Fuori

Fuori i ratti banchettano indisturbati qui è in atto il rito di ogni notte già da qualche notte.
Verso camomilla e veglio la pentolaccia, trenta bottiglie borbottano nella penombra Keren Ann sussurra qualcosa da certe vecchie cuffiette spellate e pericolose, ingannando l’attesa del giorno.

Acquazzone settembrino

Senza mezzi termini, piove. Piove come se dio (uno qualsiasi) avesse ordinato a tutti gli angeli (o altri impiegati suoi) di affacciarsi dalle nuvole e rovesciare catini d’acqua sulle teste della gente per lavarla, perchè non se ne poteva più di quella puzza d’essere umano accaldato che ti si spalma addosso quando sei in giro a piedi nei mercati, in autobus, in metropolitana, tra un palpeggiamento e un furto, ma così è peggio, che cerchi uno spiraglio d’aria boccheggiando verso l’alto sulle teste della ressa e l’unica cosa che trovi è il fiato gastritico di una signora dai capelli crespi e una caccola attaccata alla narice di un vecchietto dalla giacca di lana a quadretti il 25 settembre con 25 gradi segnati dal display della farmacia proprio lì fuori. Così all’uscita di casa di lavoro di scuola focalizzi, come fosse una apparizione divina, la sedia su cui hai lasciato l’ombrello che galleggia luminosa nella tua mente buia e tentenni sul dafarsi: uscire e docciarmi o restare quì sotto il portone e morire di fame? restare, tanto mò smette, ma non smette, allora uscire docciarmi per un tratto e spendere due euro nel negozio cinese per un ombrello che durerà un euro e cinquanta, scarpe calze e pantalone zuppi di acqua fetida nera con dentro della granella grigiastra, che sarà? Molecole aggregate, colonie schifide di epatite erpes leptospirosi alien? Appena arrivo a casa mi lavo col napisan misto ad alcol e acqua ossigenata (magari mi depila pure sta roba).

Le mie magie riescono sempre

Dallo schermo piove una luce lattea che mi scava sotto gli occhi creando pozze nere, poche parole prima di dormire o solo mettermi a letto e aspettare il mattino, come spesso mi capita. Quì, sotto al mio palazzo al centro del caldo maleodorante di metà settembre, scorre un fiume senz’acqua: prive di una cadenza regolare le auto sfrecciano ferendo la notte con musica violenta di bassi che penetrano a fondo a volume elevato, poi torna un silenzio che chiamano silenzio ma silenzio non è, un borbottio sommesso, la vita nella metropoli rallenta a tratti sussurra, ma non si ferma.
La gioia stasera ha abbondato indondandoci dal telone brillante animato di flutti corsari viscidi mostri impavidi destinati a eternità sottomarine, dilagando su candide spiagge. Ridevo e ridevo di più nel vederti ridere di gusto ridevo di gioia, ti ho amato tantissimo perchè la chiave dell’amore è l’unione. Abbiamo atteso la fine dei titoli di coda, mi piace uscire per ultima, lasciare la sala vuota mi infonde una insospettabile pace, spingendo la porta ho formulato un incantesimo avventato ‘adesso saremo catapultati in una diversa dimensione’.
Le mie magie riescono sempre. Piegando il volante ho agirato ostacoli e messo in fuga coppiette avvinte nell’ombra soffusa di quegli immensi parcheggi depredati dalla notte irreale dei loro piccoli diurni abitanti, i cani scodinzolavano inseguendoci. Un desiderio represso, no, appena suggerito, mi è scivolato dalle labbra galleggiando tra noi, sospeso speranzoso di vedersi accolto si è dissolto sulla rampa d’accelerazione come fumo contro un corpo inatteso mentre i segnali ci venivano incontro alternandosi ai vuoti del paesaggio intrinso di gas.

