Ormai da mesi si parla di Gaiman come di uno stupratore. Il colpo è forte, ho amato i suoi libri, i fumetti, tutto ciò che è stato tratto dai suoi lavori. Un grande artista può essere un uomo di merda, una grande artista può essere una donna di merda. Dobbiamo far pace con questo.
Anni fa non perdonammo ad Amanda Palmer, musicista e moglie di Gaiman, l’aver difeso categoricamente un amico accusato di abusi. Adesso questa storia assume nuovi contorni, si avvicina a quella di Alice Munro, troppo simile al “non voglio vedere ciò che sta sotto il mio naso, perché troppo doloroso e sconcertante per la mia identità”. Avviene così che l’abuso di potere e le oscurità si intrecciano a opere d’arte grandissime.
Il bello di essere adulti è di non fare più degli idoli ma avere stima di singoli lavori, pezzi d’arte. Chi può scegliere spesso, ci piaccia o no, sceglie di abusare della propria posizione. Non possiamo fare pace con questo, solo tenere alta l’attenzione, solo essere consapevoli.
Se ho letto De Sade possono continuare ad amare Sandman. Non senza una nuova tristezza nel cuore.
Tag: letteratura
The Yellow Wallpaper – Charlotte Perkins Gilman

La carta da parati gialla
Charlotte Perkins Gilman
Franco Venturi, curatore
Cesare Ferrari, traduttore
Ed. La vita felice
Testo inglese a fronte
€7,00
Ho acquistato questo libro su IBS recentemente. L’ho letto l’altro giorno, il 2 agosto, mentre aspettavo un amico all’università, deserta e solitaria, inondata da un sole giallo.
Questo post contiene anticipazioni sulla trama (spoiler).
Scritto nel 1890 da Charlotte Perkins Gilman, ma pubblicato nel 1892 sulle pagine del New England Magazine, in parte autobiografico, The Yellow Wallpaper (questo il titolo originale) è un breve, intenso e lucido, racconto dell’avanzare nella malattia di una donna in depressione post-partum che, nell’incomprensione più totale (di lei e della malattia che rifiuta di riconoscere come tale), il marito medico relega, letteralmente, in una stanza all’ultimo piano di una grande casa isolata. La stanza ha una carta da parati gialla che diventa a poco a poco un’ossessione per la protagonista, la quale vi scorge una figura di donna che fa ‘spostare’ il motivo arzigogolato della carta, e scuote le linee verticali della fantasia come se fossero delle sbarre che la imprigionano. La donna immaginaria striscia lungo le pareti e poi fuori, nella stanza stessa e nel giardino di sotto, fino a quando le due diventano un’unica donna prigioniera della carta da parati.
Recepito come racconto del terrore o gotico, The Yellow Wallpaper, non è solo uno dei primi racconti (forse il primo?) sulla depressione post-partum, ma è anche uno dei primi racconti femministi della storia della letteratura. Charlotte Perkins Gilman aveva sofferto essa stessa di depressione dopo la nasciata della figlia, ed era stata costretta alla completa inattività fisica e intellettuale dal medico che l’aveva in cura, per tre mesi. Molto tempo dopo scrisse questo racconto e lo inviò al medico, sembra che lui non le abbia mai risposto, ma da qual momento non ha più ordinato riposo e solitudine alle donne. Il racconto quindi è anche una delle prime messe in discussione dell’autorità del medico, oltreché una riflessioni su una malattia che prima non era mai stata considerata tale.
“John è un medico, e forse – (non lo direi ad anima viva, naturalmente, ma questa è carta inanimata e ciò è un grande sollievo per la mia mente) – forse questa è una delle ragioni per cui non guarisco più rapidamente. Vedete, lui non crede che io sia ammalata! Che posso farci?”
La carta da parati gialla, pag 11
E’ bellissimo, lo consiglio decisamente.

