
Berlino – Diario di viaggio #2
La mia camera è al piano terra, la finestra affaccia su un cortile laterale dell’albergo, la tengo aperta o chiusa mentre mi preparo? facciamo finestra aperta e serranda chiusa ma che passa l’aria. Alle nove faccio colazione, prima di partire ho scritto una mail all’albergo per sapere se avrei trovato il latte di soia a colazione e l’asciugacapelli in camera. Niente latte di soia, asciugacapelli presente.
La sala per la colazione è attigua alla hall, i tavolini sembrano quelli di un vecchio caffè di provincia, ai muri quadretti di Berlino, Potsdam e un luogo di cui non c’è indicato il nome, le persone si sorridono e si avvicendano al piccolo buffet internazionale, costantemente rifornito dalla cameriera in divisa seria e silente. La scelta per me è scarsa, prevalgono fette di prosciutto e uova, sia sode che spumose, yogurt e pomodori, ma non è che a casa mangi chissà cosa. Spalmo marmellatine e margarina sul pancarré, bevo tè Early Gray e spremuta d’arancia. Porto via una mela per lo spuntino di metà mattina.

Dunque è domenica, benché il cielo non splenda la temperatura è gradevole, decido di visitare il campo di concentramento di Sachsenhausen che si trova a Oranienburg, a nord di Berlino. Ci arrivo in treno da Potsdamer Platz, impiegando più di un’ora di viaggio, poi mezz’ora di attesa del bus (strapieno) che dalla stazione di Oranienburg porta al campo. Avrei voluto fare un giro anche del paesino, poiché vi sono un castello, un parco e altri monumenti, ma preferisco dedicarmi al campo, so che sarà emotivamente impegnativo. È il secondo campo di concentramento che visito dopo Dachau.

A Sachsenhausen si accede, gratuitamente, passando per il centro visitatori dove prendo una piantina e l’audio guida in italiano per tre euro. Volendo ascoltare tutte le voci il percorso di visita dura circa cinque ore, passo a Sachsenhausen tutto il giorno.

Prima di entrare effettivamente nel campo di concentramento si percorre un lungo tratto di strada che ne costeggia la recinzione esterna, a metà circa compaiono dei pannelli che illustrano con foto d’epoca e citazioni la liberazione di gruppi specifici di prigionieri, come quelli scandinavi liberati con con l’operazione “white busses”, e l’utilizzo della via di transito.

A sinistra dell’effettiva entrata c’è un boschetto con lapidi e sculture che ricordano le sorti di alcuni prigionieri politici perseguitati e internati durante la Seconda Guerra mondiale. A destra dell’entrata c’è un piccolo centro espositivo/commemorativo.


Probabilmente una delle storie più toccanti di cui ho letto è quella di Rosa Broghammer. A sedici anni Rosa lavora in una fabbrica nella Foresta Nera, incontra e si innamora di Marcel Sebat, condannato ai lavori forzati, i due hanno un figlio, Peter. Le loro conversazioni vengono spietate dalla polizia su segnalazione dei vicini delatori. La coppia divisa fa il giro di diversi campi di concentramento, in particolare Rosa ne cambia molti, passando per Ravensbrück fino ad arrivare a Sachsenhausen.
A guerra finita, senza mai più aver rivisto suo figlio e il suo compagno, Rosa muore per le complicazioni di una infezione tubercolare nell’ospedale da campo dello stesso Sachsenhausen. Una stele commemorativa fatta erigere dal figlio Peter ricorda la vicenda di Rosa Broghammer morta a un passo dalla libertà.
Sachsenhausen è stato prevalentemente un campo di internazione e lavoro forzato per prigionieri politici, vi si producevano suole per le scarpe, a esempio, una grossa parte delle attività era però destinata agli esperimenti medici, condotti su adulti e bambini. I bambini venivano infettati con varie malattie di cui si studiava il decorso, fino alla morte dei malati, a volte i piccoli venivano operati senza anestesia oppure le ferite venivano lasciate aperte per continuare ad analizzarle.

