The Cure – Friday I’m In Love

Hey gente è venerdì! Forza uscite dai vostri uffici, se ne avete uno, mollate il vostro noiosissimo lavoro, se ne avete uno, e venite con me a …non fare niente di speciale.
Erano anni che non sentivo tutta questa gioia insensata per il venerdì, in quegli anni pure “lavoravo” full time, ma nel fine settimana, diversamente da oggi, ero in love. Questo blog già faceva parte della mia vita.
In questi anni, a metà del primo decennio dei Duemila, nel fine settimana fisso il soffitto dicendo a me stessa che riuscirò a superare il fine settimana e ad arrivare al lunedì sana e salva.

Adesso però canto.

I don’t care if Monday’s blue
Tuesday’s grey and Wednesday too
Thursday I don’t care about you
It’s Friday I’m in love

Monday you can fall apart
Tuesday Wednesday break my heart
Thursday doesn’t even start
It’s Friday I’m in love

Saturday wait
And Sunday always comes too late
But Friday never hesitate…

I don’t care if Mondays’s black
Tuesday Wednesday heart attack
Thursday never looking back
It’s Friday I’m in love

Monday you can hold your head
Tuesday Wednesday stay in bed
Or Thursday watch the walls instead
It’s Friday I’m in love

Saturday wait
And Sunday always comes too late
But Friday never hesitate…

Dressed up to the eyes
It’s a wonderful surprise
To see your shoes and your spirits rise
Throwing out your frown
And just smiling at the sound
And as sleek as a shriek
Spinning round and round
Always take a big bite
It’s such a gorgeous sight
To see you eat in the middle of the night
You can never get enough
Enough of this stuff
It’s Friday I’m in love

I don’t care if Monday’s blue
Tuesday’s grey and Wednesday too
Thursday I don’t care about you
It’s Friday I’m in love

Monday you can fall apart
Tuesday Wednesday break my heart
Thursday doesn’t even start
It’s Friday I’m in love

Ebola

“Ebola” by André Carrilho

Sull’ebola arrivano informazioni confuse, i media cominciano a occuparsene in modo massiccio solo perché ha colpito i bianchi. Fino a oggi le centinaia di morti arficane non hanno riscosso grande successo, sono servite solo come spauracchio dei razzisti contro i migranti e i rifugiati.

Emblematico è il modo in cui è stato gestito il contagio di Teresa, l’infermiera spagnola. La fine che hanno fatto fare al povero Excalibur, senza avere nemmeno la certezza che fosse contagiato e contagioso.

Ho più paura di noi nord occidentali che dell’ebola in sé.

Tavolini da caffè

Tavolino Ikea Lack, foto presa da Google
Tavolino Ikea Lack

Sto diventando insofferente ai tavolini da caffè Ikea, quelli quadrati, mi pare si chiamino Lack. Non li sopporto più. Anche io ne ho uno in casa, sia chiaro, come quasi tutte le persone che, almeno una volta, si sono fatte tentare dal design essenziale e dall’economicità dei mobili Ikea.
Sono ovunque, dal negozio di parrucchiere allo studio del medico, dagli asili ai programmi tv, specialmente nelle soap opera. Sono nelle case di vacanza e in quelle da studenti, non mancano in casa della gente ricca che li usa sul balconcino di servizio.
Secondo Wikipedia eng. i primi tavolini da caffè sono nati in Europa durante l’età vittoriana, in Gran Bretagna quindi, quando si diffuse la moda del caffè, derivata dall’Impero Ottomano. Il primo tavolino con questa specifica destinazione d’uso lo avrebbe disegnato Edward William Godwin nel 1868, architetto e arredatore,  ma sono esistiti altri tavoli, di norma più alti e utilizzati anteriormente, per il tè. Se avete a disposizione undicimila euro Christies.com ne vende uno di Goodwin.

La fonte di Wikipedia è thecoffeetable.co.uk, affascinante sito inglese in cui si narrano proprio i tavolini da caffè, la loro storia ed evoluzione.