L’associazione tra La carta da parati gialla e le fotografie di Francesca Stern Woodman su questo blog.
Alcune raccolte che contengono il racconto La carta da parati gialla su questo sito di fantascienza.
Questo sito di fantasy/fantascienza inserisce La carta da parati gialla in questa lista di libri, tratta da qui.
Alcuni articoli in lingua inglese qui e qui.
L’audiobook in lingua inglese parte 1 e 2.
Alcune copertine qui.
Il compositore inglese Simon Holt ha realizzato nell’aprile di quest’anno per BBC Radio 3 un pezzo di trenta minuti, per soprano e coro, ispirato al racconto di Charlotte Perkins Gilman.
Qui i video, in inglese, con lo sceneggiato televisivo The yellow wallpaper, trasmesso dalla BBC nel 1989 con Stephen Dillon, Julia Watson e Carolyn Pickles.

Questa qui sopra è un’istallazione artistica ispirata al racconto, realizzata nel 1990 all’Alice Hotel da Marlene Angeja.
P.S.
Le parature di Chintz citate a pagina 15 sono questi parati fiorati.
Da pag. 25 “Ricordo il simpatico luccichio delle maniglie del nostro vecchio bureau, e c’era una sedia che mi sembrava sempre un amico robusto”.
Non so voi, ma io non sono un’esperta di mobili antichi, così ho dovuto cercare il bureau dalle maniglie luccicanti su Google, ho scoperto che si tratta dello scrittoio, cos’altro poteva essere?!
Le illustrazioni originali tratte da The New England Magazine, del gennaio 1892 (fonte qui):



Mentre cercavo le copertine delle diverse edizioni del libro, ho trovato questo blog sulla realizzazione di un corto ispirato a questo fantastico racconto. Il blog si chiama proprio Yellow Wallpaper Shortfilm, questa qui sotto ne è la locandina:

Regista del corto è Stuart Hackshaw, autore anche di Olivia, una storia tragica.
Questo qui sotto è il trailer di The yellow wallpaper. Ogni post del blog segue la produzione del film, dall’idea di partenza, lo storyboard, le riprese, il montaggio, fino alla recente partecipazione della produzione al New Jersey’s Lighthouse International Film Festival negli Stati Uniti d’America del Nord.
Brivido!
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The Yellow Wallpaper – Charlotte Perkins Gilman

La carta da parati gialla
Charlotte Perkins Gilman
Franco Venturi, curatore
Cesare Ferrari, traduttore
Ed. La vita felice
Testo inglese a fronte
€7,00
Ho acquistato questo libro su IBS recentemente. L’ho letto l’altro giorno, il 2 agosto, mentre aspettavo un amico all’università, deserta e solitaria, inondata da un sole giallo.
Questo post contiene anticipazioni sulla trama (spoiler).
Scritto nel 1890 da Charlotte Perkins Gilman, ma pubblicato nel 1892 sulle pagine del New England Magazine, in parte autobiografico, The Yellow Wallpaper (questo il titolo originale) è un breve, intenso e lucido, racconto dell’avanzare nella malattia di una donna in depressione post-partum che, nell’incomprensione più totale (di lei e della malattia che rifiuta di riconoscere come tale), il marito medico relega, letteralmente, in una stanza all’ultimo piano di una grande casa isolata. La stanza ha una carta da parati gialla che diventa a poco a poco un’ossessione per la protagonista, la quale vi scorge una figura di donna che fa ‘spostare’ il motivo arzigogolato della carta, e scuote le linee verticali della fantasia come se fossero delle sbarre che la imprigionano. La donna immaginaria striscia lungo le pareti e poi fuori, nella stanza stessa e nel giardino di sotto, fino a quando le due diventano un’unica donna prigioniera della carta da parati.
Recepito come racconto del terrore o gotico, The Yellow Wallpaper, non è solo uno dei primi racconti (forse il primo?) sulla depressione post-partum, ma è anche uno dei primi racconti femministi della storia della letteratura. Charlotte Perkins Gilman aveva sofferto essa stessa di depressione dopo la nasciata della figlia, ed era stata costretta alla completa inattività fisica e intellettuale dal medico che l’aveva in cura, per tre mesi. Molto tempo dopo scrisse questo racconto e lo inviò al medico, sembra che lui non le abbia mai risposto, ma da qual momento non ha più ordinato riposo e solitudine alle donne. Il racconto quindi è anche una delle prime messe in discussione dell’autorità del medico, oltreché una riflessioni su una malattia che prima non era mai stata considerata tale.
“John è un medico, e forse – (non lo direi ad anima viva, naturalmente, ma questa è carta inanimata e ciò è un grande sollievo per la mia mente) – forse questa è una delle ragioni per cui non guarisco più rapidamente. Vedete, lui non crede che io sia ammalata! Che posso farci?”
La carta da parati gialla, pag 11
E’ bellissimo, lo consiglio decisamente.