Il campo è molto grande e la sua organizzazione tra infermeria, sale per le autopsie, mense, forni, sotterranei, baracche comuni e abitazioni per internati speciali era molto complessa. Sorto nel 1936 ha cessato definitivamente la sua attività solo alla fine degli anni Cinquanta, poiché fu utilizzato anche dalla DDR. Funzionava così bene che rappresentò il prototipo di tutti i campi di concentramento sorti durante la Seconda Guerra mondiale. La foto aerea sottostante, scattata a metà degli anni Quaranta, mostra l’architettura e le dimensioni del campo.

Appelli, selezione, marcia, lavoro e punizioni scandivano le giornate degli internati che morivano spesso di fame, infezioni, e freddo.

Nelle strutture ancora in piedi vi sono esposti innumerevoli documenti materiali, archivi cartacei, fotografici e audio del periodo di attività.

Pranzerò sul tardi al punto ristoro del campo con un cous cous con feta e un pretzel buonissimo, spendendo meno di dieci euro.
Alla chiusura esco che ho pianto e ho mal di testa, la giacca di cotone pensante mi ripara dal vento che si è alzato nel pomeriggio.
Per tornare alla stazione di Oranienburg dovrebbe esserci un bus, ma dopo più di quaranta minuti di attesa comincio a disperare, forse di domenica pomeriggio non passa? Una famiglia pugliese è rimasta fino alla chiusura come me ed è senz’auto, decidiamo così di andare a piedi assieme attraversando il paesino e sperando che non si metta a piovere. A metà percorso incrociamo però il bus che prendiamo al volo e ci porta alla stazione. Il rientro a Berlino è occupato dalle chiacchiere tra suditaliani in vacanza, loro abbastanza sorpresi che io vada in giro tutta sola.
Info utili
Gedenkstätte Sachsenhausen
Straße der Nationen 22
16515 Oranienburg
Germania
http://www.stiftung-bg.de/gums/en/index.htm
Per arrivarci si prende la linea S1 da Potsdamer Platz, treno direzione Oranienburg, biglietto zona ABC o abbonamento ABC. Dalla stazione di Oranienburg si prende l’autobus 804 o l’821 per raggiungere il campo, passano ogni ora o due se festivo, oppure si raggiunge a piedi.
Berlino – Diario di viaggio #1

Sabato 13 agosto, arrivo a Schönefeld (SXF) nel pomeriggio e per raggiungere l’albergo prendo due autobus e una metro. Si susseguono i nomi delle fermate principali da Rudow a Möckernbrücke. Le persone anziane sono gentili e se capiscono che sono italiana accennano una vecchia canzone o citano un luogo di villeggiatura degli anni Cinquanta, i tedeschi sono sentimentali.
L’Hotel Delta, un albergo a basso costo ma dignitoso, per anziani tedeschi e famiglie in viaggio, si trova in una zona vicino a un grande sexy shop e dei ristoranti arabi e indiani, a breve distanza dal Kulturforum. Dopo il check-in esco a fare due passi. La distanza tra albergo e Potsdamer Plz non è poca, ma ho voglia di girare, passo davanti al museo del Lego, c’è un’enorme giraffa fatta tutta di piccoli mattoncini gialli, sulla strada pezzi di Muro di Berlino coperti di gomme da masticare sembrano pronti per essere rimossi, il presente è storia; arrivo al Tiergarten, mi sembra bellissimo, vorrei togliermi le scarpe e stare sull’erba a piedi nudi, ma comincia a fare sera, lo supero e sono al Denkmal für die ermordeten Juden Europas, ossia il Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa. L’atmosfera rilassata contrasta con l’austerità dolorosa del Memoriale, imparerò che questa è una caratteristica costante di Berlino. Scatto qualche foto, mi domando quale sia realmente il modo giusto di comportarsi, ho visto le immagini di altri visitatori e visitatrici che saltano, ballano e si divertono tra questi lugubri blocchi grigi, tra di essi le voci risuonano lontane, le prospettive sono alienanti eppure, nonostante tutto, il labirinto è una sorta di invito al gioco. Il Memoriale è al centro di una piazza circondata da fast food e negozi di souvenir, ed è inevitabile che le persone lo attraversino senza prestare davvero attenzione, suppongo che abitando qui, a un certo punto, mi abituerei anch’io, ricordare è uno sforzo, il dolore è fatica.
Seguo la strada a sinistra della piazza, poi giro a destra e raggiungo Samâdhi, il ristorante vegetariano che ho trovato in rete. Ha delle buone recensioni, il personale è gentile, ci sono pochi avventori, forse per l’orario, sarà troppo tardi o troppo presto? scelgo dal menu una zuppa con i WanTan, un piatto di riso, tofu e verdure stufate, entrambi buonissimi, una birra, costo entro i 25 euro. Di fronte a me una donna elegante e un uomo giovane parlano sotto voce, ogni tanto lei mi guarda, suppongo che le ore di viaggio si vedano tutte sulla mia faccia. Vinco le reticenze e scatto delle foto ai piatti. Dopo di loro il tavolo verrà occupato da una coppia giovane, bionda e più informale.
Prendo la via del ritorno e passo per il centro commerciale Mall of Berlin. I negozi, quasi tutti di lusso, sono chiusi, funzionano le scale mobili però e così faccio un giro al primo piano, i camerieri chiudono un bar ritirando i tavolini. C’è un negozio di Kusmi Tea, vorrei prenderne una confezione, ma poi lo dimentico. I centri commerciali, è vero, si somigliano un po’ tutti, qualsiasi sia l’architettura, bella o brutta, qualsiasi sia la lingua dei cartelli e dei cartellini, le suggestive vetrine di design illuminate dall’interno, grandi specchi e schermi in HD, coi manichini filiformi che abitano in silenzio la sera.
A Leipziger Plz ancora viva di ragazzi e ragazze che tornano a casa o si apprestano ad andare per locali prendo il bus M48 che mi avvicina all’albergo. L’insegna dell’Hotel è verde, le luci del caffè vicino sono rosse, quelle dei lampioni arancioni. La hall è vuota, vado in camera a riposare.
Di ritorno da Berlino
Di ritorno da Berlino non ho avuto molto tempo per riflettere su ciò che ho vissuto, perché il giorno dopo ho preso un altro aereo e sono partita per Vienna.

