tre.
Nel 2016 ho smesso di guardare film e telefilm che mi appassionavano perché “non ho tempo”, poi il tempo l’ho lasciato andare via senza fare nulla.
Nel 2016 ho ceduto a dei ricatti e non ho ascoltato abbastanza me stessa, ma ho smesso di rispondere a ogni chiamata di soccorso.
Nel 2016 ci ho riprovato e non so se ho fatto bene.
Nel 2016 ho smesso di leggere, scrivere e parlare spagnolo, da un giorno all’altro, non so perché, mi stupisce non sentirne la mancanza.
Nel 2016 ho mangiato molto male e fatto poco esercizio fisico.
Nel 2016 credevo che avrei riempito molti album da disegno, blocchi per schizzi e quaderni di appunti, non è stato così.
Nel 2016 mi sono lasciata guidare dando fiducia, dopo due anni, a chi non credevo potesse aiutarmi, e ho fatto bene.
Nel 2016 ho ricominciato a stare in mezzo alle persone, senza scappare dai conflitti.
Nel 2016 ho viaggiato di più, ma sempre meno di quanto avrei voluto.
Nel 2016 sono stata accolta con calore e affetto (anche nel 2015) e un giorno riuscirò a restituire questo calore e questo affetto.
Nel 2016 ho speso tutti i miei soldi, a volte male a volte bene.
Nel 2016 i lutti sono stati troppi.
Nel 2016 le partenze sono state ancora tante, la gioia di vedere gli amici realizzare i loro sogni è enorme, come la solitudine che sento.
Nel 2016 ho lavorato troppo fuori orario senza essere ricompensata quanto meritavo, ma ho anche lavorato male per chi avrebbe dovuto ricevere di più da me, perché mi ha dato fiducia ancora e ancora.