Categoria: teatro

Macbeth – lettura e analisi del testo, con un augurio

Macbeth – lettura e analisi del testo, con un augurio

Nel momento del saluto, alla fine dei tre giorni di lettura e analisi di Macbeth di William Shakespeare, organizzati al Teatro Tram da Mirko Di Martino, avevamo la gioia negli occhi, perché è stata un’esperienza piena, bella e soddisfacente. Questo grazie soprattutto a Mirko che non si è risparmiato, ma anche alla passione di ogni partecipante che con le proprie domande, ipotesi e affetto ha reso interessante il confronto.
Perché Macbeth dice questa cosa?  lo dice sinceramente o mente, se mente a chi mente? perché Macduff poteva immaginare ciò che sarebbe accaduto quando è scappato o no? se poteva il suo dolore è sincero? Cosa significano le parole di questa formula? Cosa rappresentano queste visioni?
Certe domande ce le facciamo di norma nella nostra testa, nel silenzio delle nostre letture e riflessioni solitarie, ma se i gruppi di lettura on line fioriscono spesso, perché non leggere a teatro? perché non condividere con altri il gusto dell’analisi, della ricerca, del perché?

Di quante attività possiamo dire che sono piene, belle e soddisfacenti?
Alla possibilità di prendersi tre pomeriggi di seguito per leggere e analizzare Macbeth, seduta a un lungo tavolo con altre undici persone che hanno potuto ritagliarsi quel tempo, tra obblighi e piaceri concorrenti, associo la parola privilegio. In genere considero un privilegio ogni attività non destinata al puro e semplice sostentamento,  specialmente se la pago (ma le attività finalizzate al sostentamento non sono spesso, loro stesse, un privilegio?). Rendersi conto che questo piacere è un privilegio significa, per me, anche pensare a come rendere accessibile al maggior numero di persone, non privilegiate, attività ludico culturali di qualità. È egoistico se vogliamo, quante più persone partecipano tante più occasioni ci saranno e più piacere ne ricaverò io. Quindi che nessuno pensi alla bontà d’animo legata al Natale o alla filantropia, musei e teatri pieni, concerti e incontri di lettura partecipati e condivisi, gruppi di collage, pittura e tutto ciò che si fa con il corpo, la mente è una parte del nostro corpo e l’intelletto è materia,  rendono la mia vita migliore. Se tutte le persone si trovassero al 30 dicembre con dentro la sensazione di aver partecipato a qualcosa di pieno, bello e soddisfacente, allora vivrebbero meglio.
Il piacere è un’ancora, è educativo, è potere. Chi vive meglio, avendo questo tesoro dentro di se, crea relazioni migliori, quindi ne ricaviamo tutti e tutte qualcosa di buono. Ancora fare comunità è una forma di egoismo sano.

Macbeth lo sa, non solo non trae gioia dai suoi gesti, ma ciò su cui medita, uno dei temi maggiori della tragedia, è la solitudine in cui si è cacciato con le sue azioni, il deserto in cui è bestia sanguinaria. Individuo senza comunità.
La solitudine però non è ineluttabile, se ci appare come tale è perché ci siamo convinti, attraverso le nostre fantasie violente, violente verso noi stessi e gli altri, che sia così.

Con l’augurio di un nuovo anno civile in cui la solitudine lasci il posto al piacere della condivisione, il privilegio alla possibilità della partecipazione.

Le figure dei sogni. Marionette, burattini, ombre nel teatro di figura cinese al MANN

Le figure dei sogni. Marionette, burattini, ombre nel teatro di figura cinese al MANN

Uno dei metodi che adotto per superare le festività natalizie senza troppi traumi è quello di usare i giorni di vacanza per visitare le mostre in città. In questo momento e fino al 21 gennaio al Museo Archeologico Nazionale di Napoli c’è una piccola ma deliziosa mostra sui burattini cinesi, il teatro di figura cinese, una tipologia di teatro che ho apprezzato per la prima volta veramente a Lisbona qualche anno fa, città che per la sua storia ha avuto numerosi contatti con l’Asia.
A volte bisogna andare lontano per apprezzare qualcosa di vicino, a Napoli abbiamo le Guarattelle, certo, in Sicilia ci sono i Pupi, ma la scintilla d’amore si è accesa tra museo di Etono-antroplogia e Museu da Marioneta nella capitale portoghese.
A dirla tutta ho fatto esperienza del teatro delle ombre durante un corso di animazione anni fa, per costruire la storia utilizzammo le carte di Propp, le usammo anche per il Kamishibai (un’altra magia orientale), poi disegnammo e ritagliammo i cartoncini delle figure, del paesaggio e degli oggetti, fu un’esperienza affascinante che mi porto dentro, che spero di ripetere prima o poi, e mi fa guardare con meraviglia a quest’arte.

