Il gioco dell’amore e del caso

Il gioco dell’amore e del caso

Il gioco dell’amore e del caso è una commedia scritta da Marivaux nel Settecento, basata sullo scambio dei ruoli. Un’opera giocata sull’innamoramento e la ricerca dell’autenticità, attraverso il mascheramento.
Stasera al Teatro Tram l’ho vista in una riduzione di Mirko Di Martino con in scena, tra gli altri, Antonio Buonanno, attore ora noto al grande pubblico per aver interpretato il padre di Lila bambina in L’amica geniale.

Inizia il nuovo anno con leggerezza.

Il gioco dell’amore e del caso
di Pierre De Marivaux
adattamento e regia di Mirko Di Martino
con Antonio Buonanno, Antonella Liguoro, Tommaso Sabia, Alessia Thomas, Gabriele Savarese
aiuto regia Titti Nuzzolese
costumi Annalisa Ciaramella
assistente alla regia Elena Paoletti
produzione Teatro dell’Osso e Teatro TRAM

Macbeth – lettura e analisi del testo, con un augurio

Macbeth – lettura e analisi del testo, con un augurio

Nel momento del saluto, alla fine dei tre giorni di lettura e analisi di Macbeth di William Shakespeare, organizzati al Teatro Tram da Mirko Di Martino, avevamo la gioia negli occhi, perché è stata un’esperienza piena, bella e soddisfacente. Questo grazie soprattutto a Mirko che non si è risparmiato, ma anche alla passione di ogni partecipante che con le proprie domande, ipotesi e affetto ha reso interessante il confronto.
Perché Macbeth dice questa cosa?  lo dice sinceramente o mente, se mente a chi mente? perché Macduff poteva immaginare ciò che sarebbe accaduto quando è scappato o no? se poteva il suo dolore è sincero? Cosa significano le parole di questa formula? Cosa rappresentano queste visioni?
Certe domande ce le facciamo di norma nella nostra testa, nel silenzio delle nostre letture e riflessioni solitarie, ma se i gruppi di lettura on line fioriscono spesso, perché non leggere a teatro? perché non condividere con altri il gusto dell’analisi, della ricerca, del perché?

Di quante attività possiamo dire che sono piene, belle e soddisfacenti?
Alla possibilità di prendersi tre pomeriggi di seguito per leggere e analizzare Macbeth, seduta a un lungo tavolo con altre undici persone che hanno potuto ritagliarsi quel tempo, tra obblighi e piaceri concorrenti, associo la parola privilegio. In genere considero un privilegio ogni attività non destinata al puro e semplice sostentamento,  specialmente se la pago (ma le attività finalizzate al sostentamento non sono spesso, loro stesse, un privilegio?). Rendersi conto che questo piacere è un privilegio significa, per me, anche pensare a come rendere accessibile al maggior numero di persone, non privilegiate, attività ludico culturali di qualità. È egoistico se vogliamo, quante più persone partecipano tante più occasioni ci saranno e più piacere ne ricaverò io. Quindi che nessuno pensi alla bontà d’animo legata al Natale o alla filantropia, musei e teatri pieni, concerti e incontri di lettura partecipati e condivisi, gruppi di collage, pittura e tutto ciò che si fa con il corpo, la mente è una parte del nostro corpo e l’intelletto è materia,  rendono la mia vita migliore. Se tutte le persone si trovassero al 30 dicembre con dentro la sensazione di aver partecipato a qualcosa di pieno, bello e soddisfacente, allora vivrebbero meglio.
Il piacere è un’ancora, è educativo, è potere. Chi vive meglio, avendo questo tesoro dentro di se, crea relazioni migliori, quindi ne ricaviamo tutti e tutte qualcosa di buono. Ancora fare comunità è una forma di egoismo sano.

Macbeth lo sa, non solo non trae gioia dai suoi gesti, ma ciò su cui medita, uno dei temi maggiori della tragedia, è la solitudine in cui si è cacciato con le sue azioni, il deserto in cui è bestia sanguinaria. Individuo senza comunità.
La solitudine però non è ineluttabile, se ci appare come tale è perché ci siamo convinti, attraverso le nostre fantasie violente, violente verso noi stessi e gli altri, che sia così.

Con l’augurio di un nuovo anno civile in cui la solitudine lasci il posto al piacere della condivisione, il privilegio alla possibilità della partecipazione.