L’associazione tra La carta da parati gialla e le fotografie di Francesca Stern Woodman su questo blog.
Alcune raccolte che contengono il racconto La carta da parati gialla su questo sito di fantascienza.
Questo sito di fantasy/fantascienza inserisce La carta da parati gialla in questa lista di libri, tratta da qui.
Alcuni articoli in lingua inglese qui e qui.
L’audiobook in lingua inglese parte 1 e 2.
Alcune copertine qui.
Il compositore inglese Simon Holt ha realizzato nell’aprile di quest’anno per BBC Radio 3 un pezzo di trenta minuti, per soprano e coro, ispirato al racconto di Charlotte Perkins Gilman.
Qui i video, in inglese, con lo sceneggiato televisivo The yellow wallpaper, trasmesso dalla BBC nel 1989 con Stephen Dillon, Julia Watson e Carolyn Pickles.

Questa qui sopra è un’istallazione artistica ispirata al racconto, realizzata nel 1990 all’Alice Hotel da Marlene Angeja.
P.S.
Le parature di Chintz citate a pagina 15 sono questi parati fiorati.
Da pag. 25 “Ricordo il simpatico luccichio delle maniglie del nostro vecchio bureau, e c’era una sedia che mi sembrava sempre un amico robusto”.
Non so voi, ma io non sono un’esperta di mobili antichi, così ho dovuto cercare il bureau dalle maniglie luccicanti su Google, ho scoperto che si tratta dello scrittoio, cos’altro poteva essere?!
Le illustrazioni originali tratte da The New England Magazine, del gennaio 1892 (fonte qui):



Mentre cercavo le copertine delle diverse edizioni del libro, ho trovato questo blog sulla realizzazione di un corto ispirato a questo fantastico racconto. Il blog si chiama proprio Yellow Wallpaper Shortfilm, questa qui sotto ne è la locandina:

Regista del corto è Stuart Hackshaw, autore anche di Olivia, una storia tragica.
Questo qui sotto è il trailer di The yellow wallpaper. Ogni post del blog segue la produzione del film, dall’idea di partenza, lo storyboard, le riprese, il montaggio, fino alla recente partecipazione della produzione al New Jersey’s Lighthouse International Film Festival negli Stati Uniti d’America del Nord.
Brivido!
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Sula – Toni Morrison | pag.127/Copertine
“Dei pochi che, non temendo di presenziare alla sepoltura di una strega, si erano recati al cimitero, alcuni erano venuti soltanto per verificare la sua dipartita, ma si erano fermati a cantare Shall We Gather at the River per una questione di buona creanza, del tutto ignari della cupa promessa della canzone.”
Anche per Sula ho fatto una ricerca iconografica riferita alle copertine, tra quelle che ho scelto ce ne sono alcune che non mi piacciono, le metto per prime.

La prima rappresenta, probabilmente in modo molto fedele, una ragazzina a quei tempi (anni ’20), non mi piace perché è troppo didascalica; mentre la seconda è un tentativo di sintesi della vita di Sula, a mio parere mal riuscito, la giovane donna ha un’aria quasi mediorentale. 
Queste due hanno uno stile più pop, la prima in particolare è perfetta, secondo me, per un tascabile; la seconda ha uno stile anni ’70 che mi piace molto.
Una copertina astratta lascia spazio all’immaginazione. Suggerisce un umore, un’atmosfera. La scelta cromatica di questa si adatta al contenuto spesso carnale del romanzo. Anche questa è adeguata per un tascabile.

