io non dormo mai.
Fuori
Fuori i ratti banchettano indisturbati qui è in atto il rito di ogni notte già da qualche notte.
Verso camomilla e veglio la pentolaccia, trenta bottiglie borbottano nella penombra Keren Ann sussurra qualcosa da certe vecchie cuffiette spellate e pericolose, ingannando l’attesa del giorno.
Acquazzone settembrino
Mettere a frutto
Le mie magie riescono sempre
Chiedi alla polvere

Mi scusi ho sbagliato numero. Buon compleanno a chi?
lattee ranuncole
Poi una gran confusione, davvero, di silenzi e accadimenti. Una specie di piccola ansia cresciuta nel bagliore opalescente dei mattini ovattati di quest’inverno freddo e umido, notturne ambientazioni, superfici di ghiaccio lame una armatura possente. Assente nei moti e nelle coscienze, un desiderio troppo grande che non si spegne. Fuori adesso mi acchiappa mi divincolo ma incespico, cado al suolo, soffici filamenti verdi come capelli attutiscono il colpo lattee ranuncole mi accarezzano le carni e uno scricciolo curioso allarma trillando il sottobosco, un fremito, mi lascio afferrare per le caviglie, mi attorciglio alle radici.
Dopo le coliche d’ira le mani tremano
era la mia casa
Fino a tre anni fa il sabato mattina in facoltà c’erano i seminari dedicati alla parte istituzionale dei programmi d’esame, le aule di musica erano aperte e c’era il coro che provava, c’era un ragazzo che veniva a suonare il sax nel cortile, il numero di studenti era minore rispetto al pieno dei primi tre giorni della settimana ma era bello vivere l’università così, sedersi al sole a leggere, mi sentivo sempre a casa. Adesso la didattica è dimezzata e il portoncino il sabato è socchiuso, gli studenti divorano gli anni d’università per restare alla fine delusi, l’intero edificio è vuoto, solo i giardinieri e gli addetti alle pulizie ci lavorano, e se ti fai un giro sei guardato con sospetto.
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