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Su verità e menzogna fuori dal senso morale

Ho appena finito di leggere Su verità e menzogna fuori dal senso morale di F. Nietzsche, questi che seguono sono i miei appunti.

La questione della verità costituisce un tema centrale nella riflessione filosofica di Nietzsche, infatti egli si è imposto di dire sempre la verità1 senza mai tirarsi indietro di fronte a nessun ostacolo nonostante abbia scritto : “ …in alcune situazioni è una nobile arte saper tacere, la parola è pericolosa”.
Nietzsche affronta la questione in maniera esplicita già a partire dallo scritto “Su verità e menzogna fuori dal senso morale” del 1873 che segna una tappa fondamentale della sua ricerca, dove la filologia passa attraverso “ una porta girevole, per entrare nella stanza della filosofia”.
Sempre più filosofo si sente Nietzsche che raccoglie le sue fruttuose riflessioni sotto il titolo di “Cinque prefazioni per cinque libri non scritti e da non scrivere” inconsueta raccolta di premesse mai concretizzate in testi, i cui argomenti sono : il pathos della verità, lo stato greco, l‘avvenire delle scuole, l’agone e il rapporto della filosofia di Schopenhauer con la cultura tedesca.
Lo scritto “Su verità e menzogna” elabora la prima delle “Cinque prefazioni” ma non è un testo vero e proprio, ne una raccolta di frammenti o appunti di memoria, è un dettato di Nietzsche a Gersdorf del quale scoprì l’amicizia vera (l’ospitalità) quando, da Firenze, ricopiò le sue “Cinque prefazioni” per paura di perdere la copia che possedeva.
In esso Nietzsche getta le basi della successiva elaborazione di nuclei teorici fondamentali del suo pensiero, principalmente del nichilismo che si affaccia all’uomo quando questi assume la consapevolezza che la verità è in attingibile. Nichilista è la condizione dell’ uomo che scopre il mondo ‘vero’ come ‘apparente’ che lo smaschera come illusione.
Il filosofo vuole insegnarci ad accettare la vita così come è, farci scoprire valori veri che sono quelli dionisiaci: fierezza, gioia, forza, volontà di potenza. Inoltre disintegra il concetto di verità oggettiva dimostrando l’impossibilità di ogni comunicabilità tra la realtà e il linguaggio.
Sarebbe necessario che la parola parlasse direttamente, ma ciò è impossibile!
Infondo cos’è una parola? “la raffigurazione in suono di uno stimolo nervoso” è metafora, ci porta da una parte all’ altra, ci disloca (verstellen) e non ha niente in comune con l’essenza originaria delle cose: la verità.
“Che cos’è la verità? Un esercito in movimento di metafore, una somma di relazioni umane che per essere state usate a lungo appaiono salde, canoniche e vincolanti: le verità sono illusioni, di cui si è dimenticato che sono tali; metafore senza valore”.
Rappresentando la verità in questo modo Nietzsche ne evidenzia il carattere derivato, arbitrario e sostanzialmente falso. Infatti le cose e le loro designazioni non coincidono affatto.
“Noi crediamo di sapere qualcosa delle cose stesse (…) e tuttavia non possediamo nient’altro che metafore delle cose”, solo dimenticando questa sua attività metaforica, creatrice, l’uomo può arrivare a credere di possedere la verità come espressione della realtà che, si presenta in fine come una “enigmatica x” trasposta arbitrariamente.
Bisogna sottolineare che è proprio da questa “enigmatica x” che parte quella attività artistica che è la formazione delle metafore, fondamento della coesistenza di individui che non temono tanto l’inganno, ma solo le sue conseguenze negative.
L’uomo credendo d’essere al centro di un universo tutto concentrato su di lui, fonda i suoi concetti su un intelletto che “dispiega le sue forze maggiori nella finzione” esso è uno strumento di sostegno, “conservazione dell’individuo” e la conoscenza è l’esplicazione delle sue capacità.
L’intelletto funziona per definizioni e si da parziale nell’universo, l’uomo riesce a superare l’intenzione soggettiva perché ciò che lo caratterizza è la capacità di oltrepassare lo stato delle impressioni individuali risolvendolo in un ordine gerarchico di concetti astratti.
