La scorsa primavera per gioco ho partecipato a una gara letterario-culinaria indetta da Gialli.it webmagazine e casa editrice del giallo e del mistero. La sede fisica è a Napoli e il Club dei delitti di carta è l’appuntamento settimanale per incontrarsi. L’idea era di riprodurre una ricetta tratta o ispirata da un giallo e scrivere un racconto abbinato, presa dall’entusiasmo dopo una cena con delitto ho deciso di iscrivermi e partecipare. Ne sono seguiti varie prove, le due migliori sono state la Torta Agatha Christie e la torta Delizia Mortale.
La Torta Agatha Christie è, in sostanza, un enorme scone con in mezzo marmellata e crema, mentre la Delizia Mortale è una torta al cioccolato molto molto ricca, citata quest’ultima nel romanzo di Agatha Christie Un delitto avrà luogo, preparata per un compleanno. Ho testato con gli amici più volte i dolci e alla fine ho deciso di tentare la gara con la torta al cioccolato, sicuramente più golosa per i napoletani del gusto “paninoso” della torta scones (che amo è piaciuta tanto ma che non ha convinto tutti gli amici invitati a testare). Dunque preparo la torta e scrivo il racconto, un racconto intitolato Letizia mortale, molto personale, per il tema – il bullismo – più simile a un monologo che alla letteratura, perché pratico di più il teatro. Alla serata i dolci da testare sono stati tantissimi, alla fine mi girava la testa per la quantità di zucchero mangiata. La giuria tecnica e quella popolare hanno assaggiato e ascoltato i racconti. Personalmente ho trovato che alcuni dolci fossero fantastici, molto carini i racconti abbinati. Questo ilmotivo per cui non mi aspettavo assolutamente di vincere la gara! I racconti sono diventati un ricettario letterario intitolato Le ricette avvelenate del Club dei Delitti di Carta grazie alla casa editrice Gialli.it, presentato durante il festival del giallo tenutosi a fine maggio nella Villa Floridiana di Napoli.
Nel momento del saluto, alla fine dei tre giorni di lettura e analisi di Macbeth di William Shakespeare, organizzati al Teatro Tram da Mirko Di Martino, avevamo la gioia negli occhi, perché è stata un’esperienza piena, bella e soddisfacente. Questo grazie soprattutto a Mirko che non si è risparmiato, ma anche alla passione di ogni partecipante che con le proprie domande, ipotesi e affetto ha reso interessante il confronto.
Perché Macbeth dice questa cosa? lo dice sinceramente o mente, se mente a chi mente? perché Macduff poteva immaginare ciò che sarebbe accaduto quando è scappato o no? se poteva il suo dolore è sincero? Cosa significano le parole di questa formula? Cosa rappresentano queste visioni?
Certe domande ce le facciamo di norma nella nostra testa, nel silenzio delle nostre letture e riflessioni solitarie, ma se i gruppi di lettura on line fioriscono spesso, perché non leggere a teatro? perché non condividere con altri il gusto dell’analisi, della ricerca, del perché?
Di quante attività possiamo dire che sono piene, belle e soddisfacenti?
Alla possibilità di prendersi tre pomeriggi di seguito per leggere e analizzare Macbeth, seduta a un lungo tavolo con altre undici persone che hanno potuto ritagliarsi quel tempo, tra obblighi e piaceri concorrenti, associo la parola privilegio. In genere considero un privilegio ogni attività non destinata al puro e semplice sostentamento, specialmente se la pago (ma le attività finalizzate al sostentamento non sono spesso, loro stesse, un privilegio?). Rendersi conto che questo piacere è un privilegio significa, per me, anche pensare a come rendere accessibile al maggior numero di persone, non privilegiate, attività ludico culturali di qualità. È egoistico se vogliamo, quante più persone partecipano tante più occasioni ci saranno e più piacere ne ricaverò io. Quindi che nessuno pensi alla bontà d’animo legata al Natale o alla filantropia, musei e teatri pieni, concerti e incontri di lettura partecipati e condivisi, gruppi di collage, pittura e tutto ciò che si fa con il corpo, la mente è una parte del nostro corpo e l’intelletto è materia, rendono la mia vita migliore. Se tutte le persone si trovassero al 30 dicembre con dentro la sensazione di aver partecipato a qualcosa di pieno, bello e soddisfacente, allora vivrebbero meglio.
