Tag: personale

Dopo le coliche d’ira le mani tremano

Lo nuvole fumose schermano il sole, la maglia a righe rosse e blu è leggera, una velina arancio si alza da terra e i gatti di stoffa non miagolano mai e il mare si intiepidisce e ciò che cerco è tutto quì dentro di me. Le immagini patinate delle riviste di moda ci catapultano in una felicità in posa che ci circonda per centocinquanta pagine per poi abbandonarci alle ariditò del quotidiano, depliant di paesi mai visitati. Alla parola sentire piango. Il soffritto nella padella profuma. Le gentilezze non torneranno mai più, cerco di contenere una emorragia che mi costringe a casa da due giorni e alla parola tempo piango, sempre. Ho nascosto tutti gli orologi e non rispondo più al telefono. Riso, mescolare peperoni pomodoro salsa tabasco e timo. Le paste di mandorla erano così dolci occhi neri che ho dovuto bere un pò di veleno per non ammalarmi, non ci sono ferie o malattie pagate qui, a sorsi brevi la vità è diluita nel tempo. Prezzemolo e gamberetti sbollentati. Dopo le coliche d’ira le mani tremano, un senso di smarrimento, spolverare di pepe e sale. Ho bisogno di abitarmi e servire immediatamente a qualcosa.

era la mia casa


Fino a tre anni fa il sabato mattina in facoltà c’erano i seminari dedicati alla parte istituzionale dei programmi d’esame, le aule di musica erano aperte e c’era il coro che provava, c’era un ragazzo che veniva a suonare il sax nel cortile, il numero di studenti era minore rispetto al pieno dei primi tre giorni della settimana ma era bello vivere l’università così, sedersi al sole a leggere, mi sentivo sempre a casa. Adesso la didattica è dimezzata e il portoncino il sabato è socchiuso, gli studenti divorano gli anni d’università per restare alla fine delusi, l’intero edificio è vuoto, solo i giardinieri e gli addetti alle pulizie ci lavorano, e se ti fai un giro sei guardato con sospetto.

senza fiamma

Le risate di pancia, col loro solletico ci avvicinavano, mi baciavi le guance come se assaggiassi un dolce riempiendo, solo la punta del cucchiaino. Ho pensato: questi baci tra tre ore li sentirò ancora scendere in gola come un amarostico, una medicina per il mal di tempo, per il mal di te, come quella per il mal di testa con gli occhi al soffitto ingiallito, eccomi impigliata lassù, in quel lampadario a nido di canapa intrecciata, senza fiamma . Lo osservo incerta del suo significato, è instabile, un uccellino solitario potrebbe viverci lì dentro, capisco, ci vivo io, da quasi dieci anni sospesa su questo letto dell’infanzia perduta, nella penombra morbida dei lumini sui comodini, la radiosveglia di plastica bianca e qualche ninnolo sopra i centrini di macramè, con un filo di voce nella notte, mi mangi a morsi avvolgendmi in un bozzolo i tuoi fili di saliva, ciò che ne resta, vieni alle incertezze e alle fughe dei tuoi occhi e nelle tue mutande. Le mani sul viso, il piacere è confuso e colpevole, il mio nome si affaccia alla coscienza quando meno te lo aspetti. Ho disegnato la mia iniziale col dito sul vetro appannato del tuo parabrezza tante volte, ho pigiato bene perché non fosse superficiale, perché restasse l’impronta dei miei polpastrelli a lungo così che sedendosi al mio posto chiunque la vedesse a certo punto.
Un vuoto dentro a stare chiusa.
Che scoppiasse una rivoluzione. Sentire qualcosa.
Un rossore nuovo sulle guance, che fosse inizio.

silenzio sul fondo anche deglutire è un gesto solenne

Mentre visi familiari di telespettatori notturni si abbronzano di cognizioni astratte mescolando zuppe precotte e power shampoo alle lampados della notizia spiccia ci raccontano che un paio di strisce su un giornale hanno causato morte e odio, aizzato popolazioni intere da un giorno all’altro e sobbalziamo dalle sedie aprendendo ciò che è stato aggiunto e ciò che è stato tolto dal paniere ma non quello che usiamo per scambiare soldi e gelati col barista e siamo sesti nel pattinaggio olimpico, i ricami disegnati dai pattinatori sul ghiaccio erano così belli che affascintati loro stessi hanno perduto l’equilibrio, mi sistemo nella vasca vuota culla di ceramica luccicante e apro la fontana, con le mani sulle ginocchia e la schiena rilassata resto ferma ad aspettare il limite insopportabile mi scotta la coscia che si arrossa allora miscelo l’acqua calda con l’acqua fredda, il livello sale lentamente e mi conforta, le dita dei piedi ancora sciutte, laccate di nero che lucido si fa opaco, sembrano i tasti di un antropoforte e suono do do sol sol la la sol fa fa mi mi re re do attribuendo a caso i toni alle dita. Quando l’acqua mi sfiora il petto chiudo il miscelatore. Le luci della specchiera si fanno frammenti siderali sparsi nella vasca su di me che sudo gonfia di calore fuggono, mi riempio il palmo di bagnoschiuma e me ne cospargo il tronco le braccia e il collo affondando nella carne, la pelle morbida si profuma e guarda che belle le bolle che si formano in superficie hanno dentro l’arcobaleno! insapono le ginocchia, mi lascio andare completamente scivolo all’indietro alzando le gambe immergendo anche la testa i piedi sul bordo freddo tra le boccette di essenze e sali, dapprima sento un dolore acuto, poi l’acqua riempie i condotti serrati da tenere ma solide membrane che palpitano le orecchie ronzano poi si placano, la schiena aderisce al pavimento ne percepisco le scheggiature, silenzio sul fondo anche deglutire è un gesto solenne. I capelli leggeri galleggiano serpentini, vorrei restare così, per sempre.

