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A Teatro: taccuino degli spettacoli

A Teatro: taccuino degli spettacoli

Il mio “A Teatro: taccuino degli spettacoli“, appena consegnato da Amazon. Quando dico che è mio intendo che l’ho fatto proprio io. Ho approfittato di Amazon per farmi un taccuino in cui scrivere le mie impressioni, segnare i dati tecnici e tenere traccia di tutti gli spettacoli a cui assisto.

Considerando che vedo una media di tre spettacoli a settimana durante la stagione invernale, più quelli a cui assisto nei festival (non a tutti scatto foto da aggiungere qui su Facebook nell’album teatro), ho sempre bisogno di un’agenda o un quaderno in cui appuntare i miei pensieri, così ho deciso di creare qualcosa di dedicato, come ne esistono di film e libri. Ad ogni spettacolo vengono destinate tre pagine in cui segnare le impressioni sulla regia, sulle luci, i costumi e altri spetti dello spettacolo. In formato A4 con copertina morbida colorata e all’interno pagine a righe.

Se anche voi sentite l’esigenza di una taccuino degli spettacoli, utile per spettatori e appassionati, ma anche per studenti e studentesse di teatro/drammaturgia, questo è il link per acquistarlo: https://amzn.eu/d/863BGip

Vi assicuro che non mi arricchirò con le vendite, dato che Amazon su quei cinque euro e ottantadue del costo mi dà circa 15/20 centesimi, l’ho fatto perché lo volevo per me e magari anche qualcun altr@ lo desidera.

Utopia

Da alcuni giorni porto dentro di me la parola utopia.

utopìa s. f. [dal nome fittizio di un paese ideale, coniato da Tommaso Moro nel suo famoso libro Libellus … de optimo reipublicae statu deque nova Insula Utopia (1516), con le voci greche οὐ «non» e τόπος «luogo»; quindi «luogo che non esiste»]. – 1. Formulazione di un assetto politico, sociale, religioso che non trova riscontro nella realtà ma che viene proposto come ideale e come modello; il termine è talvolta assunto con valore fortemente limitativo (modello non realizzabile, astratto), altre volte invece se ne sottolinea la forza critica verso situazioni esistenti e la positiva capacità di orientare forme di rinnovamento sociale (in questo senso utopia è stata contrapposta a ideologia). 2. estens. Ideale, speranza, progetto, aspirazione che non può avere attuazione: la perfetta uguaglianza fra gli uomini è un’u.; la pace universale è sempre stata considerata un’u.; queste sono utopie!

Questa la definizione che ne dà Treccani on line. Un luogo che non esiste, proposto come ideale e modello, astratto ma capace di orientare, con la sua critica positiva, il rinnovamento sociale. Una speranza che, dice Treccani, non può avere attuazione. Nel sentire comune utopia viene utilizzato più spesso proprio con quest’ultimo significato negativo, piuttosto che con tutti i precedenti positivi. Ma un mondo senza spinta utopica è un mondo già morto.
L’utopia è un luogo che vive nella nostra mente e ci orienta nelle azioni quotidiane, mette in luce i punti critici della realtà e consente di rinnovarla.
Nell’anno nuovo che arriva, che arriva per calendario, e coprirà metà del mio trenatanovesimo anno natale e metà del quarantesimo, l’utopia sarà ancor più del passato la mia guida nel presente. Ogni volta che avrò un dubbio o un tentennamento, guarderò alla mia utopia per decidere cosa fare.

Prendo in prestito le parole di Alanis Morissette, che suonano perfette, e rendo la sua Utopia colonna sonora del 2017.

We’d gather around, all in a room, fasten our belts, engage in dialogue.
We’d all slow down, rest without guilt, not lie without fear, disagree sans judgement.

We would stay and respond and expand and include and allow and forgive
and enjoy and evolve and discern and inquire and accept and admit and divulge
and open and reach out and speak up.

This is utopia, this is my utopia.
This is my ideal, my end in sight.
Utopia, this is my utopia.
This is my nirvana,
my ultimate.

We’d open our arms, we’d all jump in, we’d all coast down into safety nets.

We would share and listen and support and welcome, be propelled
by passion, not invest in outcomes. We would breathe and be charmed
and amused by difference, be gentle and make room for every emotion.

This is utopia, this is my utopia.
This is my ideal, my end in sight.
Utopia, this is my utopia.
This is my nirvana,
my ultimate.

