I due Van Gogh ritrovati e una riflessione a margine sull’abilismo

Rubati dal Van Gogh Museum il 7 dicembre del 2002 attraverso una finestra, i due dipinti di Vincent van Gogh, Paesaggio marino a Scheveningen del 1882 e Una congregazione che esce dalla Chiesa Riformata di Nuenen del 1884/85, sono stati ritrovati a settembre 2016 durante un’operazione della Guardia di Finanza in Italia, a Castellammare di Stabia. Erano in buono stato seppure privi della cornice originale, così sono stati esposti al Museo di Capodimonte di Napoli fino al 26 febbraio, prima di tornare in Olanda.

Vincent van Gogh
Foto di LillaRainbow rubarla è illegale, ma soprattutto è da poracci/e.

Ho scritto un post di invito nel gruppo universitario, da molto ci pensavo, uscire un po’ dalla virtualità e incontrarsi può essere interessante, soprattutto quando si è accomunati da una passione, in questo caso per l’arte. Le persone si sono dette entusiaste e hanno celebrato con faccine e cuori la proposta, ma solo una collega mi ha dato effettivamente conferma per l’appuntamento di sabato mattina.

Dunque sono andata alla mostra, lei era in ritardo, ho fatto un primo giro da sola godendomi quel tempo davanti ai quadri, anche se la sala era affollatissima e dei giovani collaboratori del museo regolavano l’accesso con severità, anche sulla questione dei flash erano tassativi, fortunatamente, di solito se ne dimenticano. C’era pure la Guardia di finanza a sorvegliare le tele, probabilmente per ricordare a tutti a opera di chi è avvenuto il ritrovamento.
Le tele sono sorprendenti. In particolare Paesaggio marino a Scheveningen è bellissimo, con la sua pittura quasi ‘materica’ che increspa sulla tela. Sembra che il colore sia impastato con dei granelli di sabbia, poiché Vang Gogh dipinse il paesaggio mentre si svolgeva un piccola ma violenta tempesta.
Dopo poco la collega è arrivata con il suo accompagnatore e ho rifatto il giro davanti ai quadri, scattando qualche foto in più alla folla che si accalcava. A dire il vero hanno scattato delle foto anche a me e a lei, poiché la luce rendeva l’atmosfera particolarmente suggestiva e i nostri volti si prestavano a dei ritratti. Non so che fine faranno quelle foto, spero che nessuno mi trasformi in un cartellone pubblicitario.

Vincent van Gogh
Foto di LillaRainbow rubarla è illegale, ma soprattutto è da poracci/e.

A questo punto devo dire che la mia collega è in carrozzina e usa con difficoltà le mani. Quando me lo aveva preannunciato non ho sentito alcuna resistenza o timore, il suo entusiasmo mi diceva che non avremmo avuto problemi nel comprenderci e se lei sentiva di poter venire, allora era tutto a posto. Lei mi ha ringraziata perché, dice, non mi sono spaventata, a me è sembrato che non ci fosse nulla di cui spaventarsi.
Al termine del nostro incontro, durante il quale abbiamo a lungo parlato dell’inclusività, della percezione della diversità e degli stereotipi, del fatto che alle persone disabili si propongono esclusivamente visite ai santuari, come se perdessero ogni altro interesse che non giri attorno alla problematica con cui vengono totalmente identificati. Ci siamo salutate prendendo appuntamento per una prossima visita. Allora mi sono preoccupata, perché non so se nel prossimo museo ci saranno gli ascensori e le pedane adatte, devo andare assolutamente a verificare. L’idea che non possa vedere le opere solo perché è in carrozzina mi offende e ferisce, come se fossi io stessa a essere limitata nei miei interessi dall’abilismo.

L’abilismo è un tipo di discriminazione di cui a pochi importa, perché tutti pensiamo che a noi non possa accadere di diventare disabili (se non lo siamo nati). Invece ci si ammala e poche volte si muore subito, di solito si passano molti anni perdendo la propria identità, la possibilità di crescere intellettualmente e di stringere relazioni che non siano di “assistenza”.