La mostra al MANN espone 92 burattini appartenenti alla collezione privata di Augusto Grilli, già presenti al MAO di Torino, si tratta di burattini a stecca e a guanto di fine XIX e inizio XX secolo, più qualche figura del teatro delle ombre, pochi pezzi che rappresentano una tradizione antichissima e ricca di storie, tra di esse a esempio c’è il famoso Viaggio in occidente, storia classica della letteratura cinese attribuita a Wú Chéng’ēn.

marionette 2

Figure di sogno e di legno.

 

Pulcinella morto e risorto – Teatro Tram

Pulcinella morto e risorto – Teatro Tram

L’autore studiato Felice Sciosciammocca ci racconta di Pulcinella che pure da morto non riesce a trovare una collocazione e viene licenziato da Lucifero, costretto a tornare sulla terra per farsi una posizione, studia all’università, incontra il suo vecchio amore e, cosa accade? come inizia una storia è un problema, ma anche come finirla, come terminare questo racconto? se lo domandano Pulcinella e Felice Sciosciammocca intraprendendo un viaggio nel tempo, fino a un futuro buio e spaventoso, così il tempo si riavvolge e finalmente Pulcinella muore, più o meno, in pace.

Messa in scena divertente della maschera classica di Pulcinella che si interroga sull’identità e i tracciati di vita già segnati dalla società, con trovate d’effetto, il Vesuvio, le maschere, i simboli della partenopeità interpretati da attori energici e affiatati. Bell’esempio di commedia dell’arte anni Duemila.

Molto carino.
Foto scattate col mio cellulare senza flash e con schermo quasi del tutto oscurato per non infastidire gli attori.

Inauguro così la seconda categoria del blog, spettatrice, nella quale verranno inseriti gli spettacoli che vado a vedere a teatro, come faccio manualmente nelle cartelline con i depliant, le locandine e i biglietti, lo faccio da sempre, ne ho tantissimi. Non si tratta di recensioni, solo memorie.

Pulcinella Morto e Risorto, scritto e diretto da  Alessandro Paschitto
con Alessandro Paschitto (Felice Sciosciammocca, Lucifero), Raimonda Maraviglia (Carabiniere, Arcangelo Michele, Madre, FIdanzata), Mario Autore (Pulcinella)

al Teatro Tram di Napoli

fallimento

Ci fermiamo dell’androne del palazzo, ho deciso di saltare la prossima lezione, piove a dirotto, fa freddo e non ho le forze per correre in strada, attraversare piazzetta Nilo e Spaccanapoli, schivare gente, le auto a via duomo, salire al quarto piano a piedi – perché l’ascensore funziona con un lento meccanismo a gnomo – scoprire che i posti a sedere sono già presi e dover seguire stando seduta a terra, col jeans bangnato, il pavimento lurido e gelido.
Così si parla, una donna tunisina mi saluta, la saluto, quella che sta con noi nell’androne sputacchia battute sul suo odore, le sue sopracciglia e la peluria sua.
Le chiedo: Ma tu fai mediazione?
no, mi dice
a vabbè
perchè? fa lei
vorrei direle: Perchè saresti un fallimento, cose sei un fallimento come persona, già a 19 anni. Le dico: così, chiedevo.

Dopo le coliche d’ira le mani tremano

Lo nuvole fumose schermano il sole, la maglia a righe rosse e blu è leggera, una velina arancio si alza da terra e i gatti di stoffa non miagolano mai e il mare si intiepidisce e ciò che cerco è tutto quì dentro di me. Le immagini patinate delle riviste di moda ci catapultano in una felicità in posa che ci circonda per centocinquanta pagine per poi abbandonarci alle ariditò del quotidiano, depliant di paesi mai visitati. Alla parola sentire piango. Il soffritto nella padella profuma. Le gentilezze non torneranno mai più, cerco di contenere una emorragia che mi costringe a casa da due giorni e alla parola tempo piango, sempre. Ho nascosto tutti gli orologi e non rispondo più al telefono. Riso, mescolare peperoni pomodoro salsa tabasco e timo. Le paste di mandorla erano così dolci occhi neri che ho dovuto bere un pò di veleno per non ammalarmi, non ci sono ferie o malattie pagate qui, a sorsi brevi la vità è diluita nel tempo. Prezzemolo e gamberetti sbollentati. Dopo le coliche d’ira le mani tremano, un senso di smarrimento, spolverare di pepe e sale. Ho bisogno di abitarmi e servire immediatamente a qualcosa.