We’d provide forums, we’d all speak out, we’d all be heard, we’d all feel seen.

We’d rise post-obstacle more defined, more grateful. We would heal,
be humbled and be unstoppable. We’d hold close and let go and
know when to do which. We’d release and disarm and stand up and feel safe.

This is utopia, this is my utopia.
This is my ideal, my end in sight.
Utopia, this is my utopia.
This is my nirvana,
my ultimate.

Nel 2016

Nel 2016 ho iniziato una ventina di libri, ne ho finiti solo tre.
Nel 2016 ho smesso di guardare film e telefilm che mi appassionavano perché “non ho tempo”, poi il tempo l’ho lasciato andare via senza fare nulla.
Nel 2016 ho ceduto a dei ricatti e non ho ascoltato abbastanza me stessa, ma ho smesso di rispondere a ogni chiamata di soccorso.
Nel 2016 ci ho riprovato e non so se ho fatto bene.
Nel 2016 ho smesso di leggere, scrivere e parlare spagnolo, da un giorno all’altro, non so perché, mi stupisce non sentirne la mancanza.
Nel 2016 ho mangiato molto male e fatto poco esercizio fisico.
Nel 2016 credevo che avrei riempito molti album da disegno, blocchi per schizzi e quaderni di appunti, non è stato così.
Nel 2016 mi sono lasciata guidare dando fiducia, dopo due anni, a chi non credevo potesse aiutarmi, e ho fatto bene.
Nel 2016 ho ricominciato a stare in mezzo alle persone, senza scappare dai conflitti.
Nel 2016 ho viaggiato di più, ma sempre meno di quanto avrei voluto.
Nel 2016 sono stata accolta con calore e affetto (anche nel 2015) e un giorno riuscirò a restituire questo calore e questo affetto.
Nel 2016 ho speso tutti i miei soldi, a volte male a volte bene.
Nel 2016 i lutti sono stati troppi.
Nel 2016 le partenze sono state ancora tante, la gioia di vedere gli amici realizzare i loro sogni è enorme, come la solitudine che sento.
Nel 2016 ho lavorato troppo fuori orario senza essere ricompensata quanto meritavo, ma ho anche lavorato male per chi avrebbe dovuto ricevere di più da me, perché mi ha dato fiducia ancora e ancora.

Il Pilates, il mio ritmo biologico e le altre persone

foto scattata al Festival dell’Oriente di Napoli @lillarainbow – forepaese

Ho iniziato a praticare il metodo Pilates per caso perché, dopo anni di inattività, l’aerobica – che pure ho praticato per 16 anni – era un allenamento a impatto eccessivo, fisicamente ed emotivamente. Intendo dire che eseguire i passi dell’aerobica, che secondo me oggi ha preso derive schizofreniche, coordinandomi con le altre partecipanti alla lezione è fuori dal mio ritmo fisico e mentale. Per non parlare della musica che si usa nell’aerobica, la odio e mi provoca un diffuso senso di  malessere.
L’unico corso di yoga a un costo abbordabile per me si teneva a 20/30 minuti da casa, poiché l’inverno è composto di giorni prevalentemente bui e piovosi, poiché bisogna essere coscienti del proprio carattere, a stento sarei andata alla prima lezione, ho evitato di buttare i soldi in quella direzione.
Quindi sono tornata nella palestra che frequento in modo discontinuo da 30 anni, a dieci minuti da casa. Visita medica completa, iscrizione, retta.

Un mese e mezzo di Pilates mi ha dato dei benefici inaspettati. Via il mal di schiena, via il dolore alla sciatica, via la sensazione di intorpidimento alle gambe e ginocchia più agili.
Grazie signor Pilates.

Un beneficio di non secondo piano è stato quello della concentrazione. Volevo focalizzare la mente sulla realtà, essere completamente presente a me stessa, il Pilates richiede concentrazione. E mentre ti concentri ed esegui fluidamente i movimenti, che io leggo come un mix di yoga e danza, sudi quel tanto che basta a farti sentire soddisfatta del lavoro fisico e mentale svolto in quei 50 minuti.
Volevo amare me stessa e migliorarmi, il Pilates mi aiutava a farlo.