Il Pilates, il mio ritmo biologico e le altre persone

Ho iniziato a praticare il metodo Pilates per caso perché, dopo anni di inattività, l’aerobica – che pure ho praticato per 16 anni – era un allenamento a impatto eccessivo, fisicamente ed emotivamente. Intendo dire che eseguire i passi dell’aerobica, che secondo me oggi ha preso derive schizofreniche, coordinandomi con le altre partecipanti alla lezione è fuori dal mio ritmo fisico e mentale. Per non parlare della musica che si usa nell’aerobica, la odio e mi provoca un diffuso senso di malessere.
L’unico corso di yoga a un costo abbordabile per me si teneva a 20/30 minuti da casa, poiché l’inverno è composto di giorni prevalentemente bui e piovosi, poiché bisogna essere coscienti del proprio carattere, a stento sarei andata alla prima lezione, ho evitato di buttare i soldi in quella direzione.
Quindi sono tornata nella palestra che frequento in modo discontinuo da 30 anni, a dieci minuti da casa. Visita medica completa, iscrizione, retta.
Un mese e mezzo di Pilates mi ha dato dei benefici inaspettati. Via il mal di schiena, via il dolore alla sciatica, via la sensazione di intorpidimento alle gambe e ginocchia più agili.
Grazie signor Pilates.
Un beneficio di non secondo piano è stato quello della concentrazione. Volevo focalizzare la mente sulla realtà, essere completamente presente a me stessa, il Pilates richiede concentrazione. E mentre ti concentri ed esegui fluidamente i movimenti, che io leggo come un mix di yoga e danza, sudi quel tanto che basta a farti sentire soddisfatta del lavoro fisico e mentale svolto in quei 50 minuti.
Volevo amare me stessa e migliorarmi, il Pilates mi aiutava a farlo.
A novembre sono arrivati i giorni corti, le piogge torrenziali, il freddo e io ho smesso di andare in palestra, come da copione.
Invece di forzarmi, nel momento della messa alla prova mi sono ripiegata su me stessa, dopo il lavoro ho ricominciato a vagare con la mente e a dormire invece di uscire. “Sono fatta così” non è una buona scusa, io però sono fatta proprio così, d’inverno muoio.
Primavera, ancora pioggia ma almeno c’è la luce.
Sono tornata in palestra, due settimane e di nuovo il mio corpo ha beneficiato di quei 50 minuti di esercizio lento e focalizzato.
Adesso che siamo a metà giugno restano solo altre cinque lezioni. Purtroppo le palestre non seguono il mio ritmo biologico, mentre gli istruttori vanno in vacanza io vorrei aumentare il numero delle lezioni, raddoppiarne la durata. Il dramma, per così dire, è che non ho uno spazio adatto a praticare Pilates per conto mio, c’ho provato a farlo in casa, ma ho bisogno del rito: preparare la borsa, uscire, fare quel preciso percorso a piedi, cambiarmi, sistemare il tappetino e seguire la classe.
Anche se non sono mai pienamente a mio agio con le altre persone, queste mi servono per essere costante, mi ancorano alla realtà.
Il Pilates, il mio ritmo biologico e le altre persone
Ho iniziato a praticare il metodo Pilates per caso perché, dopo anni di inattività, l’aerobica – che pure ho praticato per 16 anni – era un allenamento a impatto eccessivo, fisicamente ed emotivamente. Intendo dire che eseguire i passi dell’aerobica, che secondo me oggi ha preso derive schizofreniche, coordinandomi con le altre partecipanti alla lezione è fuori dal mio ritmo fisico e mentale. Per non parlare della musica che si usa nell’aerobica, la odio e mi provoca un diffuso senso di malessere.