Utopia

Da alcuni giorni porto dentro di me la parola utopia.

utopìa s. f. [dal nome fittizio di un paese ideale, coniato da Tommaso Moro nel suo famoso libro Libellus … de optimo reipublicae statu deque nova Insula Utopia (1516), con le voci greche οὐ «non» e τόπος «luogo»; quindi «luogo che non esiste»]. – 1. Formulazione di un assetto politico, sociale, religioso che non trova riscontro nella realtà ma che viene proposto come ideale e come modello; il termine è talvolta assunto con valore fortemente limitativo (modello non realizzabile, astratto), altre volte invece se ne sottolinea la forza critica verso situazioni esistenti e la positiva capacità di orientare forme di rinnovamento sociale (in questo senso utopia è stata contrapposta a ideologia). 2. estens. Ideale, speranza, progetto, aspirazione che non può avere attuazione: la perfetta uguaglianza fra gli uomini è un’u.; la pace universale è sempre stata considerata un’u.; queste sono utopie!

Questa la definizione che ne dà Treccani on line. Un luogo che non esiste, proposto come ideale e modello, astratto ma capace di orientare, con la sua critica positiva, il rinnovamento sociale. Una speranza che, dice Treccani, non può avere attuazione. Nel sentire comune utopia viene utilizzato più spesso proprio con quest’ultimo significato negativo, piuttosto che con tutti i precedenti positivi. Ma un mondo senza spinta utopica è un mondo già morto.
L’utopia è un luogo che vive nella nostra mente e ci orienta nelle azioni quotidiane, mette in luce i punti critici della realtà e consente di rinnovarla.
Nell’anno nuovo che arriva, che arriva per calendario, e coprirà metà del mio trenatanovesimo anno natale e metà del quarantesimo, l’utopia sarà ancor più del passato la mia guida nel presente. Ogni volta che avrò un dubbio o un tentennamento, guarderò alla mia utopia per decidere cosa fare.

Prendo in prestito le parole di Alanis Morissette, che suonano perfette, e rendo la sua Utopia colonna sonora del 2017.

We’d gather around, all in a room, fasten our belts, engage in dialogue.
We’d all slow down, rest without guilt, not lie without fear, disagree sans judgement.

We would stay and respond and expand and include and allow and forgive
and enjoy and evolve and discern and inquire and accept and admit and divulge
and open and reach out and speak up.

This is utopia, this is my utopia.
This is my ideal, my end in sight.
Utopia, this is my utopia.
This is my nirvana,
my ultimate.

We’d open our arms, we’d all jump in, we’d all coast down into safety nets.

We would share and listen and support and welcome, be propelled
by passion, not invest in outcomes. We would breathe and be charmed
and amused by difference, be gentle and make room for every emotion.

This is utopia, this is my utopia.
This is my ideal, my end in sight.
Utopia, this is my utopia.
This is my nirvana,
my ultimate.

We’d provide forums, we’d all speak out, we’d all be heard, we’d all feel seen.

We’d rise post-obstacle more defined, more grateful. We would heal,
be humbled and be unstoppable. We’d hold close and let go and
know when to do which. We’d release and disarm and stand up and feel safe.

This is utopia, this is my utopia.
This is my ideal, my end in sight.
Utopia, this is my utopia.
This is my nirvana,
my ultimate.