A novembre sono arrivati i giorni corti, le piogge torrenziali, il freddo e io ho smesso di andare in palestra, come da copione.
Invece di forzarmi, nel momento della messa alla prova mi sono ripiegata su me stessa, dopo il lavoro ho ricominciato a vagare con la mente e a dormire invece di uscire. “Sono fatta così” non è una buona scusa, io però sono fatta proprio così, d’inverno muoio.

Primavera, ancora pioggia ma almeno c’è la luce.
Sono tornata in palestra, due settimane e di nuovo il mio corpo ha beneficiato di quei 50 minuti di esercizio lento e focalizzato.
Adesso che siamo a metà giugno restano solo altre cinque lezioni. Purtroppo le palestre non seguono il mio ritmo biologico, mentre gli istruttori vanno in vacanza io vorrei aumentare il numero delle lezioni, raddoppiarne la durata. Il dramma, per così dire, è che non ho uno spazio adatto a praticare Pilates per conto mio, c’ho provato a farlo in casa, ma ho bisogno del rito: preparare la borsa, uscire, fare quel preciso percorso a piedi, cambiarmi, sistemare il tappetino e seguire la classe.
Anche se non sono mai pienamente a mio agio con le altre persone, queste mi servono per essere costante, mi ancorano alla realtà.

Sula – Toni Morrison | pag. 55/pag. 68

Sula – Toni Morrison | pag. 55/pag. 68

“Il coro dei bambini, vestiti di bianco, cantò Nearer My God to Thee e Precious Memories, gli occhi fissi sul libretto dei canti, anche se non ne avevano bisogno, perché questa era la prima volta che le loro voci celebravano un momento di vita autentica.”

Image: http://www.peteroljelund.se/victrola/

“I vecchi ballavano con i bambini. I ragazzi con le sorelle, e le donne di chiesa, che di solito disapprovavano ogni manifestazione fisica di gioia (tranne quando lo prescriveva la mano di Dio), battevano il tempo con i piedi. Qualcuno (il padre dello sposo, si diceva) aveva versato un’intera pinta di liquore di canna dentro il punch, sicché anche gli uomini che non se l’erano svignata dalla porta posteriore per andare a bere un bicchierino erano sbronzi, e pure le donne, che non si mettevano mai in corpo niente di più forte della Black Draught. Un ragazzino, in piedi accanto al Victrola, ne girava la manovella e sorrideva al suono della canzone di Bert Williams Save a Little Dream fo Me.”

 

Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20


Nearer My God to Thee
interpretata dal Peerless Quartet

Save a Little Dream fo Me interpretata da Bert Williams 

Precious Memories interpretata da Rosetta Tharpe

Sula – Toni Morrison | pag. 55/pag. 68

“Il coro dei bambini, vestiti di bianco, cantò Nearer My God to Thee e Precious Memories, gli occhi fissi sul libretto dei canti, anche se non ne avevano bisogno, perché questa era la prima volta che le loro voci celebravano un momento di vita autentica.”

“I vecchi ballavano con i bambini. I ragazzi con le sorelle, e le donne di chiesa, che di solito disapprovavano ogni manifestazione fisica di gioia (tranne quando lo prescriveva la mano di Dio), battevano il tempo con i piedi. Qualcuno (il padre dello sposo, si diceva) aveva versato un’intera pinta di liquore di canna dentro il punch, sicché anche gli uomini che non se l’erano svignata dalla porta posteriore per andare a bere un bicchierino erano sbronzi, e pure le donne, che non si mettevano mai in corpo niente di più forte della Black Draught. Un ragazzino, in piedi accanto al Victrola, ne girava la manovella e sorrideva al suono della canzone di Bert Williams Save a Little Dream fo Me.”

Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20


Nearer My God to Thee
interpretata dal Peerless Quartet

Save a Little Dream fo Me interpretata da Bert Williams 

Precious Memories interpretata da Rosetta Tharpe

Sula – Toni Morrison | Incipit e pag. 37-38

Sula – Toni Morrison | Incipit e pag. 37-38

Oggi inizio a leggere Sula di Toni Morrison.
E’ la prima volta che leggo qualcosa di questa autrice premio nobel per la letteratura nel 1993. Volevo acquistare Beloved ma, assieme alla libraia che li ha cercati con me sia fisicamente che nel computer, ho scoperto che i libri di Toni Morrison non sono stati ripubblicati negli ultimi anni. Nel libro edito da Frassinelli, in lingua italiana, si riporta il 1975 come data della prima pubblicazione in lingua inglese, mentre su wikipedia in inglese c’è il 1973.