Il piacere è un’ancora, è educativo, è potere. Chi vive meglio, avendo questo tesoro dentro di se, crea relazioni migliori, quindi ne ricaviamo tutti e tutte qualcosa di buono. Ancora fare comunità è una forma di egoismo sano.
Macbeth lo sa, non solo non trae gioia dai suoi gesti, ma ciò su cui medita, uno dei temi maggiori della tragedia, è la solitudine in cui si è cacciato con le sue azioni, il deserto in cui è bestia sanguinaria. Individuo senza comunità.
La solitudine però non è ineluttabile, se ci appare come tale è perché ci siamo convinti, attraverso le nostre fantasie violente, violente verso noi stessi e gli altri, che sia così.
Con l’augurio di un nuovo anno civile in cui la solitudine lasci il posto al piacere della condivisione, il privilegio alla possibilità della partecipazione.
“Quei piccoli tremanti uccellini dal petto color igname erano dappertutto: avevano eccitato a tal punto i più piccini, da indurli a rinunciare all’abituale benvenuto e ad accoglierli con una violenta sassaiola. Nessuno sapeva perché o da dove fossero venuti. Sapevano solo che non ci si poteva muovere senza calpestarne gli escrementi perlacei, e che era un problema stendere la biancheria, strappare le erbacce o anche solo sedersi sulla veranda mentre pettirossi volavano e morivano tutt’intorno.
Moltissimi ricordavano quella volta in cui per due ore il cielo era stato annerito da nuvole e nuvole di piccioni; erano abituati agli eccessi della natura – troppo caldo, troppo freddo, troppa siccità, pioggia a catinelle – eppure temevano che un fenomeno relativamente insignificante potesse prendere il sopravvento, dominarli e sottomettere la loro mente al suo potere».
A dispetto della paura, reagirono a quella stranezza opprimente, o a quelli che chiamarono “giorni maledetti”, con una rassegnazione che rasentò il benvenuto. Intuivano che un simile maleficio dovesse essere stornato: c’erano delle precauzioni da prendere per proteggersene. Comunque lasciarono che facesse il suo corso, che si compisse, e non cercarono di mutarlo o di interromperlo, né di evitare che si verificasse nuovamente. Si comportavano così anche con le persone.
E questo atteggiamento, che gli estranei scambiavano per negligenza, trascuratezza o anche generosità, di fatto significava piena legittimazione delle forze diverse da quelle del bene. Non credevano che i dottori potessero guarire – secondo loro nessuno lo aveva mai fatto. Non credevano che la morte potesse essere accidentale – la vita, se mai, poteva esserlo, ma la morte era premeditata. Non credevano che la Natura fosse avversa – solo importuna. Piaghe e siccità erano “naturali” come la primavera. Se il latte poteva cagliare, Dio sa se potevano calare stormi di pettirossi. L’obiettivo del male era di sopravvivergli e così decisero (senza mai esserne consapevoli) di sopravvivere alle inondazioni, ai bianchi, alla tubercolosi, alla carestia, all’ignoranza. Conoscevano la rabbia, ma non la disperazione, e non lapidavano i peccatori per la stessa ragione per cui non si suicidavano: era indegno di loro”.