Nel 2016

Nel 2016 ho iniziato una ventina di libri, ne ho finiti solo tre.
Nel 2016 ho smesso di guardare film e telefilm che mi appassionavano perché “non ho tempo”, poi il tempo l’ho lasciato andare via senza fare nulla.
Nel 2016 ho ceduto a dei ricatti e non ho ascoltato abbastanza me stessa, ma ho smesso di rispondere a ogni chiamata di soccorso.
Nel 2016 ci ho riprovato e non so se ho fatto bene.
Nel 2016 ho smesso di leggere, scrivere e parlare spagnolo, da un giorno all’altro, non so perché, mi stupisce non sentirne la mancanza.
Nel 2016 ho mangiato molto male e fatto poco esercizio fisico.
Nel 2016 credevo che avrei riempito molti album da disegno, blocchi per schizzi e quaderni di appunti, non è stato così.
Nel 2016 mi sono lasciata guidare dando fiducia, dopo due anni, a chi non credevo potesse aiutarmi, e ho fatto bene.
Nel 2016 ho ricominciato a stare in mezzo alle persone, senza scappare dai conflitti.
Nel 2016 ho viaggiato di più, ma sempre meno di quanto avrei voluto.
Nel 2016 sono stata accolta con calore e affetto (anche nel 2015) e un giorno riuscirò a restituire questo calore e questo affetto.
Nel 2016 ho speso tutti i miei soldi, a volte male a volte bene.
Nel 2016 i lutti sono stati troppi.
Nel 2016 le partenze sono state ancora tante, la gioia di vedere gli amici realizzare i loro sogni è enorme, come la solitudine che sento.
Nel 2016 ho lavorato troppo fuori orario senza essere ricompensata quanto meritavo, ma ho anche lavorato male per chi avrebbe dovuto ricevere di più da me, perché mi ha dato fiducia ancora e ancora.

Berlino – Diario di viaggio #2

La mia camera è al piano terra, la finestra affaccia su un cortile laterale dell’albergo, la tengo aperta o chiusa mentre mi preparo? facciamo finestra aperta e serranda chiusa ma che passa l’aria. Alle nove faccio colazione, prima di partire ho scritto una mail all’albergo per sapere se avrei trovato il latte di soia a colazione e l’asciugacapelli in camera. Niente latte di soia, asciugacapelli presente.
La sala per la colazione è attigua alla hall, i tavolini sembrano quelli di un vecchio caffè di provincia, ai muri quadretti di Berlino, Potsdam e un luogo di cui non c’è indicato il nome, le persone si sorridono e si avvicendano al piccolo buffet internazionale, costantemente rifornito dalla cameriera in divisa seria e silente. La scelta per me è scarsa, prevalgono fette di prosciutto e uova, sia sode che spumose, yogurt e pomodori, ma non è che a casa mangi chissà cosa. Spalmo marmellatine e margarina sul pancarré, bevo tè Early Gray e spremuta d’arancia. Porto via una mela per lo spuntino di metà mattina.

Berlin, Germany. Photo@LillaRainbow

Dunque è domenica, benché il cielo non splenda la temperatura è gradevole, decido di visitare il campo di concentramento di Sachsenhausen che si trova a Oranienburg, a nord di Berlino. Ci arrivo in treno da Potsdamer Platz, impiegando più di un’ora di viaggio, poi mezz’ora di attesa del bus (strapieno) che dalla stazione di Oranienburg porta al campo. Avrei voluto fare un giro anche del paesino, poiché vi sono un castello, un parco e altri monumenti, ma preferisco dedicarmi al campo, so che sarà emotivamente impegnativo. È il secondo campo di concentramento che visito dopo Dachau.

Sachsenhausen, Berlin, Germany. Photo@LillaRainbow.

Sachsenhausen si accede, gratuitamente, passando per il centro visitatori dove prendo una piantina e l’audio guida in italiano per tre euro. Volendo ascoltare tutte le voci il percorso di visita dura circa cinque ore, passo a Sachsenhausen tutto il giorno.

Sachsenhausen, Berlin, Germany. Photo@LillaRainbow.

Prima di entrare effettivamente nel campo di concentramento si percorre un lungo tratto di strada che ne costeggia la recinzione esterna, a metà circa compaiono dei pannelli che illustrano con foto d’epoca e citazioni la liberazione di gruppi specifici di prigionieri, come quelli scandinavi liberati con con l’operazione “white busses”, e l’utilizzo della via di transito.

Sachsenhausen, Berlin, Germany. Photo@LillaRainbow.

A sinistra dell’effettiva entrata c’è un boschetto con lapidi e sculture che ricordano le sorti di alcuni prigionieri politici perseguitati e internati durante la Seconda Guerra mondiale. A destra dell’entrata c’è un piccolo centro espositivo/commemorativo.

Scultura di Marie-Josée Kerschen. Sachsenhausen, Berlin, Germany. Photo@LillaRainbow.
Sachsenhausen, Berlin, Germany. Photo@LillaRainbow.