Toni Morrison in un’immagine che ho trovato navigando in Google.

La pagina wikiquote italiana contiene qualche notizia interessante sul suo rapporto con l’Italia, ma anche sulla percezione della letteratura afro-americana rispetto a quella bianca:

“Se io scrivo di afro-americani, i critici mi definiscono black writer, se John Cheever scrive di bianchi del New England, la discussione s’impronta sulla complessità del racconto. Spero che un giorno la letteratura non sarà più divisa tra nera e bianca. Perché sono abbastanza stufa di essere considerata una sociologa invece di una letterata.”

Esattamente come viene percepita la letteratura scritta da donne rispetto a quella scritta da uomini.

Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20

 

Dal libro:

E’ una fortuna enorme sentire
la mancanza di qualcuno
molto prima che ci lasci.
Questo libro è per Ford e Slade, che mi
mancano anche se non mi hanno lasciato.

Nessuno conosceva la rosa del mio
mondo tranne me… Ho avuto troppa
gloria. Non si può volere tanta gloria
nel cuore di qualcuno.

In quel posto, là dove hanno sradicato gli arbusti di solano e i cespugli di more per costruire il campo da golf di Medallion, un tempo c’era un piccolo agglomerato di case. Si ergeva sulle colline intorno alla città di Medallion, adagiata nella valle, e si stendeva fino al fiume. Ora li chiamano i sobborghi, ma quando ci viveva la gente di colore lo chiamavano il Fondo. Una strada, ombreggiata da faggi, querce, aceri e castagni, lo collegava alla valle. Ora i faggi non ci sono più, e così pure i peri dove i bambini sedevano tra i rami fioriti a dare la baia ai passanti. Sono state stanziate somme ingenti per abbattere gli spogli edifici sbiaditi ammassati lungo la strada da Medallion al campo da golf. Hanno intenzione di radere al suolo la Time and Half Pool Hall, la sala da biliardo, dove una volta i piedi che poggiavano sulle traverse delle sedie erano calzati di lunghe scarpe marrone chiaro. Un maglio d’acciaio ridurrà in polvere l’Irene’s Palace of Cosmetology, dove le donne posavano il capo sul lavatesta e pisolavano mentre Irene frizionava loro i capelli con qualche goccia di Nu Nile. Con l’aiuto di una leva gli uomini in abiti da lavoro color cachi forzeranno le tavole di legno del Reba’s Grill, la cui proprietaria cucinava con il cappello perché senza non riusciva a ricordare gli ingredienti.

pag. 3

Hanna si rifiutò di vivere senza le attenzioni di un uomo, e dopo la morte di Rekus ebbe una sfilza ininterrotta di amanti, per lo più mariti di amiche e vicine. Il suo modo di flirtare era dolce, discreto e schietto. Mai una ravviatina ai capelli, nessuna smania di cambiarsi d’abito, mai una passata di belletto o un qualsivoglia gesto: trasudava sesso da ogni poro. Con addosso sempre la solita vecchia tunica di cotone stampato, a piedi nudi d’estate, d’inverno con un paio di scalcagnate pantofole maschili di pelle, rendeva gli uomini consapevoli del suo sedere, delle caviglie sottili, della pelle fresca di rugiada e del suo collo incredibilmente lungo. E poi gli occhi sorridenti, quel suo modo di girare la testa – tutto così invitante, lieve e giocoso. La sua voce si trascinava, si abbassava e si piegava, dando musicalità alle parole più semplici. Nessuno al mondo sapeva dire “ehi, dolcezza” come Hanna. Quando la sentiva, l’uomo si calava il cappello sugli occhi, si tirava su i pantaloni e pensava all’incavo alla base del collo di Hanna. E mai il minimo malinteso su lavoro e responsabilità. Eva metteva alla prova i suoi uomini, litigava, li faceva sentire come se avessero combattuto contro un avversario degno, seppur gradevole; Hanna non esagerava mai, non avanzava pretese, faceva sentire l’uomo perfetto e meraviglioso così com’era, non c’era bisogno di fronzoli: cos’ lui si rilassava e andava in estasi, avvolto dall’alone luminoso di Hanna che lo illuminava per il solo fatto che lui esisteva. Se per caso, quando l’uomo entrava, Hanna stava portando su dalla cantina un secchio di carbone, lo maneggiava in modo da farlo diventare un gesto d’amore. Lui non muoveva un dito per aiutarla, perché voleva veder apparire le sue cosce quando si chinava per posarlo, ben sapendo che anche lei voleva che le guardasse.