L’unico corso di yoga a un costo abbordabile per me si teneva a 20/30 minuti da casa, poiché l’inverno è composto di giorni prevalentemente bui e piovosi, poiché bisogna essere coscienti del proprio carattere, a stento sarei andata alla prima lezione, ho evitato di buttare i soldi in quella direzione.
Quindi sono tornata nella palestra che frequento in modo discontinuo da 30 anni, a dieci minuti da casa. Visita medica completa, iscrizione, retta.
Un mese e mezzo di Pilates mi ha dato dei benefici inaspettati. Via il mal di schiena, via il dolore alla sciatica, via la sensazione di intorpidimento alle gambe e ginocchia più agili.
Grazie signor Pilates.
Un beneficio di non secondo piano è stato quello della concentrazione. Volevo focalizzare la mente sulla realtà, essere completamente presente a me stessa, il Pilates richiede concentrazione. E mentre ti concentri ed esegui fluidamente i movimenti, che io leggo come un mix di yoga e danza, sudi quel tanto che basta a farti sentire soddisfatta del lavoro fisico e mentale svolto in quei 50 minuti.
Volevo amare me stessa e migliorarmi, il Pilates mi aiutava a farlo.
A novembre sono arrivati i giorni corti, le piogge torrenziali, il freddo e io ho smesso di andare in palestra, come da copione.
Invece di forzarmi, nel momento della messa alla prova mi sono ripiegata su me stessa, dopo il lavoro ho ricominciato a vagare con la mente e a dormire invece di uscire.
“Sono fatta così” non è una buona scusa, io però sono fatta proprio così, d’inverno muoio.
Primavera, ancora pioggia ma almeno c’è la luce.
Sono tornata in palestra, due settimane e di nuovo il mio corpo ha beneficiato di quei 50 minuti di esercizio lento e focalizzato.
Adesso che siamo a metà giugno restano solo altre cinque lezioni. Purtroppo le palestre non seguono il mio ritmo biologico, mentre gli istruttori vanno in vacanza io vorrei aumentare il numero delle lezioni, raddoppiarne la durata. Il dramma, per così dire, è che non ho uno spazio adatto a praticare Pilates per conto mio, c’ho provato a farlo in casa, ma ho bisogno del rito: preparare la borsa, uscire, fare quel preciso percorso a piedi, cambiarmi, sistemare il tappetino e seguire la classe.
Anche se non sono mai pienamente a mio agio con le altre persone, queste mi servono per essere costante, mi ancorano alla realtà.
Tornare a scrivere
La scorsa settimana sono stata a un incontro sulla “scrittura emotiva”. Non sapevo cosa aspettarmi, chi sarebbero stati gli altri partecipanti o cosa avrei dovuto fare, ma ci sono andata perché “scrittura” ed “emotiva” sono due parole che ho sempre associato a me stessa. Anche se ormai da alcuni anni scrivo solo per lavoro, scrivo per pubblicizzare prodotti che spesso non comprerei e ritengo o inutili o troppo costosi. Scrivo arricchendo i testi di aggettivi luccicanti come specchietti al sole caldo di un desiderio che dev’essere solo stimolato un po’ per accendersi.
Ho scritto alcuni blog, da sola e in collaborazione con altre persone, più prolifiche di me. A volte la prolificità degli altri mi ha bloccata, ero ammirata dalla loro capacità di organizzare i pensieri puntualmente ogni giorno in un testo lungo. Disciplina o urgenza e amore.
