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Chiedi alla polvere

Mi sono domandata: “Perchè fare un film su Chiedi alla polvere per straziarne il significato?” Di Arturo Bandini che amava uomini e animali dello stesso amore ma era un inetto, un supponente che solo grazie a un paio di colpi di fortuna e uno scafato editore riesce a tirare del buono da ciò che scrive, perseguitato da se stesso e da un credo religioso che è superstizione infantile più che fede di adulto, del sognatore lunatico di Fante cosa resta in questo film lungo ed eccessivamente colorato(va bene che c’è polvere ma tutto dello stesso colore no però!)? Niente. Bandini si trasforma in un piccolo eroe (un simpatico) all’interno di una schizofrenica e interraziale storia d’amore con Camilla Lopez, personaggio moderno, forte, nel libro che si trasforma in una pazza isterica, una sconclusionata nel film dove le azioni appaiono prive di qualsiasi significato, vuote e ingiustificate, e le battute tratte dal libro buttate a casaccio così giusto per giustificare il titolo, per non parlare di ciò che hanno fatto al mio personaggio preferito: Vera!
Il regista (uno che Fante persino lo conosceva, a quanto pare, e ne è appassionato) decide di soffermarsi sulle banalità più che sulle idee importanti del libro e taglia fatti portatori di significato come lo scambio di danaro con sua madre, ciò che non accade sulla spiaggia, ciò che accade nell’armadio, ciò che fa Bandini dopo il terremoto e come poi racconta l’accaduto, etc ; laddove gli pareva che la storia zoppicasse (!?!?!?) poi inventa di sana pianta (addirittura il finale), inventa cose improbabili, incoerenti con la natura dei personaggi che dopo i primi 10 minuti diventano solo piatte figurelle. Mi sono persino appisolata.

Chiedi alla polvere

Avevo appena cominciato a scrivere che udii dei passi nel corridoio e capii che stava tornando. Mi precipitai a spegnere la luce, ma era ormai troppo tardi; doveva averla vista filtrare sotto la porta. Quando bussò, non risposi. Bussò di nuovo, ma io rimasi seduto a fumare. Allora cominciò a tempestare la porta di pungi e minacciò di prenderla a calci e di non smettere per tutta la notte se non le avessi aperto. Mollò il primo calcio che eccheggiò come una esplosione nell’edificio cadente; mi alzai di scatto e aprii. – Caro!- esclamò, tendendomi le braccia. – Accidenti!-le dissi. – Adesso esageri. Non capisci che mi hai stufato? – Perchè mi hai lasciata? – mi domandò. – Come hai potuto farmi una cosa simile? – Avevo un altro impegno. – Oh tesoro, – mi disse. – Non dovresti mentirmi. – Sciocchezze. Si avvicinò alla macchina da scrivere e. come l’altra volta, strappò il foglio. Sopra non c’era che qualche frase, il mio nome ripetuto più volte e dei versi isolati. Questa volta il suo viso si illuminò. – E’ splendido! – esclamò. – Sei un genio! Il mio tesoro è pieno di talento! – Ho molto da fare, – risposi. – Ti spiacerebbe andartene? Sembrava che non mi avesse sentito. Si sedette sul letto, si slacciò la giacca e fece dondolare i piedi. – ti amo, – disse. – Sei il mio tesoro e farai l’amore con me. – Un’altra volta, – le dissi. – Adesso sono stanco. Mi arrivò una zarfata di quel suo odore di saccarina. – Non sto scherzando, – le dissi. – Penso che faresti meglio ad andartene. Vorrei evitare di doverti sbattere fuori. – Sono così sola, – mi confidò. Diceva sul serio. Assieme alle sue parole, sgorgò da lei un fiotto di sofferenza, un groviglio buio, che mi fece vergognare della mia durezza. – Daccordo, – le dissi. – Chiacchieriamo pure un pò. Presi la sedia e mi sedetti a cavalcioni, con il mento appoggiato allo schienale, mentre lei si accovacciava sul letto. Era meno ubriaca di quel che pensassi. C’era qualcosa che non andava in lei, ma non era l’alcol, e io volevo scoprire di cosa si trattava. Si mise a parlare con aria allucinata. Mi disse il suo nome; si chiamava Vera. Faceva la governante in una famiglia di ricchi ebrei di Long Beach, ma era stanca del suo lavoro. Era scappata dalla Pennsylvania perchè il marito l’aveva tradita. Quel giorno era venuta in gita a Los Angeles e mi aveva visto in un ristorante, all’angolo tra Olive Street e la Seconda. Mi aveva seguito fino al mio albergo perchè i miei occhi “le avevano trafitto l’anima”. Ma io non mi ricordavo di lei, anzi, ero sicuro di non averla mai vista in vita mia. Dopo aver scoperto dove abitavo, era tornata da Solomon e si era ubriacata. Aveva continuato a bere per tutto il giorno, ma solo per trovare il coraggio di venire in camera mia. – So che provi ripugnanza per me, – mi disse. – sai delle mie cicatrici e dell’orrore che porto addosso, nascosto sotto i vestiti. ma devi cercare di non pensare alla bruttezza del mio corpo, perchè il mio cuore è buono. Davvero, sono buona, e non merito il tuo disgusto. Rimasi senza parole. – Perdona il mio corpo! – esclamò. Poi mi abbracciò, con le guance inondate di lacrime. – Pensa alla mia anima, – disse. – E’ così bella, la mia anima, e può darti tanto! …

John Fante
Chiedi alla polvere che non mi piaceva molto fino a pagina 107, dove arriva Vera.