Queste due copertine pongono l’accento sulle relazioni. La prima ci mostra Sula (o Nel) di spalle e un uomo seduto, che suppongo sia Jude; la seconda invece rappresenta, probabilmente, le due amiche, Sula e Nel.
Ho lasciato per ultima la copertina dell’edizione Frassinelli che ho letto in questi giorni. Anche questa è una scelta non figurativa, che cerca di suggerire qualcosa, piuttosto che mostrarla. La foto si intitola Camelia in the water ed è di Consuelo Kanga, del 1927-28.
E’ molto bella come immagine, elegante, sicuramente migliore della copertina con le sfumature di viola. Un fiore reciso, seppure splendido, è un annuncio di morte.
Le immagini le ho trovate su Google.
Shall We Gather at the River
Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20
Sula – Toni Morrison | pag. 81/pag. 77-78

“Soltanto Nel notò la peculiarità del maggio che seguì la partenza degli uccelli. Aveva lo splendore, la brillantezza di verdi notti di sabato sature di pioggia (rischiarate dalle eccitanti luci installate da poco lungo le strade), di pomeriggi giallo limone illuminati da bevande ghiacciate e screziati di giunchiglie. Si mostrava nei volti umidi dei suoi bambini e nella calma fluviale delle loro voci. Persino il suo corpo non era immune a quella magia. Si sedeva a cucire sul pavimento, come faceva quand’era ragazza, ripiegando sotto di sé le gambe, oppure danzava un po’ a ritmo di un motivetto che aveva in testa. C’erano giorni sereni, inondati di sole e crepuscoli viola in cui Tar Baby cantava Abide With Me nei raduni di preghiera, le ciglia oscurate dalle lacrime, la sagoma esausta e contrita che si stagliava contro le mura imbiancate di Greater Saint Matthew’s. Nel ascoltava e un sorriso le affiorava sulle labbra. Sorrideva allo splendore e all’incanto che entravano dalle finestre sfiorando la sua sofferenza, trasformandola in un piacere da contemplare.”
“Quei piccoli tremanti uccellini dal petto color igname erano dappertutto: avevano eccitato a tal punto i più piccini, da indurli a rinunciare all’abituale benvenuto e ad accoglierli con una violenta sassaiola. Nessuno sapeva perché o da dove fossero venuti. Sapevano solo che non ci si poteva muovere senza calpestarne gli escrementi perlacei, e che era un problema stendere la biancheria, strappare le erbacce o anche solo sedersi sulla veranda mentre pettirossi volavano e morivano tutt’intorno.
Moltissimi ricordavano quella volta in cui per due ore il cielo era stato annerito da nuvole e nuvole di piccioni; erano abituati agli eccessi della natura – troppo caldo, troppo freddo, troppa siccità, pioggia a catinelle – eppure temevano che un fenomeno relativamente insignificante potesse prendere il sopravvento, dominarli e sottomettere la loro mente al suo potere».
A dispetto della paura, reagirono a quella stranezza opprimente, o a quelli che chiamarono “giorni maledetti”, con una rassegnazione che rasentò il benvenuto. Intuivano che un simile maleficio dovesse essere stornato: c’erano delle precauzioni da prendere per proteggersene. Comunque lasciarono che facesse il suo corso, che si compisse, e non cercarono di mutarlo o di interromperlo, né di evitare che si verificasse nuovamente. Si comportavano così anche con le persone.
E questo atteggiamento, che gli estranei scambiavano per negligenza, trascuratezza o anche generosità, di fatto significava piena legittimazione delle forze diverse da quelle del bene. Non credevano che i dottori potessero guarire – secondo loro nessuno lo aveva mai fatto. Non credevano che la morte potesse essere accidentale – la vita, se mai, poteva esserlo, ma la morte era premeditata. Non credevano che la Natura fosse avversa – solo importuna. Piaghe e siccità erano “naturali” come la primavera. Se il latte poteva cagliare, Dio sa se potevano calare stormi di pettirossi. L’obiettivo del male era di sopravvivergli e così decisero (senza mai esserne consapevoli) di sopravvivere alle inondazioni, ai bianchi, alla tubercolosi, alla carestia, all’ignoranza. Conoscevano la rabbia, ma non la disperazione, e non lapidavano i peccatori per la stessa ragione per cui non si suicidavano: era indegno di loro”.

