
L’illustrazione rappresenta i giocattoli sessuali in uso tra XVIII e XIX secolo in Giappone. Doppi falli, stimolatori, uova, anelli, creme, vagine. Un bel po’ di oggetti destinati al piacere, coltivato come un’arte.
fare memorie per il futuro
Nello stile dei shunga giapponesi, queste sono alcune illustrazioni erotiche indiane:


Quest’ultimo è davvero interessante, perché rappresenta una donna con un uomo impotente.
I Shunga sono stampe erotiche giapponesi in stile Ukiyo-e del periodo Edo. Generalmente dipinti su rotoli di carta di piccole dimensioni. La maggior parte degli autori sono anonimi.
Protagoniste sono le geishe, alle quali potevano accedere solo gli uomini di un ceto sociale elevato. Molto spesso viene rappresentata la masturbazione, a testimonianza del loro utilizzo anche da soli. Moltissime le posizioni rappresentate, per etero e omosessuali.

Benché tutto l’ambiente sia realistico, gli organi sessuali sono spesso sovradimensionati. Questo perché costituivano il focus della rapprsentazione, in più lo sperma è spesso ambondante. La società giapponese, d’altra parte, è una società patriarcale, fallocentrica.

Spesso vi sono scene con dildi o giocattoli sessuali. Può capitare che la donna sia ritratta da sola mentre si masturba, vicino a lei un simbolo del suo amante. Altre volte vi sono raffigurate due donne con un dildo.