Sula Toni Morrison, Antonio Bertolotti (traduttore) Franca Cavagnoli (traduttrice) pagine 157 Frassinelli Tascabili, 1999 € 6, 20
“Soltanto Nel notò la peculiarità del maggio che seguì la partenza degli uccelli. Aveva lo splendore, la brillantezza di verdi notti di sabato sature di pioggia (rischiarate dalle eccitanti luci installate da poco lungo le strade), di pomeriggi giallo limone illuminati da bevande ghiacciate e screziati di giunchiglie. Si mostrava nei volti umidi dei suoi bambini e nella calma fluviale delle loro voci. Persino il suo corpo non era immune a quella magia. Si sedeva a cucire sul pavimento, come faceva quand’era ragazza, ripiegando sotto di sé le gambe, oppure danzava un po’ a ritmo di un motivetto che aveva in testa. C’erano giorni sereni, inondati di sole e crepuscoli viola in cui Tar Baby cantava Abide With Me nei raduni di preghiera, le ciglia oscurate dalle lacrime, la sagoma esausta e contrita che si stagliava contro le mura imbiancate di Greater Saint Matthew’s. Nel ascoltava e un sorriso le affiorava sulle labbra. Sorrideva allo splendore e all’incanto che entravano dalle finestre sfiorando la sua sofferenza, trasformandola in un piacere da contemplare.”
Abide with me interpretata da Mahalia Jackson Image: free-images.gatag.net
Sula Toni Morrison, Antonio Bertolotti (traduttore) Franca Cavagnoli (traduttrice) pagine 157 Frassinelli Tascabili, 1999 € 6, 20
“Il coro dei bambini, vestiti di bianco, cantò Nearer My God to Thee e Precious Memories, gli occhi fissi sul libretto dei canti, anche se non ne avevano bisogno, perché questa era la prima volta che le loro voci celebravano un momento di vita autentica.”
“I vecchi ballavano con i bambini. I ragazzi con le sorelle, e le donne di chiesa, che di solito disapprovavano ogni manifestazione fisica di gioia (tranne quando lo prescriveva la mano di Dio), battevano il tempo con i piedi. Qualcuno (il padre dello sposo, si diceva) aveva versato un’intera pinta di liquore di canna dentro il punch, sicché anche gli uomini che non se l’erano svignata dalla porta posteriore per andare a bere un bicchierino erano sbronzi, e pure le donne, che non si mettevano mai in corpo niente di più forte della Black Draught. Un ragazzino, in piedi accanto al Victrola, ne girava la manovella e sorrideva al suono della canzone di Bert Williams Save a Little Dream fo Me.”
Sula Toni Morrison, Antonio Bertolotti (traduttore) Franca Cavagnoli (traduttrice) pagine 157 Frassinelli Tascabili, 1999 € 6, 20
“I vecchi ballavano con i bambini. I ragazzi con le sorelle, e le donne di chiesa, che di solito disapprovavano ogni manifestazione fisica di gioia (tranne quando lo prescriveva la mano di Dio), battevano il tempo con i piedi. Qualcuno (il padre dello sposo, si diceva) aveva versato un’intera pinta di liquore di canna dentro il punch, sicché anche gli uomini che non se l’erano svignata dalla porta posteriore per andare a bere un bicchierino erano sbronzi, e pure le donne, che non si mettevano mai in corpo niente di più forte della Black Draught. Un ragazzino, in piedi accanto al Victrola, ne girava la manovella e sorrideva al suono della canzone di Bert Williams Save a Little Dream fo Me.”
Sula Toni Morrison, Antonio Bertolotti (traduttore) Franca Cavagnoli (traduttrice) pagine 157 Frassinelli Tascabili, 1999 € 6, 20
“Il coro dei bambini, vestiti di bianco, cantò Nearer My God to Thee e Precious Memories, gli occhi fissi sul libretto dei canti, anche se non ne avevano bisogno, perché questa era la prima volta che le loro voci celebravano un momento di vita autentica.”
