Ieri sera al Tram Un pallido puntino azzurro, dal testo di Christian di Furia con Roberto Galano. Un astronauta perduto nello spazio, osserva la terra e se stesso, in un doppio viaggio solitario ai limiti del sistema solare e della propria identità. Il tema fantascientifico nel teatro italiano e, in generale, nella letteratura italiana è davvero poco praticato, qui lo troviamo sviluppato in forma intimistica e poetica. Bella la scenografia, con la postazione di comando e gli schermi alle spalle del cosmonauta inseriti in un’unica struttura che sintetizza l’idea dell’astronave.
Un pallido puntino azzurro
drammaturgia di Christian di Furia
diretto e interpretato da Roberto Galano
voce fuori campo Giuseppe Rascio
costume Annalucia Palladino
produzione Teatro dei Limoni.
Testo finalista al Premio Riccione “Pier Vittorio Tondelli” 2017.
Format è una delle parole più diffuse nell’ambito dell’Improvvisazione teatrale, Impro’. Il format è una struttura all’interno della quale si improvvisa, le strutture possono essere diverse, in genere si fa la differenza tra long form e short form, termini che marcano la durata ma, spesso, anche la tipologia di rappresentazione, di norma le brevi (short form) sono brillanti e dinamiche, ci rientrano anche i giochi, mentre le lunghe (long form) presuppongono un lavoro in verticale sui personaggi e sulle relazioni, uno sviluppo drammatico della storia.
Coffee Hour è la serata in cui Coffee Brecht, la scuola di improvvisazione teatrale di Napoli, fa spettacolo a cappello presso la propria sede, prediligendo la formula short+long o longform da sola.
Il 26 c’è stato un Coffee Hour in cui si sono succeduti un Open Mic Impro’ e una long form con amatori e amatrici all’ottavo anno di improvvisazione.
L’Open Mic Impro’ è fatto da improvvisazioni libere brevi in cui amatori e amatrici (attori e attrici con almeno quattro anni di improvvisazione teatrale alle spalle) si alternano in scena, partendo dagli input che il pubblico ha precedentemente scritto su un cartellone.
Dopo è andato in scena Bea, un format molto suggestivo scritto da Giorgio Rosa, in cui le storie di due sconosciuti si intrecciano a partire da un’istantanea, sempre su input del pubblico, ma in questo caso fisico.
Indicare gli anni di improvvisazione è una prassi, più ci si allena meglio si riesce, certo, ogni giorno diciamo che nell’improvvisazione non esiste errore, ma la qualità di uno spettacolo inevitabilmente dipende dall’esperienza degli attori e delle attrici. Anche se uno spettacolo di primini può essere molto divertente, una long form con amatori al decimo anno di improvvisazione di norma è magica, perché è tutto improvvisato ma sembra scritto.
Chi ama Tenco forse ha trovato gli arrangiamenti dello spettacolo un po’ forzati, a me però sono piaciuti. Mi è piaciuta l’atmosfera intima dello spettacolo, l’impianto minimo. Dall’ultimo istante all’ultimo istante passando per la sua vita, citazione per citazione.
Le mancanze si possono sempre colmare, quella di Tenco è una storia triste, una triste casualità, suicidio dovuto al mix di alcol e farmaci, volontà, atto politico, un gesto che lascia un vuoto artistico e umano non più colmati da altri.
Lontano Lontano scritto e diretto da Roberto Ingenito con Francesco Luongo, Francesco Santagata produzione Liberaimago. Costumi Rosario Martone.
Sala piena per lo spettacolo Lontano Lontano. Luigi Tenco, stasera al Teatro Tram.
Chi non conosce l’Improvvisazione come disciplina teatrale a se stante, dove si studia la drammaturgia improvvisata, non può immaginare quale mondo totalizzante sia. Tutto il bellissimo valtzer di workshp, laboratori, tradizione orale e scritta, strutture, esercizi, scuole di pensiero, assorbe chi fa impro completamente, le occasioni di incontro con altre realtà arricchiscono e mettono addosso la voglia di giocare assieme, di giocare con altre regole e poi tornare alle proprie arricchiti e cambiati.
Improvvisare significa farsi cambiare, dicono i maestri.
