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Chiedi alla polvere

Avevo appena cominciato a scrivere che udii dei passi nel corridoio e capii che stava tornando. Mi precipitai a spegnere la luce, ma era ormai troppo tardi; doveva averla vista filtrare sotto la porta. Quando bussò, non risposi. Bussò di nuovo, ma io rimasi seduto a fumare. Allora cominciò a tempestare la porta di pungi e minacciò di prenderla a calci e di non smettere per tutta la notte se non le avessi aperto. Mollò il primo calcio che eccheggiò come una esplosione nell’edificio cadente; mi alzai di scatto e aprii. – Caro!- esclamò, tendendomi le braccia. – Accidenti!-le dissi. – Adesso esageri. Non capisci che mi hai stufato? – Perchè mi hai lasciata? – mi domandò. – Come hai potuto farmi una cosa simile? – Avevo un altro impegno. – Oh tesoro, – mi disse. – Non dovresti mentirmi. – Sciocchezze. Si avvicinò alla macchina da scrivere e. come l’altra volta, strappò il foglio. Sopra non c’era che qualche frase, il mio nome ripetuto più volte e dei versi isolati. Questa volta il suo viso si illuminò. – E’ splendido! – esclamò. – Sei un genio! Il mio tesoro è pieno di talento! – Ho molto da fare, – risposi. – Ti spiacerebbe andartene? Sembrava che non mi avesse sentito. Si sedette sul letto, si slacciò la giacca e fece dondolare i piedi. – ti amo, – disse. – Sei il mio tesoro e farai l’amore con me. – Un’altra volta, – le dissi. – Adesso sono stanco. Mi arrivò una zarfata di quel suo odore di saccarina. – Non sto scherzando, – le dissi. – Penso che faresti meglio ad andartene. Vorrei evitare di doverti sbattere fuori. – Sono così sola, – mi confidò. Diceva sul serio. Assieme alle sue parole, sgorgò da lei un fiotto di sofferenza, un groviglio buio, che mi fece vergognare della mia durezza. – Daccordo, – le dissi. – Chiacchieriamo pure un pò. Presi la sedia e mi sedetti a cavalcioni, con il mento appoggiato allo schienale, mentre lei si accovacciava sul letto. Era meno ubriaca di quel che pensassi. C’era qualcosa che non andava in lei, ma non era l’alcol, e io volevo scoprire di cosa si trattava. Si mise a parlare con aria allucinata. Mi disse il suo nome; si chiamava Vera. Faceva la governante in una famiglia di ricchi ebrei di Long Beach, ma era stanca del suo lavoro. Era scappata dalla Pennsylvania perchè il marito l’aveva tradita. Quel giorno era venuta in gita a Los Angeles e mi aveva visto in un ristorante, all’angolo tra Olive Street e la Seconda. Mi aveva seguito fino al mio albergo perchè i miei occhi “le avevano trafitto l’anima”. Ma io non mi ricordavo di lei, anzi, ero sicuro di non averla mai vista in vita mia. Dopo aver scoperto dove abitavo, era tornata da Solomon e si era ubriacata. Aveva continuato a bere per tutto il giorno, ma solo per trovare il coraggio di venire in camera mia. – So che provi ripugnanza per me, – mi disse. – sai delle mie cicatrici e dell’orrore che porto addosso, nascosto sotto i vestiti. ma devi cercare di non pensare alla bruttezza del mio corpo, perchè il mio cuore è buono. Davvero, sono buona, e non merito il tuo disgusto. Rimasi senza parole. – Perdona il mio corpo! – esclamò. Poi mi abbracciò, con le guance inondate di lacrime. – Pensa alla mia anima, – disse. – E’ così bella, la mia anima, e può darti tanto! …

John Fante
Chiedi alla polvere che non mi piaceva molto fino a pagina 107, dove arriva Vera.

Su verità e menzogna fuori dal senso morale

Ho appena finito di leggere Su verità e menzogna fuori dal senso morale di F. Nietzsche, questi che seguono sono i miei appunti.