L’uomo crea il concetto. Ogni parola diviene concetto, ogni concetto nasce dal rendere uguale il non uguale, dall’elusione dell’individuale e del reale effettivo. La natura non conosce forme, concetti, generi, quindi esso può essere tradotto come una riduzione di particolarità.
Scienza e linguaggio lavorano alla creazione dei concetti mettendo ordine nel mondo empirico cioè antropocentrico, dando vita ad un mondo rigidamente regolare che a stento contiene quell’impulso a formare metafore che passa in altre sfere quelle di mito ed arte dove sogno e realtà si mescolano.
L’intelletto padrone dei concetti li distrugge e li ricompone secondo il suo estro , manifestando di non essere più da loro guidato ma da le sole intuizioni.
Uomo razionale e uomo intuitivo , così formatisi, si contendono la vita perché la verità è mettersi in gioco, luogo di conflitto, mette sempre in gioco la vita; però tutto ciò che attenta alla vita non appartiene alla verità.
La verità è ciò che non muore, ciò per cui possiamo morire ma ci fa vivere.
La verità ci sostiene, è ciò di cui ne va di noi stessi, ci coinvolge e ci mette in relazione con noi stessi e con l’ altro. La verità dice: ‘c’è dell’altro’, la prima esperienza che l’ uomo fa dell’altro è se stesso allo specchio, così comincia a dire ‘io’; ma non è un semplice specchio che riflette la propria immagine, bensì riflette il volto dell’altro, rimandandoci al nostro rivoltarci.
L’essere è tale da non potersi sostenere da solo, quindi ha bisogno di una relazione che chiama in causa la capacità di reggere la propria vita, è una questione di sostenibilità, perché solo chi è libero è capace dell’altro .
Il rapporto di alterità si esplica attraverso il dialogo con l’altro da se perché la verità è ciò che fa parlare, vera è la parola, non il dire.
La parola è rivolgimento, cioè ci rivolgiamo a qualcuno anche quando parliamo da soli, ci rivolgiamo a noi stessi. Inoltre è anche un rivoltamento perché il nome è tale da far scoprire il proprio volto. La verità ha a che fare con il volto, il presentarsi, l’essere presente, proprio questo punto è il criterio di verità!
La presenza non è altro che l’amministrazione del nostro tempo, chi vive dona il proprio tempo, il verbo donare qui è a dimostrazione di dare qualcosa che non si ha, quindi essere chiamati alla presenza, non alla certezza che è un semplice fatto a differenza della verità che è in movimento.
Come si può ben notare non c’è una definizione precisa di verità, perché essa è indefinibile in quanto sfugge alle categorie di carattere tecnico dell’ apprendimento: “Si lo so, ma non so dirlo”, perché essa è ciò che si manifesta e si sottrae (a-letia) non è stabile.
Può essere definita come ciò che fa stare bene (come il valore) ed ha un acerrimo nemico: la convenzione. Ma cosa è la convenzione? Si può rispondere a questa domanda dicendo semplicemente che essa è menzogna! Verità e menzogna fuori dal senso morale quindi significa fuori dalla convenzione. La verità non è soggettiva o valida per tutti, essa è singolare che vale per se stessi , è assoluta nella propria singolarità . Ci sono tante verità perché le relazioni sono infinite, essa è un principio moltiplicatore, non esiste il vero ma le cose vere, ne il buono ma le cose buone perché sono tutte in relazione.
Nietzsche dice che il mondo ha sempre bisogno della verità , perché in essa riscontra le linee generali della morale, intesa come volontà di far persistere la perfezione cosmica, di vivere ogni attimo come eterno, che sempre ritorna uguale per andare contro la caducità, la precarietà, la debolezza . Nietzsche traduce questa volontà di volere, ciò che non c’è con l’ eterno ritorno, dove l’essere ritorna eternamente!
In conclusione agli uomini non importa nulla della verità, importa solo la morale, così come a Nietzsche non importa degli uomini ma della sua opera della sua invenzione.
Note:
1) K. Jaspers “Nietzsche introduzione al suo filosofare”.