Sula Toni Morrison, Antonio Bertolotti (traduttore) Franca Cavagnoli (traduttrice) pagine 157 Frassinelli Tascabili, 1999 € 6, 20
Hanna si rifiutò di vivere senza le attenzioni di un uomo, e dopo la morte di Rekus ebbe una sfilza ininterrotta di amanti, per lo più mariti di amiche e vicine. Il suo modo di flirtare era dolce, discreto e schietto. Mai una ravviatina ai capelli, nessuna smania di cambiarsi d’abito, mai una passata di belletto o un qualsivoglia gesto: trasudava sesso da ogni poro. Con addosso sempre la solita vecchia tunica di cotone stampato, a piedi nudi d’estate, d’inverno con un paio di scalcagnate pantofole maschili di pelle, rendeva gli uomini consapevoli del suo sedere, delle caviglie sottili, della pelle fresca di rugiada e del suo collo incredibilmente lungo. E poi gli occhi sorridenti, quel suo modo di girare la testa – tutto così invitante, lieve e giocoso. La sua voce si trascinava, si abbassava e si piegava, dando musicalità alle parole più semplici. Nessuno al mondo sapeva dire “ehi, dolcezza” come Hanna. Quando la sentiva, l’uomo si calava il cappello sugli occhi, si tirava su i pantaloni e pensava all’incavo alla base del collo di Hanna. E mai il minimo malinteso su lavoro e responsabilità. Eva metteva alla prova i suoi uomini, litigava, li faceva sentire come se avessero combattuto contro un avversario degno, seppur gradevole; Hanna non esagerava mai, non avanzava pretese, faceva sentire l’uomo perfetto e meraviglioso così com’era, non c’era bisogno di fronzoli: cos’ lui si rilassava e andava in estasi, avvolto dall’alone luminoso di Hanna che lo illuminava per il solo fatto che lui esisteva. Se per caso, quando l’uomo entrava, Hanna stava portando su dalla cantina un secchio di carbone, lo maneggiava in modo da farlo diventare un gesto d’amore. Lui non muoveva un dito per aiutarla, perché voleva veder apparire le sue cosce quando si chinava per posarlo, ben sapendo che anche lei voleva che le guardasse.
Ma in quella casa affollata non c’erano luoghi per privati e spontanei incontri d’amore; allora, d’estate, Hanna accompagnava l’uomo giù in cantina, dove era fresco, tra i bidoni di carbone e i giornali; d’inverno entravano nella dispensa e rimanevano in piedi, appoggiati agli scaffali colmi di scatolame, o giacevano sui sacchi di farina, sotto le sfilze di peperoncini verdi. Quando questi posti non erano praticabili, scivolava nel salotto, che raramente veniva usato, oppure di sopra, in camera da letto. Quest’ultimo posto però le piaceva di meno, non perché Sula dormisse nella stanza con lei, ma perché il suo compagno d’amore tendeva sempre ad addormentarsi, dopo, e Hanna era piuttosto esigente riguardo alla persona con cui dormire. Avrebbe scopato praticamente con chiunque, ma dormire con qualcuno implicava per lei fiducia e impegno definitivi. Così i suoi amanti furono sempre diurni. Una volta soltanto Sula tornò a casa da scuola e trovò sua madre a letto, accoccolata tra le braccia di un uomo.
Avendo notato che il suo passo, quando usciva dalla dispensa, era agile come quando era entrata ma più felice, Sula imparò che il sesso era un’attività piacevole e frequente, ma per altro verso di poco conto. Fuori di casa, dove i bambini ridacchiavano scioccamente della biancheria intima, il messaggio era diverso. Così esaminava bene il viso di sua madre e degli uomini quando aprivano la porta della dispensa, e poi fece le sue scelte.
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Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20
Oggi inizio a leggere Sula di Toni Morrison.