Probabilmente una delle storie più toccanti di cui ho letto è quella di Rosa Broghammer. A sedici anni Rosa lavora in una fabbrica nella Foresta Nera, incontra e si innamora di Marcel Sebat, condannato ai lavori forzati, i due hanno un figlio, Peter. Le loro conversazioni vengono spietate dalla polizia su segnalazione dei vicini delatori. La coppia divisa fa il giro di diversi campi di concentramento, in particolare Rosa ne cambia molti, passando per Ravensbrück fino ad arrivare a Sachsenhausen.

A guerra finita, senza mai più aver rivisto suo figlio e il suo compagno, Rosa muore per le complicazioni di una infezione tubercolare nell’ospedale da campo dello stesso Sachsenhausen. Una stele commemorativa fatta erigere dal figlio Peter ricorda la vicenda di Rosa Broghammer morta a un passo dalla libertà.

Sachsenhausen è stato prevalentemente un campo di internazione e lavoro forzato per prigionieri politici, vi si producevano suole per le scarpe, a esempio, una grossa parte delle attività era però destinata agli esperimenti medici, condotti su adulti e bambini. I bambini venivano infettati con varie malattie di cui si studiava il decorso, fino alla morte dei malati, a volte i piccoli venivano operati senza anestesia oppure le ferite venivano lasciate aperte per continuare ad analizzarle.

Sachsenhausen, Berlin, Germany. Photo@LillaRainbow.

Il campo è molto grande e la sua organizzazione tra infermeria, sale per le autopsie, mense, forni, sotterranei, baracche comuni e abitazioni per internati speciali era molto complessa. Sorto nel 1936 ha cessato definitivamente la sua attività solo alla fine degli anni Cinquanta, poiché fu utilizzato anche dalla DDR. Funzionava così bene che rappresentò il prototipo di tutti i campi di concentramento sorti durante la Seconda Guerra mondiale. La foto aerea sottostante, scattata a metà degli anni Quaranta, mostra l’architettura e le dimensioni del campo.

Sachsenhausen, Berlin, Germany. Photo@LillaRainbow.

Appelli, selezione, marcia, lavoro e punizioni scandivano le giornate degli internati che morivano spesso di fame, infezioni, e freddo.

Sachsenhausen, Berlin, Germany. Photo@LillaRainbow.

Nelle strutture ancora in piedi vi sono esposti innumerevoli documenti materiali, archivi cartacei, fotografici e audio del periodo di attività.

Sachsenhausen, Berlin, Germany. Photo@LillaRainbow.

Pranzerò sul tardi al punto ristoro del campo con un cous cous con feta e un pretzel buonissimo, spendendo meno di dieci euro.

Alla chiusura esco che ho pianto e ho mal di testa, la giacca di cotone pensante mi ripara dal vento che si è alzato nel pomeriggio.
Per tornare alla stazione di Oranienburg dovrebbe esserci un bus, ma dopo più di quaranta minuti di attesa comincio a disperare, forse di domenica pomeriggio non passa? Una famiglia pugliese è rimasta fino alla chiusura come me ed è senz’auto, decidiamo così di andare a piedi assieme attraversando il paesino e sperando che non si metta a piovere. A metà percorso incrociamo però il bus che prendiamo al volo e ci porta alla stazione. Il rientro a Berlino è occupato dalle chiacchiere tra suditaliani in vacanza, loro abbastanza sorpresi che io vada in giro tutta sola.

Info utili

Gedenkstätte Sachsenhausen
Straße der Nationen 22
16515 Oranienburg
Germania

http://www.stiftung-bg.de/gums/en/index.htm

Per arrivarci si prende la linea S1 da Potsdamer Platz, treno direzione Oranienburg, biglietto zona ABC o abbonamento ABC. Dalla stazione di Oranienburg si prende l’autobus  804 o l’821 per raggiungere il campo, passano ogni ora o due se festivo, oppure si raggiunge a piedi.