Giocare è una delle parole chiave dell’Impro, chi improvvisa è attore o attrice, certo, ma dire che recita è impreciso anche se di fatto recita, chi improvvisa gioca. Il lessico dell’improvvisazione come disciplina è mutuato dal mondo anglo-francofono, perché pur derivando in gran parte dalla Commedia dell’arte, ovviamente, viene definita come disciplina moderna tra Stati Uniti e Canada, poi si diffonde in tutto il mondo.
Dal mio diario disegnato, il villaggio che ha ospitato Agorapp per come appariva di notte, tornando in casetta a dormire.
I raduni di improvvisazione sono importanti per la formazione e il confronto, in più rappresentano un momento di aggregazione potente, ogni anno se ne tengono a decine in ogni paese in cui è diffusa l’impro, Agorapp anno zero è stato il raduno d’inizio anno che ha sostituito Wip – WorkImprogress, a seguito del cambio di direttivo in Improteatro, l’associazione nazionale italiana di improvvisazione teatrale.
Tema di Agorapp anno zero è stata la narrazione, le storie e lo storytelling, le masterclass erano organizzate su livelli, ma erano le medesime per tutti. E’ stato interessante perché ha permesso a tutti, formatori e informazione, di condividere le cose apprese a più livelli.
Detto questo, ammetto di essere arrivata ad Agorapp stanca, per motivi personali, e di essermelo goduta poco, nonostante la bella atmosfera e le masterclass super interessanti.
Ho imparato di sicuro nuove cose, sulla gestione della scena, sulle strutture, sul raccontare e questo è bellissimo. Vorrei allenarmi ogni giorno! Ah si, nell’improvvisazione le prove, dato che non c’è un testo ma solo una “dinamica”, si chiamano allenamento.
Se la maratona di improvvisazione della penultima sera è stata poco energica, lo spettacolo dei maestri l’ultima sera è stato pura poesia, in scena da sinistra Omar Galvan, Antonio Vulpio e Inbal Lori.
Quanti modi conosciamo per fare un monologo? A imbuto, dal generale al particolare o viceversa dal particolare al generale, con i colori, a parte, con salo temporale, guardando il pubblico, con un interlocutore immaginario. Tanti. Kohlhaas è un monologo unico, non solo per la storia che racconta, il famoso commerciante di cavalli che perde tutto e, senza sapere come, arriva a organizzare una rivolta, è unico perché Marco Baliani è un attore straordinario e pur essendo da solo in scena, seduto per tutto il tempo, vedi attorno a lui una folla, i cavalli che scalpitano, la battaglia, le porte della città, Kohlhaas.
Kohlhaas
di Marco Baliani e Remo Rostagno
dal racconto “Michele Kohlhaas” di H. von Kleist
attore narrante Marco Baliani
regia Maria Maglietta
produzione Trickster Teatro
Appena avrò finito di scrivere questo post, subito prima di inviare, toglierò la spunta alle opzioni di condivisione. Non sono mai stata una blogger in cerca di fama, ho uno spirito solitario e fuggo dalla polemica, in passato ho avuto a che fare con troll e lettori gentili, il web non cambia le persone, quello che sei nella tua vita off-line (se esiste ancora) quello sarai nella vita on-line, a questo punto le due cose non sono più separate, in barba a chi crede che un nikname possa trasformarlo, ne ho usati tanti, per motivi diversi, ma ero sempre io, altrimenti avrei avuto necessità di un controllo psichiatrico.
Il fenomeno degli e delle Influencer è interessante, ma non costituisce una grande novità, se non per la tipologia di talento che eccita chi trasforma la tale persona in “guru”, chiedo scusa a yogine e yogini per l’utilizzo in questa sede della parola guru. Se in un certo ambito le persone si raggruppano attorno al talento musicale, pittorico, letterario, con gli e le Influencer dei social si valuta la capacità di comunicare, comunicare cosa? la vita, qualcuno direbbe lo “stile di vita”. Infatti chi tra questi ha tanti follower, non comprati, di solito è capace di raccontare il quotidiano in maniera accattivante, per intuizione e un po’ di ricerca anticipa ciò che i follower vogliono, si direbbe crea in loro il desiderio o lo riconosce, giocando abbastanza sul sicuro, cioè fanno da specchio migliorato (più o meno) a chi li osserva.
Fino a qualche anno fa bastava questo oggi, con l’esperienza acquisita da fratelli e sorelle maggiori, si lavora già in partenza con un progetto di marketing legato alla persona, in secondo piano c’è cosa fa effettivamente quella persona.