E’ la prima volta che leggo qualcosa di questa autrice premio nobel per la letteratura nel 1993. Volevo acquistare Beloved ma, assieme alla libraia che li ha cercati con me sia fisicamente che nel computer, ho scoperto che i libri di Toni Morrison non sono stati ripubblicati negli ultimi anni. Nel libro edito da Frassinelli, in lingua italiana, si riporta il 1975 come data della prima pubblicazione in lingua inglese, mentre su wikipedia in inglese c’è il 1973.
Toni Morrison in un’immagine che ho trovato navigando in Google.
La pagina wikiquote italiana contiene qualche notizia interessante sul suo rapporto con l’Italia, ma anche sulla percezione della letteratura afro-americana rispetto a quella bianca:
“Se io scrivo di afro-americani, i critici mi definiscono black writer, se John Cheever scrive di bianchi del New England, la discussione s’impronta sulla complessità del racconto. Spero che un giorno la letteratura non sarà più divisa tra nera e bianca. Perché sono abbastanza stufa di essere considerata una sociologa invece di una letterata.”
Esattamente come viene percepita la letteratura scritta da donne rispetto a quella scritta da uomini.
Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20
Dal libro:
E’ una fortuna enorme sentire
la mancanza di qualcuno
molto prima che ci lasci.
Questo libro è per Ford e Slade, che mi
mancano anche se non mi hanno lasciato.
Nessuno conosceva la rosa del mio
mondo tranne me… Ho avuto troppa
gloria. Non si può volere tanta gloria
nel cuore di qualcuno.
In quel posto, là dove hanno sradicato gli arbusti di solano e i cespugli di more per costruire il campo da golf di Medallion, un tempo c’era un piccolo agglomerato di case. Si ergeva sulle colline intorno alla città di Medallion, adagiata nella valle, e si stendeva fino al fiume. Ora li chiamano i sobborghi, ma quando ci viveva la gente di colore lo chiamavano il Fondo. Una strada, ombreggiata da faggi, querce, aceri e castagni, lo collegava alla valle. Ora i faggi non ci sono più, e così pure i peri dove i bambini sedevano tra i rami fioriti a dare la baia ai passanti. Sono state stanziate somme ingenti per abbattere gli spogli edifici sbiaditi ammassati lungo la strada da Medallion al campo da golf. Hanno intenzione di radere al suolo la Time and Half Pool Hall, la sala da biliardo, dove una volta i piedi che poggiavano sulle traverse delle sedie erano calzati di lunghe scarpe marrone chiaro. Un maglio d’acciaio ridurrà in polvere l’Irene’s Palace of Cosmetology, dove le donne posavano il capo sul lavatesta e pisolavano mentre Irene frizionava loro i capelli con qualche goccia di Nu Nile. Con l’aiuto di una leva gli uomini in abiti da lavoro color cachi forzeranno le tavole di legno del Reba’s Grill, la cui proprietaria cucinava con il cappello perché senza non riusciva a ricordare gli ingredienti.
pag. 3
Hanna si rifiutò di vivere senza le attenzioni di un uomo, e dopo la morte di Rekus ebbe una sfilza ininterrotta di amanti, per lo più mariti di amiche e vicine. Il suo modo di flirtare era dolce, discreto e schietto. Mai una ravviatina ai capelli, nessuna smania di cambiarsi d’abito, mai una passata di belletto o un qualsivoglia gesto: trasudava sesso da ogni poro. Con addosso sempre la solita vecchia tunica di cotone stampato, a piedi nudi d’estate, d’inverno con un paio di scalcagnate pantofole maschili di pelle, rendeva gli uomini consapevoli del suo sedere, delle caviglie sottili, della pelle fresca di rugiada e del suo collo incredibilmente lungo. E poi gli occhi sorridenti, quel suo modo di girare la testa – tutto così invitante, lieve e giocoso. La sua voce si trascinava, si abbassava e si piegava, dando musicalità alle parole più semplici. Nessuno al mondo sapeva dire “ehi, dolcezza” come Hanna. Quando la sentiva, l’uomo si calava il cappello sugli occhi, si tirava su i pantaloni e pensava all’incavo alla base del collo di Hanna. E mai il minimo malinteso su lavoro e responsabilità. Eva metteva alla prova i suoi uomini, litigava, li faceva sentire come se avessero combattuto contro un avversario degno, seppur gradevole; Hanna non esagerava mai, non avanzava pretese, faceva sentire l’uomo perfetto e meraviglioso così com’era, non c’era bisogno di fronzoli: cos’ lui si rilassava e andava in estasi, avvolto dall’alone luminoso di Hanna che lo illuminava per il solo fatto che lui esisteva. Se per caso, quando l’uomo entrava, Hanna stava portando su dalla cantina un secchio di carbone, lo maneggiava in modo da farlo diventare un gesto d’amore. Lui non muoveva un dito per aiutarla, perché voleva veder apparire le sue cosce quando si chinava per posarlo, ben sapendo che anche lei voleva che le guardasse.