https://www.visitberlin.de/it

Berlino – Diario di viaggio #1

Collage Berlino Lilla Rainbow

Sabato 13 agosto, arrivo a Schönefeld (SXF) nel pomeriggio e per raggiungere l’albergo prendo due autobus e una metro. Si susseguono i nomi delle fermate principali da Rudow a Möckernbrücke. Le persone anziane sono gentili e se capiscono che sono italiana accennano una vecchia canzone o citano un luogo di villeggiatura degli anni Cinquanta, i tedeschi sono sentimentali.
L’Hotel Delta, un albergo a basso costo ma dignitoso, per anziani tedeschi e famiglie in viaggio, si trova in una zona vicino a un grande sexy shop e dei ristoranti arabi e indiani, a breve distanza dal Kulturforum. Dopo il check-in esco a fare due passi. La distanza tra albergo e Potsdamer Plz non è poca, ma ho voglia di girare, passo davanti al museo del Lego, c’è un’enorme giraffa fatta tutta di piccoli mattoncini gialli, sulla strada pezzi di Muro di Berlino coperti di gomme da masticare sembrano pronti per essere rimossi, il presente è storia; arrivo al Tiergarten, mi sembra bellissimo, vorrei togliermi le scarpe e stare sull’erba a piedi nudi, ma comincia a fare sera, lo supero e sono al Denkmal für die ermordeten Juden Europas, ossia il Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa. L’atmosfera rilassata contrasta con l’austerità dolorosa del Memoriale, imparerò che questa è una caratteristica costante di Berlino. Scatto qualche foto, mi domando quale sia realmente il modo giusto di comportarsi, ho visto le immagini di altri visitatori e visitatrici che saltano, ballano e si divertono tra questi lugubri blocchi grigi, tra di essi le voci risuonano lontane, le prospettive sono alienanti eppure, nonostante tutto, il labirinto è una sorta di invito al gioco. Il Memoriale è al centro di una piazza circondata da fast food e negozi di souvenir, ed è inevitabile che le persone lo attraversino senza prestare davvero attenzione, suppongo che abitando qui, a un certo punto, mi abituerei anch’io, ricordare è uno sforzo, il dolore è fatica.

Seguo la strada a sinistra della piazza, poi giro a destra e raggiungo Samâdhi, il ristorante vegetariano che ho trovato in rete. Ha delle buone recensioni, il personale è gentile, ci sono pochi avventori, forse per l’orario, sarà troppo tardi o troppo presto? scelgo dal menu una zuppa con i WanTan, un piatto di riso, tofu e verdure stufate, entrambi buonissimi, una birra, costo entro i 25 euro. Di fronte a me una donna elegante e un uomo giovane parlano sotto voce, ogni tanto lei mi guarda, suppongo che le ore di viaggio si vedano tutte sulla mia faccia. Vinco le reticenze e scatto delle foto ai piatti. Dopo di loro il tavolo verrà occupato da una coppia giovane, bionda e più informale.

Prendo la via del ritorno e  passo per il centro commerciale Mall of Berlin. I negozi, quasi tutti di lusso, sono chiusi, funzionano le scale mobili però e così faccio un giro al primo piano, i camerieri chiudono un bar ritirando i tavolini. C’è un negozio di Kusmi Tea, vorrei prenderne una confezione, ma poi lo dimentico. I centri commerciali, è vero, si somigliano un po’ tutti, qualsiasi sia l’architettura, bella o brutta, qualsiasi sia la lingua dei cartelli e dei cartellini, le suggestive vetrine di design illuminate dall’interno, grandi specchi e schermi in HD, coi manichini filiformi che abitano in silenzio la sera.

A Leipziger Plz ancora viva di ragazzi e ragazze che tornano a casa o si apprestano ad andare per locali prendo il bus M48 che mi avvicina all’albergo. L’insegna dell’Hotel è verde, le luci del caffè vicino sono rosse, quelle dei lampioni arancioni. La hall è vuota, vado in camera a riposare.

