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orsetto malmesso

Questo è il mio piccolo orsetto malmesso. Adoro gli orsetti malmessi, rattoppati con le cuciture sdrucite, i fili tirati, un bottone per occhio e l’altro che fine ha fatto?questo orsetto ha una cucitura al centro del petto, glielo hanno aperto per togliergli il cuore che era malato. L’orsetto vive anche senza cuore. Il cuore è solo un pezzo, quando lo prendo tra le mani e lo stringo sento il vuoto nel suo petto, l’orsetto vive senza cuore ma non vive certo senza amore, l’amore per l’orsetto passa attraverso quel buchetto che ha sul pancino. Questo orsetto ha l’ombelico infatti..non è come gli altri. Quel forellino rosa è una porta aperta al vero nutrimento, attraverso quel buchetto passa solo l’amore, l’amore della mamma. L’orsetto senza cuore vive del mio amore.

Dedicato alla mia mamma, a tutti gli ombelichi ed a tutti gli orsetti malmessi del mondo.

Smanettando con flash ho disegnato l’orsetto, poi gli è cresciuto l’ombelico!

Auguri di BuonAnno!

Adesso che non sono più eterna mi incanto di rado

Leggevo Sonno Profondo, di Banana Yoshimoto. Avevo un impermeabile blu scuro e me ne stavo seduta sulla terza rampa di scale di un palazzo in provincia, intorno c’era quiete, raramente qualcuno saliva o scendeva, da dietro le porte chiuse rumori sommessi di stoviglie, tv e bambini. Dalla mia borsa russa di stoffa, tiravo fuori il walkman e ascoltavo Hand in my pocket di Alanis Morissette, disegnando sul blocco di fogli a righe A4 tra gli appunti di filologia romanza, la leggenda di Sant’Alessio e le immagini cruente di una santa che, dopo essersi trascinata sulla strada, spalancava le porte di una chiesa con i polsi dalle mani mozzate, imbrattando di sangue il portale. Disegnavo delle scarpe col tacco vertiginoso legate strette attorno ai polpacci perchè mi piaceva e mi piace calcare la mano per evidenziare le pieghe della carne. Avevo i capelli lunghi e occhiali affusolati. Leggevo di quel sonno che arriva come la marea e vivevo in un sogno. Aspettavo. In casa non c’era nessuno ma, di li a pochi minuti, sarebbe arrivato il mio amore operaio, stringendo tra le mani ruvide le chiavi e lo stereo dell’auto, puzzando d’acido e di fabbrica. Sorpreso di vedermi avrebbe sgranato gli occhi facendoli più grandi. La mia vita era in quell’attesa leggera e quando sua madre mi rimproverava per la mia personalità, ai suoi occhi, tanto bizzarra, io arrossivo e piegavo la testa di lato, sperando che smettesse in fretta e ci lasciasse al nostro incanto. Ero eterna.
Sfoglio le pagine di quel libro, le parole mi scorrono dentro, le storie mi cullano, ho ancora l’impermeabile blu scuro nell’armadio, lo provo ma adesso mi sembra talmente ridicolo! Ormai non ci sono più corsi da seguire nè appunti da prendere, i fuoricorso sono saldi di fine stagione dice un docente a ricevimento. Non ho motivi per andare in provincia. Quelle scale poi le ho odiate, aspettavo aspettavo, i minuti si sommavano e le pile del walkman non bastavano mai, dietro quelle porte quanti occhi indiscreti mi hanno crocefissa con chiodi di maldicenza. Non giochiamo più assieme noi due, è un uomo senza odore e sua madre una maledetta bigotta. Ho sgranato un rosario di lacrime sotto la luna d’estate, mentre i grilli frinivano ed ero in quella casa d’oblio alle spalle della chiesa, dove tutta la mia vita impacchettata era muta. Il vento mi sferza, cerco la tasca del cappotto per riparare la mano dal freddo. Adesso che non sono più eterna mi incanto di rado.

