Poi una gran confusione, davvero, di silenzi e accadimenti. Una specie di piccola ansia cresciuta nel bagliore opalescente dei mattini ovattati di quest’inverno freddo e umido, notturne ambientazioni, superfici di ghiaccio lame una armatura possente. Assente nei moti e nelle coscienze, un desiderio troppo grande che non si spegne. Fuori adesso mi acchiappa mi divincolo ma incespico, cado al suolo, soffici filamenti verdi come capelli attutiscono il colpo lattee ranuncole mi accarezzano le carni e uno scricciolo curioso allarma trillando il sottobosco, un fremito, mi lascio afferrare per le caviglie, mi attorciglio alle radici.
Dopo le coliche d’ira le mani tremano
era la mia casa
Fino a tre anni fa il sabato mattina in facoltà c’erano i seminari dedicati alla parte istituzionale dei programmi d’esame, le aule di musica erano aperte e c’era il coro che provava, c’era un ragazzo che veniva a suonare il sax nel cortile, il numero di studenti era minore rispetto al pieno dei primi tre giorni della settimana ma era bello vivere l’università così, sedersi al sole a leggere, mi sentivo sempre a casa. Adesso la didattica è dimezzata e il portoncino il sabato è socchiuso, gli studenti divorano gli anni d’università per restare alla fine delusi, l’intero edificio è vuoto, solo i giardinieri e gli addetti alle pulizie ci lavorano, e se ti fai un giro sei guardato con sospetto.
senza fiamma
Le risate di pancia, col loro solletico ci avvicinavano, mi baciavi le guance come se assaggiassi un dolce riempiendo, solo la punta del cucchiaino. Ho pensato: questi baci tra tre ore li sentirò ancora scendere in gola come un amarostico, una medicina per il mal di tempo, per il mal di te, come quella per il mal di testa con gli occhi al soffitto ingiallito, eccomi impigliata lassù, in quel lampadario a nido di canapa intrecciata, senza fiamma . Lo osservo incerta del suo significato, è instabile, un uccellino solitario potrebbe viverci lì dentro, capisco, ci vivo io, da quasi dieci anni sospesa su questo letto dell’infanzia perduta, nella penombra morbida dei lumini sui comodini, la radiosveglia di plastica bianca e qualche ninnolo sopra i centrini di macramè, con un filo di voce nella notte, mi mangi a morsi avvolgendmi in un bozzolo i tuoi fili di saliva, ciò che ne resta, vieni alle incertezze e alle fughe dei tuoi occhi e nelle tue mutande. Le mani sul viso, il piacere è confuso e colpevole, il mio nome si affaccia alla coscienza quando meno te lo aspetti. Ho disegnato la mia iniziale col dito sul vetro appannato del tuo parabrezza tante volte, ho pigiato bene perché non fosse superficiale, perché restasse l’impronta dei miei polpastrelli a lungo così che sedendosi al mio posto chiunque la vedesse a certo punto.
Un vuoto dentro a stare chiusa.
Che scoppiasse una rivoluzione. Sentire qualcosa.
Un rossore nuovo sulle guance, che fosse inizio.
silenzio sul fondo anche deglutire è un gesto solenne
Chiedi alla polvere
Avevo appena cominciato a scrivere che udii dei passi nel corridoio e capii che stava tornando. Mi precipitai a spegnere la luce, ma era ormai troppo tardi; doveva averla vista filtrare sotto la porta. Quando bussò, non risposi. Bussò di nuovo, ma io rimasi seduto a fumare. Allora cominciò a tempestare la porta di pungi e minacciò di prenderla a calci e di non smettere per tutta la notte se non le avessi aperto. Mollò il primo calcio che eccheggiò come una esplosione nell’edificio cadente; mi alzai di scatto e aprii. – Caro!- esclamò, tendendomi le braccia. – Accidenti!-le dissi. – Adesso esageri. Non capisci che mi hai stufato? – Perchè mi hai lasciata? – mi domandò. – Come hai potuto farmi una cosa simile? – Avevo un altro impegno. – Oh tesoro, – mi disse. – Non dovresti mentirmi. – Sciocchezze. Si avvicinò alla macchina da scrivere e. come l’altra volta, strappò il foglio. Sopra non c’era che qualche frase, il mio nome ripetuto più volte e dei versi isolati. Questa volta il suo viso si illuminò. – E’ splendido! – esclamò. – Sei un genio! Il mio tesoro è pieno di talento! – Ho molto da fare, – risposi. – Ti spiacerebbe andartene? Sembrava che non mi avesse sentito. Si sedette sul letto, si slacciò la giacca e fece dondolare i piedi. – ti amo, – disse. – Sei il mio tesoro e farai l’amore con me. – Un’altra volta, – le dissi. – Adesso sono stanco. Mi arrivò una zarfata di quel suo odore di saccarina. – Non sto scherzando, – le dissi. – Penso che faresti meglio ad andartene. Vorrei evitare di doverti sbattere fuori. – Sono così sola, – mi confidò. Diceva