Il tavolino disegnato da Goodwin, la foto è presa da christies.com
Il tavolino disegnato da Goodwin, fonte Christies.com

Sono certa che oggi esistano, proprio qui, vicino a noi, altri tavolini da caffè altrettanto economici o solo un po’ più cari, di due o tre euro, rispetto a quello di Ikea, ma molto più belli. Quella forma quadrata, quelle gambotte distanziate come se stesse sbracato, ma senza scioltezza, privo di fantasia, è ormai intollerabile.  Perché lo abbiamo accettato nelle nostre case? perché lo abbiamo comprato tutti?
Sarebbe bello se ognun si facesse fare il tavolino da caffè unico e personale.
Serebbe bello se tornassimo ad avere personalità, anche a partire dal tavolino da caffè.

Non avevo capito niente, Diego De Silva

Non avevo capito niente
Non avevo capito niente

Diego De Silva
Einaudi
2007, 309 p., brossura

Questa è la storia di Vincenzo Maliconico, avvocato di scarso successo, diviso tra una casa arredata con mobili Ikea e uno studio condiviso con altri professionisti, di imprecisa definizione e fortuna. Mollato dalla moglie, con la quale continua, di tanto in tanto, a fare sesso, cerca di mantenere un buon rapporto con i complicati figli adolescenti. Vincenzo Malinconico si sente sempre inadeguato, incapace, ogni vittoria della sua vita gli appare come un grandissimo colpo di fortuna, in un mare di sfiga. Due fatti (per lui) incredibili, interrompono il piagnisteo della sua autocommiserazione, l’incarico per la difesa di Mimmo ‘o Burzone, un becchino di camorra, e l’interesse romantico di Alessandra Persiano, la più bella del tribunale.

Le riflessioni digressive del personaggio principale, nonché voce narrante, vere protagoniste del romanzo, costruiscono un mondo buffo, nostalgico, fatto di ingiustizie e solitudini, che il più delle volte fa ridere per non piangere.

Superate le prime 25/30 pagine il libro corre leggero verso la fine.

Di compagnia.

Recensione postata anche su Anobii qui.

Destinação Lisboa #3 Céu da Mouraria espera por mim!


Os teus mistérios, Lisboa
São, as pombas que ainda há…

Quando ho aperto questo blog, nel 2005 su Splinder, c’era un sottofondo musicale, come si usava una volta nei siti internet. Si può parlare di “una volta” ormai. La musica di sottofondo di questo blog era A andorinha da primavera dei Madredeus. L’anno successivo ho assistito a un concerto dei Madredeus a Napoli. Erano ospiti della Notte Bianca e si esibirono al parco Virgiliano, dove ho trascorso questo 25 aprile, su un prato soleggiato, con un’amica a chiacchierare, pensando ai garofani.
Tra poco più di tre mesi sarò a Lisbona e scriverò da lì, ancora, questo blog.
Ieri ho dato l’anticipo per la stanza. L’ho trovata grazie a un incontro su facebook, nel gruppo Italiani a Lisbona. Non ho idea di chi sia l’affittuario, prima di fare una ricerca in internet con nome, cognome e pochi altri dati che avevo su di lui, avevo già detto di sì. Mi sono lanciata, speriamo di non urtare con troppa violenza contro il suolo.

Dalla fantasia alla realtà:

#1 comprare i biglietti aerei;

#2 comprare i biglietti del treno;

#3 trovare un alloggio.

 

 

 

Destinação Lisboa #2 um trem para Roma

Seconto step. Ho prenotato il biglietto del treno per Roma, quello per il giorno in cui volerò a Lisbona. Ho preso il primo treno Italo disponibile, anche se parte all’alba, perché temo un contrattempo, un ritardo, un mio errore. Voglio arrivare con largo anticipo. Al rientro prenderò un regionale, per tornare lentamente.

Dalla fantasia alla realtà:

#1 comprare i biglietti aerei;

#2 comprare i biglietti del treno;

#3 trovare un alloggio.