Il Pilates, il mio ritmo biologico e le altre persone

foto scattata al Festival dell’Oriente di Napoli @lillarainbow – forepaese

Ho iniziato a praticare il metodo Pilates per caso perché, dopo anni di inattività, l’aerobica – che pure ho praticato per 16 anni – era un allenamento a impatto eccessivo, fisicamente ed emotivamente. Intendo dire che eseguire i passi dell’aerobica, che secondo me oggi ha preso derive schizofreniche, coordinandomi con le altre partecipanti alla lezione è fuori dal mio ritmo fisico e mentale. Per non parlare della musica che si usa nell’aerobica, la odio e mi provoca un diffuso senso di  malessere.
L’unico corso di yoga a un costo abbordabile per me si teneva a 20/30 minuti da casa, poiché l’inverno è composto di giorni prevalentemente bui e piovosi, poiché bisogna essere coscienti del proprio carattere, a stento sarei andata alla prima lezione, ho evitato di buttare i soldi in quella direzione.
Quindi sono tornata nella palestra che frequento in modo discontinuo da 30 anni, a dieci minuti da casa. Visita medica completa, iscrizione, retta.

Un mese e mezzo di Pilates mi ha dato dei benefici inaspettati. Via il mal di schiena, via il dolore alla sciatica, via la sensazione di intorpidimento alle gambe e ginocchia più agili.
Grazie signor Pilates.

Un beneficio di non secondo piano è stato quello della concentrazione. Volevo focalizzare la mente sulla realtà, essere completamente presente a me stessa, il Pilates richiede concentrazione. E mentre ti concentri ed esegui fluidamente i movimenti, che io leggo come un mix di yoga e danza, sudi quel tanto che basta a farti sentire soddisfatta del lavoro fisico e mentale svolto in quei 50 minuti.
Volevo amare me stessa e migliorarmi, il Pilates mi aiutava a farlo.

A novembre sono arrivati i giorni corti, le piogge torrenziali, il freddo e io ho smesso di andare in palestra, come da copione.
Invece di forzarmi, nel momento della messa alla prova mi sono ripiegata su me stessa, dopo il lavoro ho ricominciato a vagare con la mente e a dormire invece di uscire. “Sono fatta così” non è una buona scusa, io però sono fatta proprio così, d’inverno muoio.

Primavera, ancora pioggia ma almeno c’è la luce.
Sono tornata in palestra, due settimane e di nuovo il mio corpo ha beneficiato di quei 50 minuti di esercizio lento e focalizzato.
Adesso che siamo a metà giugno restano solo altre cinque lezioni. Purtroppo le palestre non seguono il mio ritmo biologico, mentre gli istruttori vanno in vacanza io vorrei aumentare il numero delle lezioni, raddoppiarne la durata. Il dramma, per così dire, è che non ho uno spazio adatto a praticare Pilates per conto mio, c’ho provato a farlo in casa, ma ho bisogno del rito: preparare la borsa, uscire, fare quel preciso percorso a piedi, cambiarmi, sistemare il tappetino e seguire la classe.
Anche se non sono mai pienamente a mio agio con le altre persone, queste mi servono per essere costante, mi ancorano alla realtà.

Il Pilates, il mio ritmo biologico e le altre persone

Ho iniziato a praticare il metodo Pilates per caso perché, dopo anni di inattività, l’aerobica – che pure ho praticato per 16 anni – era un allenamento a impatto eccessivo, fisicamente ed emotivamente. Intendo dire che eseguire i passi dell’aerobica, che secondo me oggi ha preso derive schizofreniche, coordinandomi con le altre partecipanti alla lezione è fuori dal mio ritmo fisico e mentale. Per non parlare della musica che si usa nell’aerobica, la odio e mi provoca un diffuso senso di  malessere.
L’unico corso di yoga a un costo abbordabile per me si teneva a 20/30 minuti da casa, poiché l’inverno è composto di giorni prevalentemente bui e piovosi, poiché bisogna essere coscienti del proprio carattere, a stento sarei andata alla prima lezione, ho evitato di buttare i soldi in quella direzione.
Quindi sono tornata nella palestra che frequento in modo discontinuo da 30 anni, a dieci minuti da casa. Visita medica completa, iscrizione, retta.

Un mese e mezzo di Pilates mi ha dato dei benefici inaspettati. Via il mal di schiena, via il dolore alla sciatica, via la sensazione di intorpidimento alle gambe e ginocchia più agili.
Grazie signor Pilates.