sul serio. Assieme alle sue parole, sgorgò da lei un fiotto di sofferenza, un groviglio buio, che mi fece vergognare della mia durezza. – Daccordo, – le dissi. – Chiacchieriamo pure un pò. Presi la sedia e mi sedetti a cavalcioni, con il mento appoggiato allo schienale, mentre lei si accovacciava sul letto. Era meno ubriaca di quel che pensassi. C’era qualcosa che non andava in lei, ma non era l’alcol, e io volevo scoprire di cosa si trattava. Si mise a parlare con aria allucinata. Mi disse il suo nome; si chiamava Vera. Faceva la governante in una famiglia di ricchi ebrei di Long Beach, ma era stanca del suo lavoro. Era scappata dalla Pennsylvania perchè il marito l’aveva tradita. Quel giorno era venuta in gita a Los Angeles e mi aveva visto in un ristorante, all’angolo tra Olive Street e la Seconda. Mi aveva seguito fino al mio albergo perchè i miei occhi “le avevano trafitto l’anima”. Ma io non mi ricordavo di lei, anzi, ero sicuro di non averla mai vista in vita mia. Dopo aver scoperto dove abitavo, era tornata da Solomon e si era ubriacata. Aveva continuato a bere per tutto il giorno, ma solo per trovare il coraggio di venire in camera mia. – So che provi ripugnanza per me, – mi disse. – sai delle mie cicatrici e dell’orrore che porto addosso, nascosto sotto i vestiti. ma devi cercare di non pensare alla bruttezza del mio corpo, perchè il mio cuore è buono. Davvero, sono buona, e non merito il tuo disgusto. Rimasi senza parole. – Perdona il mio corpo! – esclamò. Poi mi abbracciò, con le guance inondate di lacrime. – Pensa alla mia anima, – disse. – E’ così bella, la mia anima, e può darti tanto! …
John Fante
Chiedi alla polvere che non mi piaceva molto fino a pagina 107, dove arriva Vera.
Valentino
A quindici anni con la testa piena di favole e romanticherie mi vestii di rosso e, con gli orecchini a cuore, andai a scuola sognando un sanvalentino abbracciata al mostriciattolo di cui ero innamorata, lui non mi cagava nemmeno di striscio e tornai a casa sospirando.
A venti anni sanvalentino è stato un enorme leccalecca a forma di cuore, nella baita c’erano 30 gradi e fuori nevicava, fù divertente noi due da soli con le oche sul laghetto ghiacciato e quel micio che grattava alla porta infreddolito.
A quasi 30 anni non ho bisogno di un giorno preciso per amare e la tua compagnia è come il cioccolato fondente, ‘ché il vero gusto dell’amore è amaro.
Stasera Capossela ore 21 Avellino, dice concerto per soli innamorati e male accompagnati(cit.)
Alba di mezzogiorno
Trafelata prepara il pranzo di ritorno dal mercato, il rumore delle stoviglie che cozzano in cucina è lontano e attutito dalle coperte pesanti che mi coprono come un guscio contro il nuovo sole di lunedì. Lingue di luce sul letto sparpagliati libri e vestiti che faccio cadere stendendo le gambe, mi sono riaddormentata dopo un tremendo incubo avvolta nello scialle a fantasia peruviana e la lucetta accesa, non è bastato girare il cuscino per scacciarlo.
Domani arriva sempre inopportuno e le sue parole d’amore dovrebbero consolarmi ma io non riesco a provare che pena.
Le persone camminano tenendosi sotto braccio, sembrano vivere con facilità, si lasciano trasportare dalla vita stessa. Chi ha un cuore pesante resta fermo a farsi battere dal vento. Sul pavimento una pila di libri e cd ai quali non so trovare posto, nei quali inciampo quando squilla il telefono e mi alzo, scalza, addosso solo lo scialle e la t-shirt stampata touch me sul cuore, rispondo: pronto, mia madre allegra dice dalla cornetta che le sue analisi sono apposto che tornerà tardi da lavoro, chiede se dormivo. No ero sveglia ti voglio bene.
Adesso che sono qui e le piante sono verdi e il sole è giallo, mi domando: perché sono rimasta così a lungo a letto? Non è poi così difficile stare in piedi. Ritorno per infilare le pantofole, recuperare qualcosa da mettere, le lenzuola di flanella sono tiepide, fin qui arriva l’odore del soffritto di cipolle e pancetta.
Domani c’è una festa di compleanno
Il cinguettio degli uccelli, il tombino col suo suono secco di pietra e ferro, le campane registrate su nastro a ogni ora. Le dita fredde. La pelle stanca. Domani c’è una festa di compleanno.
Il suo fiato
Giro intorno al tavolo per apparecchiare, immergo le mani nella bacinella colma d’acqua calda e detersivo per i piatti, l’azzurro sfuma nel violetto. Sono ancora la sua consolazione la sua gioia. Sono la vita immaginata e fatta carne. Sono sua figlia. Respiro. Sono anche il suo fiato.
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