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era la mia casa
Fino a tre anni fa il sabato mattina in facoltà c’erano i seminari dedicati alla parte istituzionale dei programmi d’esame, le aule di musica erano aperte e c’era il coro che provava, c’era un ragazzo che veniva a suonare il sax nel cortile, il numero di studenti era minore rispetto al pieno dei primi tre giorni della settimana ma era bello vivere l’università così, sedersi al sole a leggere, mi sentivo sempre a casa. Adesso la didattica è dimezzata e il portoncino il sabato è socchiuso, gli studenti divorano gli anni d’università per restare alla fine delusi, l’intero edificio è vuoto, solo i giardinieri e gli addetti alle pulizie ci lavorano, e se ti fai un giro sei guardato con sospetto.
senza fiamma
Le risate di pancia, col loro solletico ci avvicinavano, mi baciavi le guance come se assaggiassi un dolce riempiendo, solo la punta del cucchiaino. Ho pensato: questi baci tra tre ore li sentirò ancora scendere in gola come un amarostico, una medicina per il mal di tempo, per il mal di te, come quella per il mal di testa con gli occhi al soffitto ingiallito, eccomi impigliata lassù, in quel lampadario a nido di canapa intrecciata, senza fiamma . Lo osservo incerta del suo significato, è instabile, un uccellino solitario potrebbe viverci lì dentro, capisco, ci vivo io, da quasi dieci anni sospesa su questo letto dell’infanzia perduta, nella penombra morbida dei lumini sui comodini, la radiosveglia di plastica bianca e qualche ninnolo sopra i centrini di macramè, con un filo di voce nella notte, mi mangi a morsi avvolgendmi in un bozzolo i tuoi fili di saliva, ciò che ne resta, vieni alle incertezze e alle fughe dei tuoi occhi e nelle tue mutande. Le mani sul viso, il piacere è confuso e colpevole, il mio nome si affaccia alla coscienza quando meno te lo aspetti. Ho disegnato la mia iniziale col dito sul vetro appannato del tuo parabrezza tante volte, ho pigiato bene perché non fosse superficiale, perché restasse l’impronta dei miei polpastrelli a lungo così che sedendosi al mio posto chiunque la vedesse a certo punto.
Un vuoto dentro a stare chiusa.
Che scoppiasse una rivoluzione. Sentire qualcosa.
Un rossore nuovo sulle guance, che fosse inizio.
silenzio sul fondo anche deglutire è un gesto solenne
Valentino
A quindici anni con la testa piena di favole e romanticherie mi vestii di rosso e, con gli orecchini a cuore, andai a scuola sognando un sanvalentino abbracciata al mostriciattolo di cui ero innamorata, lui non mi cagava nemmeno di striscio e tornai a casa sospirando.
A venti anni sanvalentino è stato un enorme leccalecca a forma di cuore, nella baita c’erano 30 gradi e fuori nevicava, fù divertente noi due da soli con le oche sul laghetto ghiacciato e quel micio che grattava alla porta infreddolito.
A quasi 30 anni non ho bisogno di un giorno preciso per amare e la tua compagnia è come il cioccolato fondente, ‘ché il vero gusto dell’amore è amaro.
Stasera Capossela ore 21 Avellino, dice concerto per soli innamorati e male accompagnati(cit.)
Alba di mezzogiorno
Trafelata prepara il pranzo di ritorno dal mercato, il rumore delle stoviglie che cozzano in cucina è lontano e attutito dalle coperte pesanti che mi coprono come un guscio contro il nuovo sole di lunedì. Lingue di luce sul letto sparpagliati libri e vestiti che faccio cadere stendendo le gambe, mi sono riaddormentata dopo un tremendo incubo avvolta nello scialle a fantasia peruviana e la lucetta accesa, non è bastato girare il cuscino per scacciarlo.
Domani arriva sempre inopportuno e le sue parole d’amore dovrebbero consolarmi ma io non riesco a provare che pena.
Le persone camminano tenendosi sotto braccio, sembrano vivere con facilità, si lasciano trasportare dalla vita stessa. Chi ha un cuore pesante resta fermo a farsi battere dal vento. Sul pavimento una pila di libri e cd ai quali non so trovare posto, nei quali inciampo quando squilla il telefono e mi alzo, scalza, addosso solo lo scialle e la t-shirt stampata touch me sul cuore, rispondo: pronto, mia madre allegra dice dalla cornetta che le sue analisi sono apposto che tornerà tardi da lavoro, chiede se dormivo. No ero sveglia ti voglio bene.
Adesso che sono qui e le piante sono verdi e il sole è giallo, mi domando: perché sono rimasta così a lungo a letto? Non è poi così difficile stare in piedi. Ritorno per infilare le pantofole, recuperare qualcosa da mettere, le lenzuola di flanella sono tiepide, fin qui arriva l’odore del soffritto di cipolle e pancetta.
Domani c’è una festa di compleanno
Il cinguettio degli uccelli, il tombino col suo suono secco di pietra e ferro, le campane registrate su nastro a ogni ora. Le dita fredde. La pelle stanca. Domani c’è una festa di compleanno.
Il suo fiato
Giro intorno al tavolo per apparecchiare, immergo le mani nella bacinella colma d’acqua calda e detersivo per i piatti, l’azzurro sfuma nel violetto. Sono ancora la sua consolazione la sua gioia. Sono la vita immaginata e fatta carne. Sono sua figlia. Respiro. Sono anche il suo fiato.
Cielo
Delle pighe si sono formate in cielo come se un velo viola si fosse adagiato sulla città, la sera, formichine colorate corrono frenetiche da un negozio all’altro, cariche di borse e pacchi, attraversano la strada tra le luci festose, le osservo da quassù, stretta nella vestaglia, mi do calore con le braccia sporgendomi appena sul balcone, mi sento leggera, quasi potrei spiccare il volo, il vuoto mi attrae, poitrei cadere verso il basso, sotto il mio stesso peso. Gli stormi danzano sotto il velo nel cielo, li osservo invidiosa, poi mi ritiro, che le mie ali sono le parole.
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