La questione della verità costituisce un tema centrale nella riflessione filosofica di Nietzsche, infatti egli si è imposto di dire sempre la verità1 senza mai tirarsi indietro di fronte a nessun ostacolo nonostante abbia scritto : “ …in alcune situazioni è una nobile arte saper tacere, la parola è pericolosa”.
Nietzsche affronta la questione in maniera esplicita già a partire dallo scritto “Su verità e menzogna fuori dal senso morale” del 1873 che segna una tappa fondamentale della sua ricerca, dove la filologia passa attraverso “ una porta girevole, per entrare nella stanza della filosofia”.
Sempre più filosofo si sente Nietzsche che raccoglie le sue fruttuose riflessioni sotto il titolo di “Cinque prefazioni per cinque libri non scritti e da non scrivere” inconsueta raccolta di premesse mai concretizzate in testi, i cui argomenti sono : il pathos della verità, lo stato greco, l‘avvenire delle scuole, l’agone e il rapporto della filosofia di Schopenhauer con la cultura tedesca.
Lo scritto “Su verità e menzogna” elabora la prima delle “Cinque prefazioni” ma non è un testo vero e proprio, ne una raccolta di frammenti o appunti di memoria, è un dettato di Nietzsche a Gersdorf del quale scoprì l’amicizia vera (l’ospitalità) quando, da Firenze, ricopiò le sue “Cinque prefazioni” per paura di perdere la copia che possedeva.
In esso Nietzsche getta le basi della successiva elaborazione di nuclei teorici fondamentali del suo pensiero, principalmente del nichilismo che si affaccia all’uomo quando questi assume la consapevolezza che la verità è in attingibile. Nichilista è la condizione dell’ uomo che scopre il mondo ‘vero’ come ‘apparente’ che lo smaschera come illusione.
Il filosofo vuole insegnarci ad accettare la vita così come è, farci scoprire valori veri che sono quelli dionisiaci: fierezza, gioia, forza, volontà di potenza. Inoltre disintegra il concetto di verità oggettiva dimostrando l’impossibilità di ogni comunicabilità tra la realtà e il linguaggio.
Sarebbe necessario che la parola parlasse direttamente, ma ciò è impossibile!
Infondo cos’è una parola? “la raffigurazione in suono di uno stimolo nervoso” è metafora, ci porta da una parte all’ altra, ci disloca (verstellen) e non ha niente in comune con l’essenza originaria delle cose: la verità.
“Che cos’è la verità? Un esercito in movimento di metafore, una somma di relazioni umane che per essere state usate a lungo appaiono salde, canoniche e vincolanti: le verità sono illusioni, di cui si è dimenticato che sono tali; metafore senza valore”.
Rappresentando la verità in questo modo Nietzsche ne evidenzia il carattere derivato, arbitrario e sostanzialmente falso. Infatti le cose e le loro designazioni non coincidono affatto.
“Noi crediamo di sapere qualcosa delle cose stesse (…) e tuttavia non possediamo nient’altro che metafore delle cose”, solo dimenticando questa sua attività metaforica, creatrice, l’uomo può arrivare a credere di possedere la verità come espressione della realtà che, si presenta in fine come una “enigmatica x” trasposta arbitrariamente.
Bisogna sottolineare che è proprio da questa “enigmatica x” che parte quella attività artistica che è la formazione delle metafore, fondamento della coesistenza di individui che non temono tanto l’inganno, ma solo le sue conseguenze negative.
L’uomo credendo d’essere al centro di un universo tutto concentrato su di lui, fonda i suoi concetti su un intelletto che “dispiega le sue forze maggiori nella finzione” esso è uno strumento di sostegno, “conservazione dell’individuo” e la conoscenza è l’esplicazione delle sue capacità.
L’intelletto funziona per definizioni e si da parziale nell’universo, l’uomo riesce a superare l’intenzione soggettiva perché ciò che lo caratterizza è la capacità di oltrepassare lo stato delle impressioni individuali risolvendolo in un ordine gerarchico di concetti astratti.