Ma in quella casa affollata non c’erano luoghi per privati e spontanei incontri d’amore; allora, d’estate, Hanna accompagnava l’uomo giù in cantina, dove era fresco, tra i bidoni di carbone e i giornali; d’inverno entravano nella dispensa e rimanevano in piedi, appoggiati agli scaffali colmi di scatolame, o giacevano sui sacchi di farina, sotto le sfilze di peperoncini verdi. Quando questi posti non erano praticabili, scivolava nel salotto, che raramente veniva usato, oppure di sopra, in camera da letto. Quest’ultimo posto però le piaceva di meno, non perché Sula dormisse nella stanza con lei, ma perché il suo compagno d’amore tendeva sempre ad addormentarsi, dopo, e Hanna era piuttosto esigente riguardo alla persona con cui dormire. Avrebbe scopato praticamente con chiunque, ma dormire con qualcuno implicava per lei fiducia e impegno definitivi. Così i suoi amanti furono sempre diurni. Una volta soltanto Sula tornò a casa da scuola e trovò sua madre a letto, accoccolata tra le braccia di un uomo.
Avendo notato che il suo passo, quando usciva dalla dispensa, era agile come quando era entrata ma più felice, Sula imparò che il sesso era un’attività piacevole e frequente, ma per altro verso di poco conto. Fuori di casa, dove i bambini ridacchiavano scioccamente della biancheria intima, il messaggio era diverso. Così esaminava bene il viso di sua madre e degli uomini quando aprivano la porta della dispensa, e poi fece le sue scelte.
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Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20
L’escrescenza dalla faccia umana (Jinmensō), 1918 novella di Tanizaki Junichiro che non conoscevo, narra del tumore al ginocchio di una donna, che assume le sembianze dell’amante, e che compare e scompare a seconda delle situazioni, mi ha ricordato, con tutte le dovute cautele, L’uomo dal fiore in bocca di Pirandello e, andando a cercare l’anno di pubblicazione, ho notato che la novella Caffè notturno, dalla quale è tratto l’atto unico, è proprio del 1918. Chissà se l’uno aveva letto l’altro, se solo si conoscevano letterariamente, o se c’è una relazione reale tra le due novelle, visto che quella di Tanizaki pare fosse scritta pensando a una trasposizione cinematografica, venne poi realizzata, sceneggiata e trasformata, nel 1983 da Takechi Tetsuji, mentre l’altra di Pirandello è diventata un atto unico nel 1923. Coincidenze. Forse non c’è relazione invece. I rapporti tra il concetto di maschera, il conflitto tra vita e forma, nodo della produzione pirandelliana, e il rapporto tra convenzioni e vita reale, oggi virtualità e realtà, tipici della cultura giapponese, è sorprendente. Noti i rapporti tra Kurosawa e le tematiche pirandelliane. La stessa Storia di Tomoda e Maztunaga, sempre di Tanizaki, può ricordare, in qualche modo, Il fu Mattia Pascal.
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