Ma in quella casa affollata non c’erano luoghi per privati e spontanei incontri d’amore; allora, d’estate, Hanna accompagnava l’uomo giù in cantina, dove era fresco, tra i bidoni di carbone e i giornali; d’inverno entravano nella dispensa e rimanevano in piedi, appoggiati agli scaffali colmi di scatolame, o giacevano sui sacchi di farina, sotto le sfilze di peperoncini verdi. Quando questi posti non erano praticabili, scivolava nel salotto, che raramente veniva usato, oppure di sopra, in camera da letto. Quest’ultimo posto però le piaceva di meno, non perché Sula dormisse nella stanza con lei, ma perché il suo compagno d’amore tendeva sempre ad addormentarsi, dopo, e Hanna era piuttosto esigente riguardo alla persona con cui dormire. Avrebbe scopato praticamente con chiunque, ma dormire con qualcuno implicava per lei fiducia e impegno definitivi. Così i suoi amanti furono sempre diurni. Una volta soltanto Sula tornò a casa da scuola e trovò sua madre a letto, accoccolata tra le braccia di un uomo.
Avendo notato che il suo passo, quando usciva dalla dispensa, era agile come quando era entrata ma più felice, Sula imparò che il sesso era un’attività piacevole e frequente, ma per altro verso di poco conto. Fuori di casa, dove i bambini ridacchiavano scioccamente della biancheria intima, il messaggio era diverso. Così esaminava bene il viso di sua madre e degli uomini quando aprivano la porta della dispensa, e poi fece le sue scelte.

____________

Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20

Image: pookaslogic.tumblr.com

Sula – Toni Morrison | Incipit e pag. 37-38

Oggi inizio a leggere Sula di Toni Morrison.
E’ la prima volta che leggo qualcosa di questa autrice premio nobel per la letteratura nel 1993. Volevo acquistare Beloved ma, assieme alla libraia che li ha cercati con me sia fisicamente che nel computer, ho scoperto che i libri di Toni Morrison non sono stati ripubblicati negli ultimi anni. Nel libro edito da Frassinelli, in lingua italiana, si riporta il 1975 come data della prima pubblicazione in lingua inglese, mentre su wikipedia in inglese c’è il 1973.

Toni Morrison in un’immagine che ho trovato navigando in Google.

La pagina wikiquote italiana contiene qualche notizia interessante sul suo rapporto con l’Italia, ma anche sulla percezione della letteratura afro-americana rispetto a quella bianca:

“Se io scrivo di afro-americani, i critici mi definiscono black writer, se John Cheever scrive di bianchi del New England, la discussione s’impronta sulla complessità del racconto. Spero che un giorno la letteratura non sarà più divisa tra nera e bianca. Perché sono abbastanza stufa di essere considerata una sociologa invece di una letterata.”

Esattamente come viene percepita la letteratura scritta da donne rispetto a quella scritta da uomini.

Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20

 

Dal libro:

E’ una fortuna enorme sentire
la mancanza di qualcuno
molto prima che ci lasci.
Questo libro è per Ford e Slade, che mi
mancano anche se non mi hanno lasciato.

Nessuno conosceva la rosa del mio
mondo tranne me… Ho avuto troppa
gloria. Non si può volere tanta gloria
nel cuore di qualcuno.

In quel posto, là dove hanno sradicato gli arbusti di solano e i cespugli di more per costruire il campo da golf di Medallion, un tempo c’era un piccolo agglomerato di case. Si ergeva sulle colline intorno alla città di Medallion, adagiata nella valle, e si stendeva fino al fiume. Ora li chiamano i sobborghi, ma quando ci viveva la gente di colore lo chiamavano il Fondo. Una strada, ombreggiata da faggi, querce, aceri e castagni, lo collegava alla valle. Ora i faggi non ci sono più, e così pure i peri dove i bambini sedevano tra i rami fioriti a dare la baia ai passanti. Sono state stanziate somme ingenti per abbattere gli spogli edifici sbiaditi ammassati lungo la strada da Medallion al campo da golf. Hanno intenzione di radere al suolo la Time and Half Pool Hall, la sala da biliardo, dove una volta i piedi che poggiavano sulle traverse delle sedie erano calzati di lunghe scarpe marrone chiaro. Un maglio d’acciaio ridurrà in polvere l’Irene’s Palace of Cosmetology, dove le donne posavano il capo sul lavatesta e pisolavano mentre Irene frizionava loro i capelli con qualche goccia di Nu Nile. Con l’aiuto di una leva gli uomini in abiti da lavoro color cachi forzeranno le tavole di legno del Reba’s Grill, la cui proprietaria cucinava con il cappello perché senza non riusciva a ricordare gli ingredienti.