L’uomo crea il concetto. Ogni parola diviene concetto, ogni concetto nasce dal rendere uguale il non uguale, dall’elusione dell’individuale e del reale effettivo. La natura non conosce forme, concetti, generi, quindi esso può essere tradotto come una riduzione di particolarità.
Scienza e linguaggio lavorano alla creazione dei concetti mettendo ordine nel mondo empirico cioè antropocentrico, dando vita ad un mondo rigidamente regolare che a stento contiene quell’impulso a formare metafore che passa in altre sfere quelle di mito ed arte dove sogno e realtà si mescolano.
L’intelletto padrone dei concetti li distrugge e li ricompone secondo il suo estro , manifestando di non essere più da loro guidato ma da le sole intuizioni.
Uomo razionale e uomo intuitivo , così formatisi, si contendono la vita perché la verità è mettersi in gioco, luogo di conflitto, mette sempre in gioco la vita; però tutto ciò che attenta alla vita non appartiene alla verità.
La verità è ciò che non muore, ciò per cui possiamo morire ma ci fa vivere.
La verità ci sostiene, è ciò di cui ne va di noi stessi, ci coinvolge e ci mette in relazione con noi stessi e con l’ altro. La verità dice: ‘c’è dell’altro’, la prima esperienza che l’ uomo fa dell’altro è se stesso allo specchio, così comincia a dire ‘io’; ma non è un semplice specchio che riflette la propria immagine, bensì riflette il volto dell’altro, rimandandoci al nostro rivoltarci.
L’essere è tale da non potersi sostenere da solo, quindi ha bisogno di una relazione che chiama in causa la capacità di reggere la propria vita, è una questione di sostenibilità, perché solo chi è libero è capace dell’altro .
Il rapporto di alterità si esplica attraverso il dialogo con l’altro da se perché la verità è ciò che fa parlare, vera è la parola, non il dire.
La parola è rivolgimento, cioè ci rivolgiamo a qualcuno anche quando parliamo da soli, ci rivolgiamo a noi stessi. Inoltre è anche un rivoltamento perché il nome è tale da far scoprire il proprio volto. La verità ha a che fare con il volto, il presentarsi, l’essere presente, proprio questo punto è il criterio di verità!
La presenza non è altro che l’amministrazione del nostro tempo, chi vive dona il proprio tempo, il verbo donare qui è a dimostrazione di dare qualcosa che non si ha, quindi essere chiamati alla presenza, non alla certezza che è un semplice fatto a differenza della verità che è in movimento.
Come si può ben notare non c’è una definizione precisa di verità, perché essa è indefinibile in quanto sfugge alle categorie di carattere tecnico dell’ apprendimento: “Si lo so, ma non so dirlo”, perché essa è ciò che si manifesta e si sottrae (a-letia) non è stabile.
Può essere definita come ciò che fa stare bene (come il valore) ed ha un acerrimo nemico: la convenzione. Ma cosa è la convenzione? Si può rispondere a questa domanda dicendo semplicemente che essa è menzogna! Verità e menzogna fuori dal senso morale quindi significa fuori dalla convenzione. La verità non è soggettiva o valida per tutti, essa è singolare che vale per se stessi , è assoluta nella propria singolarità . Ci sono tante verità perché le relazioni sono infinite, essa è un principio moltiplicatore, non esiste il vero ma le cose vere, ne il buono ma le cose buone perché sono tutte in relazione.
Nietzsche dice che il mondo ha sempre bisogno della verità , perché in essa riscontra le linee generali della morale, intesa come volontà di far persistere la perfezione cosmica, di vivere ogni attimo come eterno, che sempre ritorna uguale per andare contro la caducità, la precarietà, la debolezza . Nietzsche traduce questa volontà di volere, ciò che non c’è con l’ eterno ritorno, dove l’essere ritorna eternamente!
In conclusione agli uomini non importa nulla della verità, importa solo la morale, così come a Nietzsche non importa degli uomini ma della sua opera della sua invenzione.
Note:
1) K. Jaspers “Nietzsche introduzione al suo filosofare”.