Valentino

A quindici anni con la testa piena di favole e romanticherie mi vestii di rosso e, con gli orecchini a cuore, andai a scuola sognando un sanvalentino abbracciata al mostriciattolo di cui ero innamorata, lui non mi cagava nemmeno di striscio e tornai a casa sospirando.
A venti anni sanvalentino è stato un enorme leccalecca a forma di cuore, nella baita c’erano 30 gradi e fuori nevicava, fù divertente noi due da soli con le oche sul laghetto ghiacciato e quel micio che grattava alla porta infreddolito.
A quasi 30 anni non ho bisogno di un giorno preciso per amare e la tua compagnia è come il cioccolato fondente, ‘ché il vero gusto dell’amore è amaro.

Stasera Capossela ore 21 Avellino, dice concerto per soli innamorati e male accompagnati(cit.)

Alba di mezzogiorno

Trafelata prepara il pranzo di ritorno dal mercato, il rumore delle stoviglie che cozzano in cucina è lontano e attutito dalle coperte pesanti che mi coprono come un guscio contro il nuovo sole di lunedì. Lingue di luce sul letto sparpagliati libri e vestiti che faccio cadere stendendo le gambe, mi sono riaddormentata dopo un tremendo incubo avvolta nello scialle a fantasia peruviana e la lucetta accesa, non è bastato girare il cuscino per scacciarlo.
Domani arriva sempre inopportuno e le sue parole d’amore dovrebbero consolarmi ma io non riesco a provare che pena.
Le persone camminano tenendosi sotto braccio, sembrano vivere con facilità, si lasciano trasportare dalla vita stessa. Chi ha un cuore pesante resta fermo a farsi battere dal vento. Sul pavimento una pila di libri e cd ai quali non so trovare posto, nei quali inciampo quando squilla il telefono e mi alzo, scalza, addosso solo lo scialle e la t-shirt stampata touch me sul cuore, rispondo: pronto, mia madre allegra dice dalla cornetta che le sue analisi sono apposto che tornerà tardi da lavoro, chiede se dormivo. No ero sveglia ti voglio bene.
Adesso che sono qui e le piante sono verdi e il sole è giallo, mi domando: perché sono rimasta così a lungo a letto? Non è poi così difficile stare in piedi. Ritorno per infilare le pantofole, recuperare qualcosa da mettere, le lenzuola di flanella sono tiepide, fin qui arriva l’odore del soffritto di cipolle e pancetta.

Il suo fiato

Giro intorno al tavolo per apparecchiare, immergo le mani nella bacinella colma d’acqua calda e detersivo per i piatti, l’azzurro sfuma nel violetto. Sono ancora la sua consolazione la sua gioia. Sono la vita immaginata e fatta carne. Sono sua figlia. Respiro. Sono anche il suo fiato.

Cielo

Delle pighe si sono formate in cielo come se un velo viola si fosse adagiato sulla città, la sera, formichine colorate corrono frenetiche da un negozio all’altro, cariche di borse e pacchi, attraversano la strada tra le luci festose, le osservo da quassù, stretta nella vestaglia, mi do calore con le braccia sporgendomi appena sul balcone, mi sento leggera, quasi potrei spiccare il volo, il vuoto mi attrae, poitrei cadere verso il basso, sotto il mio stesso peso. Gli stormi danzano sotto il velo nel cielo, li osservo invidiosa, poi mi ritiro, che le mie ali sono le parole.

Ctrl+Alt+Canc=2006

Riavviare.ripartire.resettare.riprogrammare.migliorare facendo spazio: formattare l’ hardisk. primogennaio peccato che sia di domenica, la mia psicosi iniziatica dice che sarebbe stato perfetto di lunedì, il mio giorno preferito, tendo a lasciare le cose a metà spesso tanto c’è il lunedì che mi salva, il primo del mese, il primo dell’anno..come il mio compleanno. buoni propositi come finire gli esami+pronunciare al telefono la frase: allora le porto il primo capitolo della tesi+evitare di abboffarmi di happy hippo/duplo leggendo vecchie mailsmslettere+essere puntuale(questo è quasi impossibile) ho già fatto la lista della lista: lista delle cose da mangiare, degli orari da rispettare, delle cose a cui mi voglio dedicare, delle persone a cui telefonare, di quelle da evitare, dei libri dei dischi dei musei da visitare …primo dell’anno a selezionare vestiti, smontare il case e pulire la ventola ..chi inchioda calendari provenienti dai santuari, chi fa riti propiziatori, chi cucina finalemente si mangia.buonappetito.