My Favorite Things (Album di John Coltrane)

My Favorite Things è un disco suonato e inciso da John Coltrane, qui al sax soprano, accompagnato dal suo quartetto storico formato da McCoy Tyner al pianoforte, Steve Davis al contrabbasso, Elvin Jones alle percussioni.
Comprende le tracce:

  1. My Favorite Things (Richard Rodgers) – 13:41
  2. Everytime We Say Goodbye (Cole Porter) – 5:39
  3. Summertime (George Gershwin) – 11:31
  4. But Not For Me (George Gershwin) – 9:35

Fu pubblicato con l’etichetta Atlantic Records nel 1961 ed è un pilastro della musica jazz.
Oltre a tutto ciò, è anche uno dei miei album preferiti in assoluto. Rimando a Wikipedia IT|EN, per conoscere qualcosa di più “storico” sull’album e sulla titletrack IT|EN.
Per quanto mi riguarda possono solo dire che è, per me, energizzante e avvolgente, quando lo ascolto mi sento abbracciata da un luce positiva, confortante e calda. Mi spinge a muovermi, a pensare creativamente, a essere fiduciosa verso ciò che sto facendo e, soprattutto, a riflettere su ciò che di buono c’è nella mia vita.
Per chi la desidera, qui c’è una spiegazione molto più tecnica e approfondita.

La mia paura sono io

Mi addormento pensando: domani ce la farò. Al mattino lotto contro la coscienza: se mi sveglio dovrò alzarmi, se mi alzo il fallimento arriverà puntuale e mi sentirò peggio. Certe volte, come stamattina, riesco persino a vestirmi e pettinarmi. Resto seduta sul bordo del letto, pronta per uscire, le lancette scorrono, è tardi. Mi spoglio, resto a casa.

Avevo paura del mondo, delle catastrofi, degli imprevisti e degli altri esseri umani, la variabile più crudele di tutte. Non uscivo mai di casa. Tra quelle quattro mura avevo tutto, anche la libertà di avere rapporti solo con chi mi piaceva davvero, senza l’ipocrisia delle relazioni sociali comuni. Attraverso internet potevo essere ciò che davvero volevo. Leggevo, scrivevo, discutevo, ragionavo, mi divertivo e piangevo. La mia paura dell’esterno non mi sembrava così grave, tutti hanno paura di qualcosa, chi più chi meno, tutti adottano strategie di sopravvivenza. Anche la mia era una strategia di sopravvivenza.
La paura sembrava che andasse e venisse, per un po’ pensavo di averla superata, poi quella tornava. Un giorno ho capito che, invece, la paura è proprio una costante, ero io a non farci sempre caso, dunque ho cominciato a tenerla d’occhio e ho notato che dipendevo da essa completamente.
Ho trascorso anni ad avere paura dell’esterno e a considerare la fuga un automedicamento, poi l’esterno è arrivato fino alla porta della mia stanza.  Interagire con la mia famiglia è diventato impossibile, scambiamo sempre meno parole, passiamo assieme pochi minuti al giorno, il tempo di mangiare qualcosa velocemente a pranzo e a cena. Mi sono resa conto che la mia strategia di sopravvivenza era sbagliata quando ho visto altri usarla e stare peggio di me. Ho pensato di dover cercare aiuto, ma se avevo capito di avere bisogno di aiuto non era tanto grave la mia condizione. Mi sono sentita in colpa perché mi dicevano “sei intelligente” e se sei intelligente non sbagli strategia di sopravvivenza, mi state mentendo? é colpa mia e non del mondo, mi sono detta ogni volta che la paura mi ha paralizzata e non ho reagito.
Dopo un po’ di tempo l’esterno è entrato nella mia stanza, nella quale non riesco a gestire né l’ordine né la pulizia. La volontà mi manca. Il letto disfatto, i cumuli di vestiti e di libri, tanta polvere. Queste cose non hanno significato, il caos non mi tocca, tutto è caos basta farci l’abitudine.
Una regola dell’esistenza è che hai appena il tempo di fare l’abitudine a qualcosa che tutto cambia. L’esterno è diventato il mio stesso corpo. Era difficile tenerlo pulito e in ordine ma, in fondo, perché farlo? Non ti prendi cura del tuo nemico.

Non c’è nulla che possa difendermi dal mio corpo a parte una fuga da me. Ho riflettutto su questo passaggio e sono giunta alla conclusione che il mio corpo è sempre stato il mio nemico, perché ogni istante della mia vita è stato un fuga da me. Tra me e l’esterno che tanto mi ha terrorizzata non c’è più differenza. La mia malattia sono io. La mia paura sono io, il mio nemico sono io. Per distruggere il mio nemico devo distruggere me stessa.