pag. 3

Hanna si rifiutò di vivere senza le attenzioni di un uomo, e dopo la morte di Rekus ebbe una sfilza ininterrotta di amanti, per lo più mariti di amiche e vicine. Il suo modo di flirtare era dolce, discreto e schietto. Mai una ravviatina ai capelli, nessuna smania di cambiarsi d’abito, mai una passata di belletto o un qualsivoglia gesto: trasudava sesso da ogni poro. Con addosso sempre la solita vecchia tunica di cotone stampato, a piedi nudi d’estate, d’inverno con un paio di scalcagnate pantofole maschili di pelle, rendeva gli uomini consapevoli del suo sedere, delle caviglie sottili, della pelle fresca di rugiada e del suo collo incredibilmente lungo. E poi gli occhi sorridenti, quel suo modo di girare la testa – tutto così invitante, lieve e giocoso. La sua voce si trascinava, si abbassava e si piegava, dando musicalità alle parole più semplici. Nessuno al mondo sapeva dire “ehi, dolcezza” come Hanna. Quando la sentiva, l’uomo si calava il cappello sugli occhi, si tirava su i pantaloni e pensava all’incavo alla base del collo di Hanna. E mai il minimo malinteso su lavoro e responsabilità. Eva metteva alla prova i suoi uomini, litigava, li faceva sentire come se avessero combattuto contro un avversario degno, seppur gradevole; Hanna non esagerava mai, non avanzava pretese, faceva sentire l’uomo perfetto e meraviglioso così com’era, non c’era bisogno di fronzoli: cos’ lui si rilassava e andava in estasi, avvolto dall’alone luminoso di Hanna che lo illuminava per il solo fatto che lui esisteva. Se per caso, quando l’uomo entrava, Hanna stava portando su dalla cantina un secchio di carbone, lo maneggiava in modo da farlo diventare un gesto d’amore. Lui non muoveva un dito per aiutarla, perché voleva veder apparire le sue cosce quando si chinava per posarlo, ben sapendo che anche lei voleva che le guardasse.

Ma in quella casa affollata non c’erano luoghi per privati e spontanei incontri d’amore; allora, d’estate, Hanna accompagnava l’uomo giù in cantina, dove era fresco, tra i bidoni di carbone e i giornali; d’inverno entravano nella dispensa e rimanevano in piedi, appoggiati agli scaffali colmi di scatolame, o giacevano sui sacchi di farina, sotto le sfilze di peperoncini verdi. Quando questi posti non erano praticabili, scivolava nel salotto, che raramente veniva usato, oppure di sopra, in camera da letto. Quest’ultimo posto però le piaceva di meno, non perché Sula dormisse nella stanza con lei, ma perché il suo compagno d’amore tendeva sempre ad addormentarsi, dopo, e Hanna era piuttosto esigente riguardo alla persona con cui dormire. Avrebbe scopato praticamente con chiunque, ma dormire con qualcuno implicava per lei fiducia e impegno definitivi. Così i suoi amanti furono sempre diurni. Una volta soltanto Sula tornò a casa da scuola e trovò sua madre a letto, accoccolata tra le braccia di un uomo.
Avendo notato che il suo passo, quando usciva dalla dispensa, era agile come quando era entrata ma più felice, Sula imparò che il sesso era un’attività piacevole e frequente, ma per altro verso di poco conto. Fuori di casa, dove i bambini ridacchiavano scioccamente della biancheria intima, il messaggio era diverso. Così esaminava bene il viso di sua madre e degli uomini quando aprivano la porta della dispensa, e poi fece le sue scelte.

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Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20

Image: pookaslogic.tumblr.com