La Vita Bestia – Filippo Timi

La Vita Bestia
(Autoritratto)
Luci: Gianni Staropoli.
Regia: Giorgio Barberio Corsetti.
Autore e interprete: Filippo Timi.
Ore 20:00 Nuovo Teatro Nuovo.
Giungo a teatro con largo anticipo. La pioggerella sottile e petulante non mi abbandona mai. Sto ferma tutta composta e un pò tesa in compagnia della mia amica. Attendiamo l’arrivo di altre compagne parlando delle mie stanchezze, che ho mal di testa. Ho il cappotto bianco e le scarpe rosa, vorrei sedermi su quegli scalini laggiù, ma temo di sporcarmi. Un uomo esce dal teatro, ha il cappotto lungo e scuro, sul verde mi sembra, è in compagnia, gli guardo il volto.Una leggera agitazione mi prende. Lo riconosco subito, anche a distanza di un anno dal’unica volta in cui lo vidi, sempre quì, sempre di sera. Dico all’Amica:”Eccolo è lui, che quello è Filippo Timi”. Lei finge indifferenza e scruta ma lui si è già allontanato. “Mannaggia non l’ho visto bene”, mi dice.
Quando torna si trattine pochi istanti davanti alla bacheca con i ritagli di giornale che lo riguardano, ha una busta bianca con dentro del cibo. Parliamo la mia Amica ed io sottovoce, le racconto dello spettacolo dell’anno scorso, delle acrobazie di Metafisico Cabaret di quella mimica facciale che tanto mi ha colpita, mentre lo seguo con lo sguardo. Lui presto svanisce dietro le porte nere della sala. Passa del tempo e arrivano le compagne in ritardo, prendiamo i biglietti ci sistemiamo. Ho un faro giusto negli occhi.
Pochi istanti poi è buio.
Una musica parte in sordina per divenire più forte a sipario aperto. Filo è seduto per terra in mutande e cannotta strappata dice che ha fame, ha i calzini scuri. Sono seduta nella fila D e per vederlo intero mi davo piegare di lato. Trascorrerò le prossime due ore in questa posizione.
Con La Vita Bestia questa volta mette in scena  tutto se stesso, autoironico e poetico nel suo monologo senza pause dalla nascita, l’infanzia e l’adolescenza, poi la scoperta del sesso, la sua violenza e la partenza. Non c’è un attimo di stanca, mi passa il mal di testa, lui balla, rotea gli occhi è sensuale il suo discorso fisico, ci coinvolge in una intimità totale. Racconta la balbuzia mescolando realtà a finzione. Aneddoti personali, per quanti giorni si può nascondere un panino? Come ottenere due costumi di carnevale al prezzo di uno, le unghie così sottili da sembrare pelle, gli stivali Camperos. L’amore che finisce e ci lascia due volte sulle note di B.agli.oni. La madre, che contiene e protegge, il suo cuore che batte. Personaggi: la zia, la cugina, la fredda sorella e le sue due figlie, Sonia, e l’audace amica della madre (una deliziosa accurata lezione su come si masturba una donna, e l’esaltante sensazione di potere che deriva dal dare piacere), poi il dolore la scoperta dell’«uomosessualità» e Andrea-Eva. La parrocchia e la realtà del povero ma dignitoso contado, le discoteche. Attraverso una linguaggio ora delicato e dopo brutale, un misto di umbro e italiano che non non suona mai caricaturale, Filo sa far ridere, seriamente, con l’ironia. C’è tanto amore soprattutto in questo spettacolo.
Ha una tosse bronchiale e mangia crema di nocciole e cioccolato in scena l’interemozione tra attore e pubblico è avvolgente.
Questo monologo è tratto dalla prima parte di un romanzo scritto da Lui con Eduardo Albineti, che Fandango pubblicherà in febbraio. Il romanzo autobiografico probabilmente si chiamerà proprio ‘La Vita Bestia’ perchè la vita è una bestia che ti sta col fiato sul collo e solo quando ti morde sai che è finita.

Epifania

Una telefonata. Una voce affannata, ansiosa, non riesco a fuggire. Mi racconta di quell’altra, altra che è riuscita, nello spazio di due incontri, ad inquietarmi.
Quella bocca bisognerebbe cucirla a doppio filo di nylon.