Natale 2005

 

Due giorni al Natale, i giorni dall’ otto a oggi si sono smaterializzati. In cosa sono stata occupata? Non lo so, rassettare, scrivere biglietti, comprare, poi aspettare e-mail, sms, pacchetti. Molti dicono che il Natale da adulti non sia bello come da bambini, a ventotto anni non è di certo come a otto quando all’alba cercai di racchiudere nelle braccia tutti i regali che erano sotto l’albero e li portai sul letto, tra le altre cose c’era una piccola borsetta rosa e lilla di finta pelle con stampata sul davanti CandyCandy, un breve graffio aveva scrostato del colore:”Mamma è graffiata!!!” le feci notare, e lei ancora sotto le coperte:”Babbo Natale ha le unghie lunghe l’ha graffiata tirandola fuori dal sacco” immaginai all’istante questo Babbo Natale con l’unghia del mignolo lunga e scura, un pò zozza forse, come qualcosa che conoscevo bene, cosa è? ah si!!! è l’unghia dello zio. Babbo Natale ha l’unghia di quello zio che mi chiama ‘marzianella’ al quale ogni Natale ho portato il panettone a casa prendendo il taxi. Quest’anno non c’è nessun taxi da prendere, e lo zio è sotto terra da qualche mese,  ma pare che le unghie continuino a crescere anche dopo morti per un periodo, ed è Natale comunque.

#C40

Alzando il naso dal libro mi sono resa conto di essere sulla tangenziale.
La città è azzurra e all’orizzonte il cielo si fa bianco neve, eppure questa non è una giornata particolarmente fredda. La nebbia abbraccia la sommità del Vesuvio, i paesi sottostanti sembrano nell’insieme un disordinato deposito di scatoloni colorati.
Di qua sù ho visto le torri e la sua struttura ellittica del parco in cui abiti, come sempre mi è parso più un giocattolo che un luogo in cui vivere.
Ero alle prime pagine della mia lettura, quando Hans Schnier torna nella sua casa color ruggine e dice che il più terribile dei suoi mali è la predisposizione alla monogamia, questa parola: monogamia, mi ha fatto pensare al tuo modo assoluto di vivere le relazioni, che è un pò anche il mio, ma che è anche diverso dal mio, perchè le mie relazioni più che assolute sono esclusive, che non escludono la compresenza di più esclusività però.
Ho fatto la pieghetta alla pagina e, chiuso il libro, ho continuato a guardare fuori dal finestrino.
Trovo sempre affascinanti queste strade costruite nell’aria. L’autista accelerava e rallentava di continuo, così mi è parso di essere su una giostra un pò violenta.
A casa tua ci sono stata una sola volta, hai cucinato per me ed abbiamo mangiato guardando i Simpsons nella tua cucina bianca, non sapevi che la plastica trasparente con cui si riveste il fondo del lavello, si potesse comprare in rotoli e ritagliare nella forma preferita o più utile. Ho detto: “Che ordinato che sei”, perché avevi i libri sistemati per autore, in ordine alfabetico.
Al casello c’era un po’ di traffico, quando abbiamo imboccato la strada che attraversa il parcheggio sotterraneo del centro direzionale, osservando le auto parcheggiate nella penombra arancione, mi è tornato in mente il volto di un guardone che mi fece spavento, molti anni fa. Così vcino al finestrino dell’auto frugò con gli occhi tra le mie carni, neanche troppo scoperte, di cui si riempiva frenetico le mani il mio amore operaio, colui che con la sua insistenza mi ha rapita, separata da me stessa e dal mondo.
Ho pensato alla mia distanza dalle cose, al muro di cristallo luminoso attraverso il quale ti parlo in questi giorni che mi è sembrato così inutile nella sua imprescindibile esistenza.
Quando sono scesa dal pullman mi sentivo più leggera. Insolitamente presente a me stessa.
Una drammatizzazione, pure solo immaginaria o abbozzata, anche a questo serve.

patch test

I cerotti che mi tiravano la pelle sulla schiena me li ha strappati una specializzanda questa mattina. Aveva i capelli castano chiaro e gli occhi come due noccioline, era più giovane di me e il camice immacolato le illuminava l’incarnato rosa. Ha sorriso dicendo ‘si spogli’ nell’ambulatorio caldo. Non c’è stata alcuna reazione ai quaranta patch test, bisogna aspettare però domani per averne conferma, per identificarle meglio ha cerchiato le zone su cui erano applicati con un pennarello blù, facendo pressione più volte nello stesso punto perchè ero sudata e l’inchiostro non si attaccava.
Mia madre ha fatto gli occhi domopak ripetendo ‘è sicura? è sicura?’. Sarebbe stato emotivamente economico e medicamente semplice curare una allergia per sottrazione, invece l’indeterminatezza diagnostica persiste e si rifugia nel vago medichese che continua a confonderci le idee. Al ritorno dall’ospedale non c’era gioia così abbiamo comprato delle agende colorate come felice augurio; camminandole accanto sotto la pioggia ho minimizzato le sue angosce ostentando leggerezza in discorsi futili, ma ha continuato a tenere gli occhi fissi nel vuoto e si è sfogata regalandomi vestiti.