Le figure dei sogni. Marionette, burattini, ombre nel teatro di figura cinese al MANN

Le figure dei sogni. Marionette, burattini, ombre nel teatro di figura cinese al MANN

Uno dei metodi che adotto per superare le festività natalizie senza troppi traumi è quello di usare i giorni di vacanza per visitare le mostre in città. In questo momento e fino al 21 gennaio al Museo Archeologico Nazionale di Napoli c’è una piccola ma deliziosa mostra sui burattini cinesi, il teatro di figura cinese, una tipologia di teatro che ho apprezzato per la prima volta veramente a Lisbona qualche anno fa, città che per la sua storia ha avuto numerosi contatti con l’Asia.
A volte bisogna andare lontano per apprezzare qualcosa di vicino, a Napoli abbiamo le Guarattelle, certo, in Sicilia ci sono i Pupi, ma la scintilla d’amore si è accesa tra museo di Etono-antroplogia e Museu da Marioneta nella capitale portoghese.
A dirla tutta ho fatto esperienza del teatro delle ombre durante un corso di animazione anni fa, per costruire la storia utilizzammo le carte di Propp, le usammo anche per il Kamishibai (un’altra magia orientale), poi disegnammo e ritagliammo i cartoncini delle figure, del paesaggio e degli oggetti, fu un’esperienza affascinante che mi porto dentro, che spero di ripetere prima o poi, e mi fa guardare con meraviglia a quest’arte.

La mostra al MANN espone 92 burattini appartenenti alla collezione privata di Augusto Grilli, già presenti al MAO di Torino, si tratta di burattini a stecca e a guanto di fine XIX e inizio XX secolo, più qualche figura del teatro delle ombre, pochi pezzi che rappresentano una tradizione antichissima e ricca di storie, tra di esse a esempio c’è il famoso Viaggio in occidente, storia classica della letteratura cinese attribuita a Wú Chéng’ēn.

marionette 2

Figure di sogno e di legno.

 

Pulcinella morto e risorto – Teatro Tram

Pulcinella morto e risorto – Teatro Tram

L’autore studiato Felice Sciosciammocca ci racconta di Pulcinella che pure da morto non riesce a trovare una collocazione e viene licenziato da Lucifero, costretto a tornare sulla terra per farsi una posizione, studia all’università, incontra il suo vecchio amore e, cosa accade? come inizia una storia è un problema, ma anche come finirla, come terminare questo racconto? se lo domandano Pulcinella e Felice Sciosciammocca intraprendendo un viaggio nel tempo, fino a un futuro buio e spaventoso, così il tempo si riavvolge e finalmente Pulcinella muore, più o meno, in pace.

Messa in scena divertente della maschera classica di Pulcinella che si interroga sull’identità e i tracciati di vita già segnati dalla società, con trovate d’effetto, il Vesuvio, le maschere, i simboli della partenopeità interpretati da attori energici e affiatati. Bell’esempio di commedia dell’arte anni Duemila.

Molto carino.
Foto scattate col mio cellulare senza flash e con schermo quasi del tutto oscurato per non infastidire gli attori.

Inauguro così la seconda categoria del blog, spettatrice, nella quale verranno inseriti gli spettacoli che vado a vedere a teatro, come faccio manualmente nelle cartelline con i depliant, le locandine e i biglietti, lo faccio da sempre, ne ho tantissimi. Non si tratta di recensioni, solo memorie.

Pulcinella Morto e Risorto, scritto e diretto da  Alessandro Paschitto
con Alessandro Paschitto (Felice Sciosciammocca, Lucifero), Raimonda Maraviglia (Carabiniere, Arcangelo Michele, Madre, FIdanzata), Mario Autore (Pulcinella)

al Teatro Tram di Napoli

L’emozione del primo post

Aprire un blog al tempo dei messaggi istantanei, degli sms che si cancellano in 24 ore, di snapchat e di ogni altra cosa appena nata che non conosco, ma che consente a chi la usa di scrivere veloce un’informazione e passare avanti, è una specie di sfida, perché significa scrivere in maniera più meditata, più o meno, ed è ovvio che se apri un blog lo fai per condividere ciò che scrivi con gli altri, altri che non conosci di solito ma che, speri, si interessino a ciò che dici.
Beh non ho la pretesa di dire chissà quali verità, vorrei solo raccontare di cose che mi piacciono, che mi interessano, anche tenere traccia delle riflessioni, vederle crescere magari. Non è la prima volta che apro un blog ma è la prima in cui mi regalo un dominio, dominio che parola dal gusto squisitamente medievale, il mio periodo storico preferito con tutti suoi colpi di scena, il laboratorio romano-barbarico, la nascita di un nuovo mondo, che è ancora in gran parte il nostro, la formazione delle lingue romanze e… ma questo non sarà un blog di storia medievale, potrebbe essercene un po’ ogni tanto, forse, hmm quello che sarà o proverà a essere lo dico nella pagina di presentazione.