Abide with me interpretata da Mahalia Jackson
Image: free-images.gatag.net
Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20
Sula – Toni Morrison | pag. 55/pag. 68
“Il coro dei bambini, vestiti di bianco, cantò Nearer My God to Thee e Precious Memories, gli occhi fissi sul libretto dei canti, anche se non ne avevano bisogno, perché questa era la prima volta che le loro voci celebravano un momento di vita autentica.”

“I vecchi ballavano con i bambini. I ragazzi con le sorelle, e le donne di chiesa, che di solito disapprovavano ogni manifestazione fisica di gioia (tranne quando lo prescriveva la mano di Dio), battevano il tempo con i piedi. Qualcuno (il padre dello sposo, si diceva) aveva versato un’intera pinta di liquore di canna dentro il punch, sicché anche gli uomini che non se l’erano svignata dalla porta posteriore per andare a bere un bicchierino erano sbronzi, e pure le donne, che non si mettevano mai in corpo niente di più forte della Black Draught. Un ragazzino, in piedi accanto al Victrola, ne girava la manovella e sorrideva al suono della canzone di Bert Williams Save a Little Dream fo Me.”
Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20
Nearer My God to Thee interpretata dal Peerless Quartet
Save a Little Dream fo Me interpretata da Bert Williams
Precious Memories interpretata da Rosetta Tharpe
Sula – Toni Morrison | pag. 55/pag. 68
“Il coro dei bambini, vestiti di bianco, cantò Nearer My God to Thee e Precious Memories, gli occhi fissi sul libretto dei canti, anche se non ne avevano bisogno, perché questa era la prima volta che le loro voci celebravano un momento di vita autentica.”
“I vecchi ballavano con i bambini. I ragazzi con le sorelle, e le donne di chiesa, che di solito disapprovavano ogni manifestazione fisica di gioia (tranne quando lo prescriveva la mano di Dio), battevano il tempo con i piedi. Qualcuno (il padre dello sposo, si diceva) aveva versato un’intera pinta di liquore di canna dentro il punch, sicché anche gli uomini che non se l’erano svignata dalla porta posteriore per andare a bere un bicchierino erano sbronzi, e pure le donne, che non si mettevano mai in corpo niente di più forte della Black Draught. Un ragazzino, in piedi accanto al Victrola, ne girava la manovella e sorrideva al suono della canzone di Bert Williams Save a Little Dream fo Me.”
Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20
Nearer My God to Thee interpretata dal Peerless Quartet
Save a Little Dream fo Me interpretata da Bert Williams
Precious Memories interpretata da Rosetta Tharpe
Sula – Toni Morrison | Incipit e pag. 37-38
Oggi inizio a leggere Sula di Toni Morrison.
E’ la prima volta che leggo qualcosa di questa autrice premio nobel per la letteratura nel 1993. Volevo acquistare Beloved ma, assieme alla libraia che li ha cercati con me sia fisicamente che nel computer, ho scoperto che i libri di Toni Morrison non sono stati ripubblicati negli ultimi anni. Nel libro edito da Frassinelli, in lingua italiana, si riporta il 1975 come data della prima pubblicazione in lingua inglese, mentre su wikipedia in inglese c’è il 1973.

La pagina wikiquote italiana contiene qualche notizia interessante sul suo rapporto con l’Italia, ma anche sulla percezione della letteratura afro-americana rispetto a quella bianca:
“Se io scrivo di afro-americani, i critici mi definiscono black writer, se John Cheever scrive di bianchi del New England, la discussione s’impronta sulla complessità del racconto. Spero che un giorno la letteratura non sarà più divisa tra nera e bianca. Perché sono abbastanza stufa di essere considerata una sociologa invece di una letterata.”
Esattamente come viene percepita la letteratura scritta da donne rispetto a quella scritta da uomini.

Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20
Dal libro:
E’ una fortuna enorme sentire
la mancanza di qualcuno
molto prima che ci lasci.
Questo libro è per Ford e Slade, che mi
mancano anche se non mi hanno lasciato.
Nessuno conosceva la rosa del mio
mondo tranne me… Ho avuto troppa
gloria. Non si può volere tanta gloria
nel cuore di qualcuno.
In quel posto, là dove hanno sradicato gli arbusti di solano e i cespugli di more per costruire il campo da golf di Medallion, un tempo c’era un piccolo agglomerato di case. Si ergeva sulle colline intorno alla città di Medallion, adagiata nella valle, e si stendeva fino al fiume. Ora li chiamano i sobborghi, ma quando ci viveva la gente di colore lo chiamavano il Fondo. Una strada, ombreggiata da faggi, querce, aceri e castagni, lo collegava alla valle. Ora i faggi non ci sono più, e così pure i peri dove i bambini sedevano tra i rami fioriti a dare la baia ai passanti. Sono state stanziate somme ingenti per abbattere gli spogli edifici sbiaditi ammassati lungo la strada da Medallion al campo da golf. Hanno intenzione di radere al suolo la Time and Half Pool Hall, la sala da biliardo, dove una volta i piedi che poggiavano sulle traverse delle sedie erano calzati di lunghe scarpe marrone chiaro. Un maglio d’acciaio ridurrà in polvere l’Irene’s Palace of Cosmetology, dove le donne posavano il capo sul lavatesta e pisolavano mentre Irene frizionava loro i capelli con qualche goccia di Nu Nile. Con l’aiuto di una leva gli uomini in abiti da lavoro color cachi forzeranno le tavole di legno del Reba’s Grill, la cui proprietaria cucinava con il cappello perché senza non riusciva a ricordare gli ingredienti.
pag. 3
Hanna si rifiutò di vivere senza le attenzioni di un uomo, e dopo la morte di Rekus ebbe una sfilza ininterrotta di amanti, per lo più mariti di amiche e vicine. Il suo modo di flirtare era dolce, discreto e schietto. Mai una ravviatina ai capelli, nessuna smania di cambiarsi d’abito, mai una passata di belletto o un qualsivoglia gesto: trasudava sesso da ogni poro. Con addosso sempre la solita vecchia tunica di cotone stampato, a piedi nudi d’estate, d’inverno con un paio di scalcagnate pantofole maschili di pelle, rendeva gli uomini consapevoli del suo sedere, delle caviglie sottili, della pelle fresca di rugiada e del suo collo incredibilmente lungo. E poi gli occhi sorridenti, quel suo modo di girare la testa – tutto così invitante, lieve e giocoso. La sua voce si trascinava, si abbassava e si piegava, dando musicalità alle parole più semplici. Nessuno al mondo sapeva dire “ehi, dolcezza” come Hanna. Quando la sentiva, l’uomo si calava il cappello sugli occhi, si tirava su i pantaloni e pensava all’incavo alla base del collo di Hanna. E mai il minimo malinteso su lavoro e responsabilità. Eva metteva alla prova