Un beneficio di non secondo piano è stato quello della concentrazione. Volevo focalizzare la mente sulla realtà, essere completamente presente a me stessa, il Pilates richiede concentrazione. E mentre ti concentri ed esegui fluidamente i movimenti, che io leggo come un mix di yoga e danza, sudi quel tanto che basta a farti sentire soddisfatta del lavoro fisico e mentale svolto in quei 50 minuti.
Volevo amare me stessa e migliorarmi, il Pilates mi aiutava a farlo.

A novembre sono arrivati i giorni corti, le piogge torrenziali, il freddo e io ho smesso di andare in palestra, come da copione.
Invece di forzarmi, nel momento della messa alla prova mi sono ripiegata su me stessa, dopo il lavoro ho ricominciato a vagare con la mente e a dormire invece di uscire.
“Sono fatta così” non è una buona scusa, io però sono fatta proprio così, d’inverno muoio.

Primavera, ancora pioggia ma almeno c’è la luce.
Sono tornata in palestra, due settimane e di nuovo il mio corpo ha beneficiato di quei 50 minuti di esercizio lento e focalizzato.
Adesso che siamo a metà giugno restano solo altre cinque lezioni. Purtroppo le palestre non seguono il mio ritmo biologico, mentre gli istruttori vanno in vacanza io vorrei aumentare il numero delle lezioni, raddoppiarne la durata. Il dramma, per così dire, è che non ho uno spazio adatto a praticare Pilates per conto mio, c’ho provato a farlo in casa, ma ho bisogno del rito: preparare la borsa, uscire, fare quel preciso percorso a piedi, cambiarmi, sistemare il tappetino e seguire la classe.
Anche se non sono mai pienamente a mio agio con le altre persone, queste mi servono per essere costante, mi ancorano alla realtà.

Tornare a scrivere

La scorsa settimana sono stata a un incontro sulla “scrittura emotiva”.  Non sapevo cosa aspettarmi, chi sarebbero stati gli altri partecipanti o cosa avrei dovuto fare, ma ci sono andata perché “scrittura” ed “emotiva” sono due parole che ho sempre associato a me stessa. Anche se ormai da alcuni anni scrivo solo per lavoro, scrivo per pubblicizzare prodotti che spesso non comprerei e ritengo o inutili o troppo costosi. Scrivo arricchendo i testi di aggettivi luccicanti come specchietti al sole caldo di un desiderio che dev’essere solo stimolato un po’ per accendersi.
Ho scritto alcuni blog, da sola e in collaborazione con altre persone, più prolifiche di me. A volte la prolificità degli altri mi ha bloccata, ero ammirata dalla loro capacità di organizzare i pensieri puntualmente ogni giorno in un testo lungo. Disciplina o urgenza e amore.
Facebook ha modificato il nostro modo di interagire e leggere in internet. Nessun altro social network ha cambiato tanto radicalmente la nostra scrittura e lettura, nemmeno i pochi caratteri di Twitter, i quali rimandavano comunque ad articoli ben più lunghi, che animavano ancora i blog. La pratica di leggere solo i titoli dei giornali è diventata prassi anche per chi potrebbe approfondire, ma preferisce scorrere la home in cerca di un nuovo feed.
No che non penso alla fine della parola scritta, no, cambia il mezzo, cambia il modo in cui organizziamo le parole, ma le parole non possono finire, almeno fino a quando saremo qui. Finirà Facebook, anche se cerca di concentrare in sé stesso tutta l’esperienza che le persone possono fare del web. Un nuovo modo di comunicare in rete, dopo i vlog e gli status, arriverà.
Rubo tempo al lavoro per tornare a scrivere qui dopo mesi di silenzio. Dalla scorsa estate ho messo nelle mani di Instagram gran parte delle cose che avrei voluto dire, in forma di immagine. Adesso sento il bisogno di tornare a scrivere, non so quanto sia profondo, forse è la bella giornata, forse il buon libro che ho letto recentemente, oppure quell’incontro di scrittura emotiva, che mi spingono a cercare qualcosa in più. So che sento questa spinta e mi sembra giusto tenerne traccia qui, nel mio angolo di web.