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Tradimento

Il tradimento mette di fronte alla necessità di una revisione.
La revisione del traditore, che può essere un soggetto qualsiasi, a tradire non è necessariamente un amato; la revisione di noi stessi; la revisione della relazione tra noi e il traditote e del contesto in cui si è consumato il tardimento, non solo come luogo ma, come insieme di individui che sul tradimento si sono espressi attraverso azioni e inazioni

fallimento

Ci fermiamo dell’androne del palazzo, ho deciso di saltare la prossima lezione, piove a dirotto, fa freddo e non ho le forze per correre in strada, attraversare piazzetta Nilo e Spaccanapoli, schivare gente, le auto a via duomo, salire al quarto piano a piedi – perché l’ascensore funziona con un lento meccanismo a gnomo – scoprire che i posti a sedere sono già presi e dover seguire stando seduta a terra, col jeans bangnato, il pavimento lurido e gelido.
Così si parla, una donna tunisina mi saluta, la saluto, quella che sta con noi nell’androne sputacchia battute sul suo odore, le sue sopracciglia e la peluria sua.
Le chiedo: Ma tu fai mediazione?
no, mi dice
a vabbè
perchè? fa lei
vorrei direle: Perchè saresti un fallimento, cose sei un fallimento come persona, già a 19 anni. Le dico: così, chiedevo.

Metà anno

Il fatto è, chi mi conosce lo sa, che per me il primo gennaio rappresenterà poco o niente, come ogni anno, perché per me il capodanno è il giorno del mio compleanno, quindi questo mese di dicembre, che per tanti è significativo, perché religioso, perché pagano, perché civile, e comporta questa cosa del bilancio, per me rappresenta solo la partecipazione abbastanza passiva, molto passiva, alla vita della comunità in cui sono capitata e della mia famiglia, nella quale pure sono capitata per caso.
Sembrerà che questo post non abbia un buon inizio. In realtà questa celebrazione collettiva mi dà l’occasione di valutare la tappa intermedia, essendo dicembre il mese che spacca in due il mio anno. Con furba motivazione. Perchè, se valutassi l’anno civile, questo 2010 sembrerebbe essermi sfuggito dalle mani, più degli altri anni.
Qualche flashback emerge dal buio: il niente poi il suo – di lei, egoista, sola, approfittratrice, un po’ ladra -arrivo, confusione – rabbia – allegria – affetto – stanchezza – nel mezzo, la sua partenza, la percezione della libertà ma anche della tristezza, poi essere una mamma in affitto  – proprio quando il mio senso materno stava a zero – recuperare dolcezza e comprensione, disciplina,  dall’oscurità invernale emergere – fine del mio anno passato, inizio di quello che è a metà – con un’estate caldissima, camminare a lungo, camminare tanto, fino a sentire i muscoli strapparsi, anche per cinque o sei ore di seguito, andare tutti i giorni in libreria a leggere libri troppo costosi per essere comprati o solo per vedere la gente che esiste, ma senza mai sfiorarla, poi il filobus due tre volte a settimana, il terrazzo bianco l’orizzonte azzurro e la collina e il vento che gira le pagine, ablativo – congiuntivo – aggettivo possessivo – gelati – fui, fuiste, fue, fuimos, fuisteis, fueron – mi accorgo allora che le parole in bocca hanno un gusto nuovo, elettrizzante, è il piacere e nient’altro che mi spinge a fare, pongo fine a una tortura (quasi) autoinflitta  durata veramente troppo, poi caos, poi il primo giorno di paura, poi giorni tutti simili ma operosi e allegri, fino ad ora, il cursore che lampeggia, io che scrivo questo post.
Quindi posso dire che l’anno civile che sta per finire non è stato un granché, ma il mio anno natale si sta sviluppando alquanto bene.
La furbata è nella percezione di avere due capodanni, perchè se è vero che questo prossimo non mi riguarda, è anche vero che non mi è indifferente, perchè partecipare passivamente è comunque un modo d’esserci, che se nel bilancio del 2010 c’è qualche passaggio che non posso più recuperare, per il mio personale capodanno ho ancora tanto tempo!

restami accanto il più possibile

Tre panini a latte tre cucchiaini di confettura, caffè caldo molto zuccherato la pianista che in scarpe da escursionista calpesta prati e si ranicchia dietro cespugli fruscianti chiusa in se stessa osserva amplessi bilingustici non resistendo alla pressione del suo ventre, orina sfidando la sorte. In televisione rassegne cinematografiche mi accalorano i nervi. Nella casa vuota si fanno prove generali di solitudini sfilacciate. Ma il telefono squilla e mi chiede se sono già sveglia: si sono sveglia, molla quel cazzo di lavoro di merda al quale dai tutta te stessa come se la vita al di fuori dell’orario fosse talmente schifosa da dover essere obliata nella stanchezza. Vieni quì (cerca di prenderti cura di te, restami accanto il più possibile, perchè il vuoto di te è insopportabile).

Lui non sa che ho pianto prima di sorridere

Disimparo l’uso del corsivo, non riesco a dominare la penna, in una stessa parola le lettere hanno dimensioni diverse tra loro. Già da bambina, tendevo a mescolare corsivo e stampatello, ma negli ultimi tempi sta diventando difficoltoso comprendere ciò che scrivo anche per me.
 