i suoi uomini, litigava, li faceva sentire come se avessero combattuto contro un avversario degno, seppur gradevole; Hanna non esagerava mai, non avanzava pretese, faceva sentire l’uomo perfetto e meraviglioso così com’era, non c’era bisogno di fronzoli: cos’ lui si rilassava e andava in estasi, avvolto dall’alone luminoso di Hanna che lo illuminava per il solo fatto che lui esisteva. Se per caso, quando l’uomo entrava, Hanna stava portando su dalla cantina un secchio di carbone, lo maneggiava in modo da farlo diventare un gesto d’amore. Lui non muoveva un dito per aiutarla, perché voleva veder apparire le sue cosce quando si chinava per posarlo, ben sapendo che anche lei voleva che le guardasse.
Ma in quella casa affollata non c’erano luoghi per privati e spontanei incontri d’amore; allora, d’estate, Hanna accompagnava l’uomo giù in cantina, dove era fresco, tra i bidoni di carbone e i giornali; d’inverno entravano nella dispensa e rimanevano in piedi, appoggiati agli scaffali colmi di scatolame, o giacevano sui sacchi di farina, sotto le sfilze di peperoncini verdi. Quando questi posti non erano praticabili, scivolava nel salotto, che raramente veniva usato, oppure di sopra, in camera da letto. Quest’ultimo posto però le piaceva di meno, non perché Sula dormisse nella stanza con lei, ma perché il suo compagno d’amore tendeva sempre ad addormentarsi, dopo, e Hanna era piuttosto esigente riguardo alla persona con cui dormire. Avrebbe scopato praticamente con chiunque, ma dormire con qualcuno implicava per lei fiducia e impegno definitivi. Così i suoi amanti furono sempre diurni. Una volta soltanto Sula tornò a casa da scuola e trovò sua madre a letto, accoccolata tra le braccia di un uomo.
Avendo notato che il suo passo, quando usciva dalla dispensa, era agile come quando era entrata ma più felice, Sula imparò che il sesso era un’attività piacevole e frequente, ma per altro verso di poco conto. Fuori di casa, dove i bambini ridacchiavano scioccamente della biancheria intima, il messaggio era diverso. Così esaminava bene il viso di sua madre e degli uomini quando aprivano la porta della dispensa, e poi fece le sue scelte.
____________
Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20
Image: pookaslogic.tumblr.com
Sula – Toni Morrison | Incipit e pag. 37-38
Oggi inizio a leggere Sula di Toni Morrison.
E’ la prima volta che leggo qualcosa di questa autrice premio nobel per la letteratura nel 1993. Volevo acquistare Beloved ma, assieme alla libraia che li ha cercati con me sia fisicamente che nel computer, ho scoperto che i libri di Toni Morrison non sono stati ripubblicati negli ultimi anni. Nel libro edito da Frassinelli, in lingua italiana, si riporta il 1975 come data della prima pubblicazione in lingua inglese, mentre su wikipedia in inglese c’è il 1973.