Chiedi alla polvere

Mi sono domandata: “Perchè fare un film su Chiedi alla polvere per straziarne il significato?” Di Arturo Bandini che amava uomini e animali dello stesso amore ma era un inetto, un supponente che solo grazie a un paio di colpi di fortuna e uno scafato editore riesce a tirare del buono da ciò che scrive, perseguitato da se stesso e da un credo religioso che è superstizione infantile più che fede di adulto, del sognatore lunatico di Fante cosa resta in questo film lungo ed eccessivamente colorato(va bene che c’è polvere ma tutto dello stesso colore no però!)? Niente. Bandini si trasforma in un piccolo eroe (un simpatico) all’interno di una schizofrenica e interraziale storia d’amore con Camilla Lopez, personaggio moderno, forte, nel libro che si trasforma in una pazza isterica, una sconclusionata nel film dove le azioni appaiono prive di qualsiasi significato, vuote e ingiustificate, e le battute tratte dal libro buttate a casaccio così giusto per giustificare il titolo, per non parlare di ciò che hanno fatto al mio personaggio preferito: Vera!
Il regista (uno che Fante persino lo conosceva, a quanto pare, e ne è appassionato) decide di soffermarsi sulle banalità più che sulle idee importanti del libro e taglia fatti portatori di significato come lo scambio di danaro con sua madre, ciò che non accade sulla spiaggia, ciò che accade nell’armadio, ciò che fa Bandini dopo il terremoto e come poi racconta l’accaduto, etc ; laddove gli pareva che la storia zoppicasse (!?!?!?) poi inventa di sana pianta (addirittura il finale), inventa cose improbabili, incoerenti con la natura dei personaggi che dopo i primi 10 minuti diventano solo piatte figurelle. Mi sono persino appisolata.

Mi scusi ho sbagliato numero. Buon compleanno a chi?

In programma c’era un compleanno da festeggiare ieri sera, ma non sempre i programmi vengono rispettati poiché, spesso, i motori cedono e la frizione si brucia. Qualcosa è cambiato, ho pensato che certe telefonate somigliano più a:”Mi scusi ho sbagliato numero”, che a:”Vorrei che fossi qui”. E i treni deragliano, viaggiare sul mulo era più sicuro, ma questa è la crescita si dice, questa è l’età adulta. Nell’inconveniente mi sei mancata moltissimo, noi abbiamo ripiegato su una cena all’aperto, in strada, proprio qui vicino a casa mia. Ti volevo dire che qualcosa è cambiato, mentre il tifo agitava i camerieri un ambulante si aggirava tra i tavoli sul marciapiedi, non un alito di vento tra le fioriere e i frutti di mare erano freschissimi e il suo sguardo dolcissimo. Oggi è ancora domenica di requie. Buon compleanno a chi?

lattee ranuncole

Poi una gran confusione, davvero, di silenzi e accadimenti. Una specie di piccola ansia cresciuta nel bagliore opalescente dei mattini ovattati di quest’inverno freddo e umido, notturne ambientazioni, superfici di ghiaccio lame una armatura possente. Assente nei moti e nelle coscienze, un desiderio troppo grande che non si spegne. Fuori adesso mi acchiappa mi divincolo ma incespico, cado al suolo, soffici filamenti verdi come capelli attutiscono il colpo lattee ranuncole mi accarezzano le carni e uno scricciolo curioso allarma trillando il sottobosco, un fremito, mi lascio afferrare per le caviglie, mi attorciglio alle radici.

Dopo le coliche d’ira le mani tremano

Lo nuvole fumose schermano il sole, la maglia a righe rosse e blu è leggera, una velina arancio si alza da terra e i gatti di stoffa non miagolano mai e il mare si intiepidisce e ciò che cerco è tutto quì dentro di me. Le immagini patinate delle riviste di moda ci catapultano in una felicità in posa che ci circonda per centocinquanta pagine per poi abbandonarci alle ariditò del quotidiano, depliant di paesi mai visitati. Alla parola sentire piango. Il soffritto nella padella profuma. Le gentilezze non torneranno mai più, cerco di contenere una emorragia che mi costringe a casa da due giorni e alla parola tempo piango, sempre. Ho nascosto tutti gli orologi e non rispondo più al telefono. Riso, mescolare peperoni pomodoro salsa tabasco e timo. Le paste di mandorla erano così dolci occhi neri che ho dovuto bere un pò di veleno per non ammalarmi, non ci sono ferie o malattie pagate qui, a sorsi brevi la vità è diluita nel tempo. Prezzemolo e gamberetti sbollentati. Dopo le coliche d’ira le mani tremano, un senso di smarrimento, spolverare di pepe e sale. Ho bisogno di abitarmi e servire immediatamente a qualcosa.

era la mia casa


Fino a tre anni fa il sabato mattina in facoltà c’erano i seminari dedicati alla parte istituzionale dei programmi d’esame, le aule di musica erano aperte e c’era il coro che provava, c’era un ragazzo che veniva a suonare il sax nel cortile, il numero di studenti era minore rispetto al pieno dei primi tre giorni della settimana ma era bello vivere l’università così, sedersi al sole a leggere, mi sentivo sempre a casa. Adesso la didattica è dimezzata e il portoncino il sabato è socchiuso, gli studenti divorano gli anni d’università per restare alla fine delusi, l’intero edificio è vuoto, solo i giardinieri e gli addetti alle pulizie ci lavorano, e se ti fai un giro sei guardato con sospetto.