controvoglia

All’alba controvoglia ho abbandonato il letto caldo per andare in gita con mia madre.
La sua voce era insistente e mi ha costretta ad un attivismo insolito, la luce elettrica cadeva sui mobili che proiettavano ombre labili. Era buio fuori dai vetri intravedevo oltre la zanzariera la piazza bagnata e il fornaio con mezza serranda alzata; ci siamo vestite truccate profumate con poco scarto temporale l’una dall’altra, mi incitava a fare in fretta: ho rinunciato alla sigaretta del risveglio, diceva.
Con i piedi nelle scarpe fredde la cucina mi sembrava estranea, niente acqua nè frutta nè caffè, questa gita andava fatta a digiuno.
Nonna ci ha salutate stando in piedi contro lo stipite della porta di legno vecchio che da sulle scale, con gli occhi bianchi di sonno facendo ciao con la mano ci ha detto: state attente tornate presto.
In ascensore lei fumava dicendo adesso posso sono sveglia da più di un ora e l’odore del fumo si mescolava a quello della lacca che da sempre spruzzata in abbondanza le tiene assieme i capelli:fumo-lacca-amore è mia madre. Lo specchio di fondo ci ha riflesse mentendo con dolcezza, il mio sguardo diagonale finto spensierato e il suo sconforto in un sorriso perfetto, una foto opacizzata dagli sputi secchi dei bambini la lordura multistrato.
Squarci fulgidi in banchi di nuvole plumbee, sulle nostre teste aghi di cielo.
Vicine alla stazione della metro abbiamo agirato una sfrigolante pozzanghera, lei ha detto: è bello camminare vicine, sarebbe bello uscire assieme al mattino per andare entrambe a lavorare.
Mia madre sogna per me.
Sottoterra la gente si accalcava sulla linea gialla, l’umido tepore della loro vicinanza ci ha scaldate, il serpente di acciaio sferragliava trasportandoci di stazione in stazione, i finestrini incorniciavano i volti riflessi di studentesse pallide che ci fissavano impassibili.
Abbiamo contato sette fermate e siamo scese alla nona.

Lei.Mi.Ha.Scelta.

Lei mi ha scelta. Lei mi ha scelta mentre per tenermi compagnia disegnavo compagne di gioco sul quaderno a righi seduta in bilico sullo sgabello in aula . Dal giorno in cui mi ha scelta io brillo. Prestami il tuo sorriso sfavillante così che io lo possa sfoggiare in società, le chiedo davanti allo specchio prima di andare. Avanzo leggera. La gente mi sfiora si volta quando mi tocca, galleggio in un mare di sussurri: che bel sorriso che sfoggi stasera. Ho montato questo sorriso sulla mia faccia, è quello della mia amica da quando me lo ha prestato brillo in società. Lei.Mi.Ha.Scelta.

Espio

Espio in malacarne le mancanze della mia anima passata. Anelli infiniti di una maternità impietosa. Non c’è evoluzione in questo processo ma stasi e imputridimento. Polverizzo parole e narcisi e di questa penicillina astratta cospargo gli illividiti giorni. Colleziono psicosi,  sussurro: Rex tremendae maiestatis, qui salvandos salvas gratis, salva me, fons pietatis.

Cura

Sono passata accanto a un auto parcheggiata, lucida lucida, i vetri così limpidi che sembrava non ci fossero.
Ho guardato nell’auto, aveva il blindosterzo rosso, ed il cruscotto sembrava vellutato sotto il blindo un panneto di renna sistemato come un tappetino ad accogliere il perno del blindo, evidentemente per evitare graffi.
Mi sono domandata: ma una persona che ha così cura del cruscotto della propria auto..avrà cura delle persone allo stesso modo?

Epifania

Una telefonata. Una voce affannata, ansiosa, non riesco a fuggire. Mi racconta di quell’altra, altra che è riuscita, nello spazio di due incontri, ad inquietarmi.
Quella bocca bisognerebbe cucirla a doppio filo di nylon.