La pagina wikiquote italiana contiene qualche notizia interessante sul suo rapporto con l’Italia, ma anche sulla percezione della letteratura afro-americana rispetto a quella bianca:
“Se io scrivo di afro-americani, i critici mi definiscono black writer, se John Cheever scrive di bianchi del New England, la discussione s’impronta sulla complessità del racconto. Spero che un giorno la letteratura non sarà più divisa tra nera e bianca. Perché sono abbastanza stufa di essere considerata una sociologa invece di una letterata.”
Esattamente come viene percepita la letteratura scritta da donne rispetto a quella scritta da uomini.

Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20
Dal libro:
E’ una fortuna enorme sentire
la mancanza di qualcuno
molto prima che ci lasci.
Questo libro è per Ford e Slade, che mi
mancano anche se non mi hanno lasciato.
Nessuno conosceva la rosa del mio
mondo tranne me… Ho avuto troppa
gloria. Non si può volere tanta gloria
nel cuore di qualcuno.
In quel posto, là dove hanno sradicato gli arbusti di solano e i cespugli di more per costruire il campo da golf di Medallion, un tempo c’era un piccolo agglomerato di case. Si ergeva sulle colline intorno alla città di Medallion, adagiata nella valle, e si stendeva fino al fiume. Ora li chiamano i sobborghi, ma quando ci viveva la gente di colore lo chiamavano il Fondo. Una strada, ombreggiata da faggi, querce, aceri e castagni, lo collegava alla valle. Ora i faggi non ci sono più, e così pure i peri dove i bambini sedevano tra i rami fioriti a dare la baia ai passanti. Sono state stanziate somme ingenti per abbattere gli spogli edifici sbiaditi ammassati lungo la strada da Medallion al campo da golf. Hanno intenzione di radere al suolo la Time and Half Pool Hall, la sala da biliardo, dove una volta i piedi che poggiavano sulle traverse delle sedie erano calzati di lunghe scarpe marrone chiaro. Un maglio d’acciaio ridurrà in polvere l’Irene’s Palace of Cosmetology, dove le donne posavano il capo sul lavatesta e pisolavano mentre Irene frizionava loro i capelli con qualche goccia di Nu Nile. Con l’aiuto di una leva gli uomini in abiti da lavoro color cachi forzeranno le tavole di legno del Reba’s Grill, la cui proprietaria cucinava con il cappello perché senza non riusciva a ricordare gli ingredienti.
pag. 3
Hanna si rifiutò di vivere senza le attenzioni di un uomo, e dopo la morte di Rekus ebbe una sfilza ininterrotta di amanti, per lo più mariti di amiche e vicine. Il suo modo di flirtare era dolce, discreto e schietto. Mai una ravviatina ai capelli, nessuna smania di cambiarsi d’abito, mai una passata di belletto o un qualsivoglia gesto: trasudava sesso da ogni poro. Con addosso sempre la solita vecchia tunica di cotone stampato, a piedi nudi d’estate, d’inverno con un paio di scalcagnate pantofole maschili di pelle, rendeva gli uomini consapevoli del suo sedere, delle caviglie sottili, della pelle fresca di rugiada e del suo collo incredibilmente lungo. E poi gli occhi sorridenti, quel suo modo di girare la testa – tutto così invitante, lieve e giocoso. La sua voce si trascinava, si abbassava e si piegava, dando musicalità alle parole più semplici. Nessuno al mondo sapeva dire “ehi, dolcezza” come Hanna. Quando la sentiva, l’uomo si calava il cappello sugli occhi, si tirava su i pantaloni e pensava all’incavo alla base del collo di Hanna. E mai il minimo malinteso su lavoro e responsabilità. Eva metteva alla prova i suoi uomini, litigava, li faceva sentire come se avessero combattuto contro un avversario degno, seppur gradevole; Hanna non esagerava mai, non avanzava pretese, faceva sentire l’uomo perfetto e meraviglioso così com’era, non c’era bisogno di fronzoli: cos’ lui si rilassava e andava in estasi, avvolto dall’alone luminoso di Hanna che lo illuminava per il solo fatto che lui esisteva. Se per caso, quando l’uomo entrava, Hanna stava portando su dalla cantina un secchio di carbone, lo maneggiava in modo da farlo diventare un gesto d’amore. Lui non muoveva un dito per aiutarla, perché voleva veder apparire le sue cosce quando si chinava per posarlo, ben sapendo che anche lei voleva che le guardasse.
Ma in quella casa affollata non c’erano luoghi per privati e spontanei incontri d’amore; allora, d’estate, Hanna accompagnava l’uomo giù in cantina, dove era fresco, tra i bidoni di carbone e i giornali; d’inverno entravano nella dispensa e rimanevano in piedi, appoggiati agli scaffali colmi di scatolame, o giacevano sui sacchi di farina, sotto le sfilze di peperoncini verdi. Quando questi posti non erano praticabili, scivolava nel salotto, che raramente veniva usato, oppure di sopra, in camera da letto. Quest’ultimo posto però le piaceva di meno, non perché Sula dormisse nella stanza con lei, ma perché il suo compagno d’amore tendeva sempre ad addormentarsi, dopo, e Hanna era piuttosto esigente riguardo alla persona con cui dormire. Avrebbe scopato praticamente con chiunque, ma dormire con qualcuno implicava per lei fiducia e impegno definitivi. Così i suoi amanti furono sempre diurni. Una volta soltanto Sula tornò a casa da scuola e trovò sua madre a letto, accoccolata tra le braccia di un uomo.
Avendo notato che il suo passo, quando usciva dalla dispensa, era agile come quando era entrata ma più felice, Sula imparò che il sesso era un’attività piacevole e frequente, ma per altro verso di poco conto. Fuori di casa, dove i bambini ridacchiavano scioccamente della biancheria intima, il messaggio era diverso. Così esaminava bene il viso di sua madre e degli uomini quando aprivano la porta della dispensa, e poi fece le sue scelte.
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Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20
Image: pookaslogic.tumblr.com




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