Questo post serve a superare la paura della pagina bianca.

Ho ereditato dei canarini

Prima di ereditare dei canarini avevo un’idea diversa di questi piccoli uccellini colorati. I canarini in gabbia mi facevano pena, ovviamente, a Napoli si usa tenerli per deviare la malasorte su di loro, già questo è brutto, poi tenere in gabbia qualcuno dalla nascita è una violenza gratuita e crudele.
Queste piccole animelle che cantano disperate desiderando il cielo, posso liberarle? No, mi dicono che se li liberassi morirebbero nel giro di poche ore, mangiati dai gabbiani o schiacciati sotto un’auto, quindi me li tengo così, forse.
Da quando li ho ereditati la mia idea di loro è completamente cambiata, ho scoperto che i canarini sono dei grandissimi stronzi (e stronze), se sto di spalle mi chiamano, quando mi giro mi fissano con odio, lo fanno di giorno e di notte, quello che producono non è un gaio cinguettio ma un suono più gutturale, un gorgogliare profondo, non so se rendo l’idea.
Questi stronzi fanno così dalle prime luci dell’alba, certo ho provato a coprirli, un asciugamano, niente, un grembiule nero, niente, intravedono uno spiraglio di luce e mi chiamano, si abbassano a guardarmi da una fessura tra i lembi del panno, si accorgono che è giorno e strofinano il becco contro la gabbietta, mi giro, li guardo e loro smettono.
Probabilmente sono nevrotici, folli, vivere in quaranta centimetri per trenta non dev’essere divertente, certo. Poveri, forse li uccido.

Dame la mano

ieri sera ho visto una riproposizione di le serve di Genet, integrata con altri materiali, sopratutto musicali, di una regista che non conoscevo, Cora Herrendorf, non so se la conoscete voi. Perché ve lo dico? perché a parte lo spettacolo che è stato bello, per le attrici molto brave, il dopo mi ha lasciata molto perplessa. A parte che lo spettacolo è iniziato con mezz’ora di ritardo perché la regista ha voluto aspettare il critico che poi non poi non è venuto – che differenza con la mia disciplina teatrale, nell’Imprò non credo possa accadere questo! – dopo si è fermata a parlare col pubblico. Allora ha spiegato il senso della messa in scena: vuole parlare di donne e del loro rapporto, ma – attenzione – perché ci stanno ammazzando. Ha detto propri: ci stanno ammazzando e dobbiamo chiederci perché, mettere da parte un attimo il maschilismo e interrogarci su di noi.

M’ha lasciata alquanto perplessa. Questa signora di una cinquantina d’anni che ha partecipato al movimento femminista, suppongo tra Italia e Spagna, che pensa di parlare di relazioni tra donne, di violenza contro le donne, senza parlare di maschilismo!

Senza parlare di maschilismo ma scegliendo un testo di Jean Genet.

Ma poi ha affermo una cosa ancora più tragica che il teatro è femminile, che tutta l’arte è femminile, che il teatro è stato spesso dominato dagli uomini, ma è profondamente femminile e quando viene bene è perché anche l’uomo si è messo in contatto col femminile, a questo punto ho classificato il tutto come grandissima stronzata, dentro di me e al suo: non vedo le ragazze farsi domande e io sono ormai anni che me le faccio e sono pure stanca, ho pensato: maledetta.

Scrivo delle cose su Pane e Oro

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Il dono del pane e un treno di fragilità umana, una lunga tavolata e delle ciotole d’oro, è la mostra Pane e Oro di Mimmo Paladino al Made in Cloister a piazza Enrico De Nicola, accanto alla chiesa di Santa Caterina a Formiello, Napoli.
Ritrovo i suoi simboli e le sue ossessioni, la linea dei corpi, la materia.

Costo del biglietto 4 euro, 2 ridotto. Fino al 10 novembre 2018.

Visitata il 9 ottobre 2018.

Foto anche su Instagram, Lilla Rainbow.