L’istruttore con fare morbido e comprensivo mi chiedeva viso a viso cosa ci fosse che non andava, e forse non ha creduto che tutto è a posto. Lui non sa che ho pianto prima di sorridere.

Acquazzone settembrino

Senza mezzi termini, piove. Piove come se dio (uno qualsiasi) avesse ordinato a tutti gli angeli (o altri impiegati suoi) di affacciarsi dalle nuvole e rovesciare catini d’acqua sulle teste della gente per lavarla, perchè non se ne poteva più di quella puzza d’essere umano accaldato che ti si spalma addosso quando sei in giro a piedi nei mercati, in autobus, in metropolitana, tra un palpeggiamento e un furto, ma così è peggio, che cerchi uno spiraglio d’aria boccheggiando verso l’alto sulle teste della ressa e l’unica cosa che trovi è il fiato gastritico di una signora dai capelli crespi e una caccola attaccata alla narice di un vecchietto dalla giacca di lana a quadretti il 25 settembre con 25 gradi segnati dal display della farmacia proprio lì fuori. Così all’uscita di casa di lavoro di scuola focalizzi, come fosse una apparizione divina, la sedia su cui hai lasciato l’ombrello che galleggia luminosa nella tua mente buia e tentenni sul dafarsi: uscire e docciarmi o restare quì sotto il portone e morire di fame? restare, tanto mò smette, ma non smette, allora uscire docciarmi per un tratto e spendere due euro nel negozio cinese per un ombrello che durerà un euro e cinquanta, scarpe calze e pantalone zuppi di acqua fetida nera con dentro della granella grigiastra, che sarà? Molecole aggregate, colonie schifide di epatite erpes leptospirosi alien? Appena arrivo a casa mi lavo col napisan misto ad alcol e acqua ossigenata (magari mi depila pure sta roba).

Le mie magie riescono sempre

Dallo schermo piove una luce lattea che mi scava sotto gli occhi creando pozze nere, poche parole prima di dormire o solo mettermi a letto e aspettare il mattino, come spesso mi capita. Quì, sotto al mio palazzo al centro del caldo maleodorante di metà settembre, scorre un fiume senz’acqua: prive di una cadenza regolare le auto sfrecciano ferendo la notte con musica violenta di bassi che penetrano a fondo a volume elevato, poi torna un silenzio che chiamano silenzio ma silenzio non è, un borbottio sommesso, la vita nella metropoli rallenta a tratti sussurra, ma non si ferma.
La gioia stasera ha abbondato indondandoci dal telone brillante animato di flutti corsari viscidi mostri impavidi destinati a eternità sottomarine, dilagando su candide spiagge. Ridevo e ridevo di più nel vederti ridere di gusto ridevo di gioia, ti ho amato tantissimo perchè la chiave dell’amore è l’unione. Abbiamo atteso la fine dei titoli di coda, mi piace uscire per ultima, lasciare la sala vuota mi infonde una insospettabile pace, spingendo la porta ho formulato un incantesimo avventato ‘adesso saremo catapultati in una diversa dimensione’.
Le mie magie riescono sempre. Piegando il volante ho agirato ostacoli e messo in fuga coppiette avvinte nell’ombra soffusa di quegli immensi parcheggi depredati dalla notte irreale dei loro piccoli diurni abitanti, i cani scodinzolavano inseguendoci. Un desiderio represso, no, appena suggerito, mi è scivolato dalle labbra galleggiando tra noi, sospeso speranzoso di vedersi accolto si è dissolto sulla rampa d’accelerazione come fumo contro un corpo inatteso mentre i segnali ci venivano incontro alternandosi ai vuoti del paesaggio intrinso di gas.

Mi scusi ho sbagliato numero. Buon compleanno a chi?

In programma c’era un compleanno da festeggiare ieri sera, ma non sempre i programmi vengono rispettati poiché, spesso, i motori cedono e la frizione si brucia. Qualcosa è cambiato, ho pensato che certe telefonate somigliano più a:”Mi scusi ho sbagliato numero”, che a:”Vorrei che fossi qui”. E i treni deragliano, viaggiare sul mulo era più sicuro, ma questa è la crescita si dice, questa è l’età adulta. Nell’inconveniente mi sei mancata moltissimo, noi abbiamo ripiegato su una cena all’aperto, in strada, proprio qui vicino a casa mia. Ti volevo dire che qualcosa è cambiato, mentre il tifo agitava i camerieri un ambulante si aggirava tra i tavoli sul marciapiedi, non un alito di vento tra le fioriere e i frutti di mare erano freschissimi e il suo sguardo dolcissimo. Oggi è ancora domenica di requie. Buon compleanno a chi?

lattee ranuncole

Poi una gran confusione, davvero, di silenzi e accadimenti. Una specie di piccola ansia cresciuta nel bagliore opalescente dei mattini ovattati di quest’inverno freddo e umido, notturne ambientazioni, superfici di ghiaccio lame una armatura possente. Assente nei moti e nelle coscienze, un desiderio troppo grande che non si spegne. Fuori adesso mi acchiappa mi divincolo ma incespico, cado al suolo, soffici filamenti verdi come capelli attutiscono il colpo lattee ranuncole mi accarezzano le carni e uno scricciolo curioso allarma trillando il sottobosco, un fremito, mi lascio afferrare per le caviglie, mi attorciglio alle radici.