Nonostante nei secoli sia stata prodotta una grande quatità di shunga, moltissimi di essi sono stati distrutti da censori, missionari cristiani e cause naturali.
La varietà di immagini è davvero alta, vi sono scene con animali o oggetti. Coppie avvinte dalla passione e tradimenti sotto al naso.
Ancora: nero senza fine, nero
come nera matrice di ogni nero,
ma tutta luce, ancora, senza nero
materia della mente e spasmo nero.
La sento la mia vita, me la imparo,
fino al fegato adesso, fino al fiele;
oh nera un tempo enorme senza chiaro,
fedele della notte più infedele.
E’ lungo questo tempo senza fine
il mio cuore senza fine nel tempo.
E’ nero lungo un tempo senza fine
per non morire prima del suo tempo.
Vuota il tuo sacco, su, parla, poetessa:
io fiorisco e disfoglio e rigermoglio
per dare la procura di me stessa
a chi non può o non vuole quel che voglio.
Dicevo: Amore mio, vorrei annegare
nell’acqua chiara dei tuoi occhi chiari,
finire finalmente di aspettare
giovani giorni, cari giorni chiari.
Per me dentro di me oltre la mente
il suo corpo su me come una coltre
ma oltre il corpo in me furiosamente
in me fuori di me oltre per oltre…
Sta’ zitto, cuore. Taci, anima nera.
Ora so quel che c’era da sapere.
Principio di purpurea primavera?
Quattro colpi di cazzo e ho da godere?
Biancore di ossa… bianco dissolvente
grida nel nero… Grido che lo sento:
ma come una struttura della mente,
come la costrizione al godimento.
Poi una lancia di luce sulla faccia…
Chiudi gli occhi, non quelli azzurri!, gli altri,
se l’anello d’acciaio delle braccia
scaglia altro nero dentro gli occhi scaltri.
Superba mendicante dell’amore,
scongiuravo: Fa’ ammenda alla mia fame,
dammelo ogni mio oggi il pane amore,
liberami dai mali, amore. Amen.
Dove sei, gli chiedevo, col mio cuore?
Ho freddo e ho per amante la mia mano
E faccio sogni e sogni di terrore
e non ho tregua qui e invanisco in vano.
Cosa fai, gli chiedevo, col mio cuore?
Quanto disti da me, in linea retta?
Quanti chilometri di batticuore?
Quando mi dai l’amore che mi spetta?
Una boccata di buio? No. Meno.
Nemmeno. Abbocca, carne di carnaio!
Lecca le labbra, vieni, vieni almeno…
Io più in alto di te cado, scompaio…
Così: una e molteplice, infinita
negli insiemi infiniti della mente,
e cripta di reliquie in morte e in vita,
io solo questo so: che non so niente.
Ma l’estasi, ma l’io senza più io?
Da cinquant’anni ormai io chiedo ai cieli
un cuore perpendicolare al mio
e mi arrivano tutti paralleli.
Oh, l’inutilità di questi affanni
la conosco a memoria, inutilmente;
e nel peso degli utili e dei danni
connetto notte a notte e niente a niente.
Al terribile triste unico mondo
far fronte, sempre, fargli sempre guerra!
Seppelliti nel nero fino in fondo
noi nero delle ossa sottoterra…
E anche con lui era come masturbarmi,
mai matura, scentrata e senza centro.
Di grazia, gli chiedevo, vuoi insegnarmi
a venire assieme a te con te dentro?
Dài, maledetto! Amore, dài, sii buono,
rimetti insieme tutte le mie tessere
per farmi essere quella che sono
e che ancora non ho potuto essere.
E così, per la vita dei miei versi,
dagli occhi, dalla gola, dalle ascelle
io riverso su te, tu mi riversi
le nostre solitudini gemelle.
Dicevo: A conto loro, e di noi stessi,
che faremo della vita anteriore
noi insolvibilità con gli interessi
e sempre in credito verso l’amore?
Ci dava la prigione del destino
solo qualche ora d’aria per l’amore
che per destino ha solo il suo declino.
Si aspetta e si riaspetta e poi si muore.
Egoista dai teneri pensieri,
gli chiedevo: Stai bene di salute?
Le fai l’amore, assolvi i tuoi doveri?
Lo metto in conto delle trattenute.
Perché eravamo onesti, responsabili,
non volevamo dare sofferenza.
Pure fra noi e due stronzi, due contabili,
tu vedi forse qualche differenza?
Se amo, sono grande nel mio amore.
Ma lui lo era? Se amava era grande?
Oh scroscianti radiose e nere ore,
state eludendo tutte le domande!
E gli dicevo: Sì, sentire è tutto.
E tutto in me che sente sente te.
Ti sento in me, ti sento fin nel flutto
del tempo-sangue freddo in tutta me.
Guarda guarda, Patrizia la superba
ammette che la mente non è tutto.
Come erba, più umile dell’erba,
mi prema lui, mi falci lui-mio-tutto.
Osceno e sacro l’amore delibera
stessa sede per sé e per gli escrementi.
Se non mi leghi io non sarò mai libera,
né casta mai se tu non mi violenti.
E tu? Sì, grazie. Senti come piove!
Vuoi che ci amiamo in piedi come i cani?
Di qua. Proviamo. A destra. A destra, dove?
Ho freddo, ho fame. E tu? Grazie. A domani.
Ho fantasie auditive, non visive.
Avesse detto mai: Bambina mia,
adesso vedi… E dato direttive:
Apriti stronza, troia… e così via!
Oppure: Questa torta va finita,
ma devi bere… piena la vescica.
Oh, essere imboccata con le dita,
con altre due ficcate nella fica!
Vuoi che ti dica, dunque, tutto il vero?
Il nero se ne fotte che non viva,
che sia perimetro del mio pensiero.
Dimmi: sono una bambina cattiva?
Avrei finto di non avere voglia,
perché a forza mi facesse volere.
Io voglio che tu voglia che io non voglia:
questa è la verità del mio piacere.
Violentami, costringimi a godere,
fendendomi con tutta la tua forza,
e fa’ di me secondo il tuo volere,
sii il mio flagello, dammi fuoco e forza.
E sempre quella mano sulla fronte…
E l’altra lì, così, due dita sole…
E quando fica e testa sono pronte
Riempile di cazzo e di parole.
Poi chiudere anche gli occhi della mente,
mare del nero e faro del mio mare,
e infine via dal nero finalmente
che si dilata e mi lascia passare.
Oh baciami, biancore di tramonto,
fratello senza pace nella fine,
baciami gli occhi chiusi, chiudi il conto
per l’alba della morte senza fine.
Io mi arrendo, congedo i miei soldati,
la mia legione di sogni e di versi.
Combattete per altri disarmati,
vincete in verità, miei sogni in versi.
No, non ancora. Ancora pochi istanti:
per approssimazioni millimetriche
sempre spietatamente equidistanti
le mani buie, le braccia scheletriche…
Eccomi, ancora. Prendimi per mano:
occorre che mi fermi e mi conforti
perché non posso andare più lontano
perché dopo ci sono solo i morti.
Quaranta quartine di Patrizia Valduga
Iniziato il Nov 21, 1997
Finito il Nov 25, 1997
N.P.
Banana Yoshimoto
Giorgio Amitrano (Traduttore)
Feltrinelli
Incipit
“Quello che sapevo era che Sarao Takase, oscuro scrittore, aveva vissuto in America, e durante la sua oscura esistenza aveva scritto una serie di racconti.
Che a quarantotto anni era morto suicida.
Che dalla moglie da cui era separato aveva avuto due figli.
Che i suoi racconti, raccolti in un volume, per breve tempo furono un best-seller in America.
Il titolo del libro: N.P.
Comprende novantasette racconti. Forse per l’incostanza dell’autore, il libro non è che il susseguirsi di storie brevissime, poco più di semplici bozzetti.
Queste cose le avevo sapute da Shōji, il mio ragazzo di un tempo. Era stato lui a ritrovare il racconto n. 98, mai pubblicato, e a tradurlo.
Nel gioco dei Centoracconti al termine della centesima storia accadeva qualcosa. Ma il racconto n. 100 sono stata io a viverlo durante l’estate. Ho la sensazione di averlo vissuto in prima persona, sulla mia pelle. Di essere stata risucchiata in un vortice d’aria nel cielo d’estate. Sì, tutto ciò che è accaduto durante quel breve periodo è stato un racconto.”
pag 9
“Quella mattina mi svegliai all’improvviso. La prima cosa che mi colpì gli occhi fu il cielo trasparente d’estate che filtrava da una fessura della tenda. Il suo colore assomigliava a quello del sogno dal quale mi ero appena svegliata.
Nel sogno piangevo. Mi aveva lasciato uno strascico, come se dal fiume limpido del sogno fossi tornata con una manciata di sabbia dorata.
Piangevo perché ero triste, o perché mi ero liberata di qualcosa di triste? In ogni caso non avrei voluto ancora svegliarmi, pensai confusamente.
Un vento fresco penetrava dalla finestra socchiusa.”
pag 19
Guardo sempre gli impiegati dei palazzi di fronte nella cornice dei balconi dirimpetto allo stage. Rispondono al telefono, sfogliano fascicoli e scrivono al computer. Guardo in attesa di veder compiere un omicidio, come in quel film che conosciamo tutti. Il mondo di fuori, il mondo visto dallo stage, è umido e pauroso.
Ah, tu pensavi che io fossi una
che si possa dimenticare
e che si butti, pregando e piangendo,
sotto gli zoccoli di un baio.
O prenda a chiedere alle maghe
radichette nell’acqua incantata,
e ti invii il regalo terribile
di un fazoletto odoroso e fatale.
Sii maledetto. Non sfiorerò con gemiti
o sguardi l’anima dannata,
ma ti giuro sul paradiso,
sull’icona miracolosa
e sull’ebrezza delle nostre notti ardenti:
mai più tornerò da te.
1921
Anna Achmantova
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