Lo spettacolo di Daniele Marino parla di questo e del vuoto interiore del protagonista, che sopraggiunge quando ha condiviso tutto, svenduto tutto, non senza amarezza e cinismo, dato che anche lo spirito più libero, Stella, la sorella fricchettona del protagonista, mostra l’autore, alla fine si lascia imbrigliare dalla rete.
Quando navigo tra canali youtube e account instagram, dove tutti e tutte possono dire ogni cosa di loro stessi e stesse, mi rallegro perché raccontare la propria storia senza intermediari è un privilegio, rispetto al passato, a quando le persone comuni non esistevano per chi scriveva la storia, e pure quelle non comuni subivano la scrittura di altri, agiografi o nemici. Poi vedo foto tutte uguali, “sfide” ripetute di canale in canale e mi inquieto, la speranza di essere unici si infrange contro il desiderio di accumulare like, entri in un flusso narrativo che a quel punto non ti appartiene più.
Il prossimo step quale sarà?
The Influencer
uno spettacolo di Daniele Marino
con Marco Montecatino | Antonella Liguoro | Daniele Marino
aiuto regia Tommaso Vitiello
spazio scenico Luca Serafino
disegno luci Tommaso Vitiello
grafica Armando Ianuale
foto Giuseppe Carfora
produzione Rena Libre Compagnia
Ho visto The Influencer al Teatro Tram stasera, mi è piaciuto.
Il gioco dell’amore e del caso è una commedia scritta da Marivaux nel Settecento, basata sullo scambio dei ruoli. Un’opera giocata sull’innamoramento e la ricerca dell’autenticità, attraverso il mascheramento.
Stasera al Teatro Tram l’ho vista in una riduzione di Mirko Di Martino con in scena, tra gli altri, Antonio Buonanno, attore ora noto al grande pubblico per aver interpretato il padre di Lila bambina in L’amica geniale.
Inizia il nuovo anno con leggerezza.
Il gioco dell’amore e del caso
di Pierre De Marivaux
adattamento e regia di Mirko Di Martino
con Antonio Buonanno, Antonella Liguoro, Tommaso Sabia, Alessia Thomas, Gabriele Savarese
aiuto regia Titti Nuzzolese
costumi Annalisa Ciaramella
assistente alla regia Elena Paoletti
produzione Teatro dell’Osso e Teatro TRAM
Nel momento del saluto, alla fine dei tre giorni di lettura e analisi di Macbeth di William Shakespeare, organizzati al Teatro Tram da Mirko Di Martino, avevamo la gioia negli occhi, perché è stata un’esperienza piena, bella e soddisfacente. Questo grazie soprattutto a Mirko che non si è risparmiato, ma anche alla passione di ogni partecipante che con le proprie domande, ipotesi e affetto ha reso interessante il confronto.
Perché Macbeth dice questa cosa? lo dice sinceramente o mente, se mente a chi mente? perché Macduff poteva immaginare ciò che sarebbe accaduto quando è scappato o no? se poteva il suo dolore è sincero? Cosa significano le parole di questa formula? Cosa rappresentano queste visioni?
Certe domande ce le facciamo di norma nella nostra testa, nel silenzio delle nostre letture e riflessioni solitarie, ma se i gruppi di lettura on line fioriscono spesso, perché non leggere a teatro? perché non condividere con altri il gusto dell’analisi, della ricerca, del perché?
Di quante attività possiamo dire che sono piene, belle e soddisfacenti?
Alla possibilità di prendersi tre pomeriggi di seguito per leggere e analizzare Macbeth, seduta a un lungo tavolo con altre undici persone che hanno potuto ritagliarsi quel tempo, tra obblighi e piaceri concorrenti, associo la parola privilegio. In genere considero un privilegio ogni attività non destinata al puro e semplice sostentamento, specialmente se la pago (ma le attività finalizzate al sostentamento non sono spesso, loro stesse, un privilegio?). Rendersi conto che questo piacere è un privilegio significa, per me, anche pensare a come rendere accessibile al maggior numero di persone, non privilegiate, attività ludico culturali di qualità. È egoistico se vogliamo, quante più persone partecipano tante più occasioni ci saranno e più piacere ne ricaverò io. Quindi che nessuno pensi alla bontà d’animo legata al Natale o alla filantropia, musei e teatri pieni, concerti e incontri di lettura partecipati e condivisi, gruppi di collage, pittura e tutto ciò che si fa con il corpo, la mente è una parte del nostro corpo e l’intelletto è materia, rendono la mia vita migliore. Se tutte le persone si trovassero al 30 dicembre con dentro la sensazione di aver partecipato a qualcosa di pieno, bello e soddisfacente, allora vivrebbero meglio.
Il piacere è un’ancora, è educativo, è potere. Chi vive meglio, avendo questo tesoro dentro di se, crea relazioni migliori, quindi ne ricaviamo tutti e tutte qualcosa di buono. Ancora fare comunità è una forma di egoismo sano.
Macbeth lo sa, non solo non trae gioia dai suoi gesti, ma ciò su cui medita, uno dei temi maggiori della tragedia, è la solitudine in cui si è cacciato con le sue azioni, il deserto in cui è bestia sanguinaria. Individuo senza comunità.
La solitudine però non è ineluttabile, se ci appare come tale è perché ci siamo convinti, attraverso le nostre fantasie violente, violente verso noi stessi e gli altri, che sia così.
Con l’augurio di un nuovo anno civile in cui la solitudine lasci il posto al piacere della condivisione, il privilegio alla possibilità della partecipazione.
Uno dei metodi che adotto per superare le festività natalizie senza troppi traumi è quello di usare i giorni di vacanza per visitare le mostre in città. In questo momento e fino al 21 gennaio al Museo Archeologico Nazionale di Napoli c’è una piccola ma deliziosa mostra sui burattini cinesi, il teatro di figura cinese, una tipologia di teatro che ho apprezzato per la prima volta veramente a Lisbona qualche anno fa, città che per la sua storia ha avuto numerosi contatti con l’Asia.
A volte bisogna andare lontano per apprezzare qualcosa di vicino, a Napoli abbiamo le Guarattelle, certo, in Sicilia ci sono i Pupi, ma la scintilla d’amore si è accesa tra museo di Etono-antroplogia e Museu da Marioneta nella capitale portoghese.
A dirla tutta ho fatto esperienza del teatro delle ombre durante un corso di animazione anni fa, per costruire la storia utilizzammo le carte di Propp, le usammo anche per il Kamishibai (un’altra magia orientale), poi disegnammo e ritagliammo i cartoncini delle figure, del paesaggio e degli oggetti, fu un’esperienza affascinante che mi porto dentro, che spero di ripetere prima o poi, e mi fa guardare con meraviglia a quest’arte.
La mostra al MANN espone 92 burattini appartenenti alla collezione privata di Augusto Grilli, già presenti al MAO di Torino, si tratta di burattini a stecca e a guanto di fine XIX e inizio XX secolo, più qualche figura del teatro delle ombre, pochi pezzi che rappresentano una tradizione antichissima e ricca di storie, tra di esse a esempio c’è il famoso Viaggio in occidente, storia classica della letteratura cinese attribuita a Wú Chéng’ēn.
L’autore studiato Felice Sciosciammocca ci racconta di Pulcinella che pure da morto non riesce a trovare una collocazione e viene licenziato da Lucifero, costretto a tornare sulla terra per farsi una posizione, studia all’università, incontra il suo vecchio amore e, cosa accade? come inizia una storia è un problema, ma anche come finirla, come terminare questo racconto? se lo domandano Pulcinella e Felice Sciosciammocca intraprendendo un viaggio nel tempo, fino a un futuro buio e spaventoso, così il tempo si riavvolge e finalmente Pulcinella muore, più o meno, in pace.
Messa in scena divertente della maschera classica di Pulcinella che si interroga sull’identità e i tracciati di vita già segnati dalla società, con trovate d’effetto, il Vesuvio, le maschere, i simboli della partenopeità interpretati da attori energici e affiatati. Bell’esempio di commedia dell’arte anni Duemila.
Molto carino.
Foto scattate col mio cellulare senza flash e con schermo quasi del tutto oscurato per non infastidire gli attori.
Inauguro così la seconda categoria del blog, spettatrice, nella quale verranno inseriti gli spettacoli che vado a vedere a teatro, come faccio manualmente nelle cartelline con i depliant, le locandine e i biglietti, lo faccio da sempre, ne ho tantissimi. Non si tratta di recensioni, solo memorie.
Pulcinella Morto e Risorto, scritto e diretto da Alessandro Paschitto
con Alessandro Paschitto (Felice Sciosciammocca, Lucifero), Raimonda Maraviglia (Carabiniere, Arcangelo Michele, Madre, FIdanzata), Mario Autore (Pulcinella)
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