Facebook ha modificato il nostro modo di interagire e leggere in internet. Nessun altro social network ha cambiato tanto radicalmente la nostra scrittura e lettura, nemmeno i pochi caratteri di Twitter, i quali rimandavano comunque ad articoli ben più lunghi, che animavano ancora i blog. La pratica di leggere solo i titoli dei giornali è diventata prassi anche per chi potrebbe approfondire, ma preferisce scorrere la home in cerca di un nuovo feed.
No che non penso alla fine della parola scritta, no, cambia il mezzo, cambia il modo in cui organizziamo le parole, ma le parole non possono finire, almeno fino a quando saremo qui. Finirà Facebook, anche se cerca di concentrare in sé stesso tutta l’esperienza che le persone possono fare del web. Un nuovo modo di comunicare in rete, dopo i vlog e gli status, arriverà.
Rubo tempo al lavoro per tornare a scrivere qui dopo mesi di silenzio. Dalla scorsa estate ho messo nelle mani di Instagram gran parte delle cose che avrei voluto dire, in forma di immagine. Adesso sento il bisogno di tornare a scrivere, non so quanto sia profondo, forse è la bella giornata, forse il buon libro che ho letto recentemente, oppure quell’incontro di scrittura emotiva, che mi spingono a cercare qualcosa in più. So che sento questa spinta e mi sembra giusto tenerne traccia qui, nel mio angolo di web.
Di ritorno da Londra
Da alcuni giorni sono tornata da Londra e mi sento come quella tizia della pubblicità, quella che sta nella vasca da bagno e piange perché vorrebbe tornare sulla nave da crociera. La nave da crociera sulla quale vorrei tornare però è un’immensa città, abitata da milioni di strabilianti alieni provenienti da ogni parte dell’universo.
Partiamo dall’inizio. Durante l’inverno volevo acquistare i biglietti per lo spettacolo Wonder.land messo in scena al National Theatre, con musiche di Damon Albarn. Non c’è stato verso di comprare questi benedetti biglietti dall’Italia, né sul sito del teatro né su altri siti. Mi sono arrabbiata e ho maledetto gli Angli, i Sassoni e gli Juti, questi ultimi per completamento. Ho deciso che sarei andata lo stesso a Londra, primo perché ormai era il momento di visitarla, secondo per quello stato d’animo o sentimento che in lingua napoletana si dice currívo (siamo partite col piede giusto cara Londra). Terzo motivo, avevo voglia di vedere due amici che ormai vivono nel Regno Unito e non fanno altro che invitarmi ad andare.
Sono partita un po’ risentita, sono tornata sorpresa del senso di appartenenza e gioia che ho provato camminando per strada, salendo e scendendo dagli autobus e dalle metro. Come andare a un appuntamento con qualcuno che all’inizio ti irrita, ma poi ti prendi una cotta pazzesca. Tutto questo parlare di Londra come di una città feroce e disumana mi si è palesato solo negli orari di punta della metro. La falsa cortesia con la quale le persone ti passano addosso pronunciando a denti stretti sorry sorry sorry sorry, come un disco rotto, è più buffa che snervante. Certo ci sono stata pochi giorni e come si dice sempre per ogni luogo viverci è un altro paio di maniche. Accantonando per un attimo la snobberia di certe ragazzine bionde e l’efficienza ottusa di alcuni esecutori, ho provato tenerezza per tutti quegli umani che si incastrano nei vagoni. La maggior parte delle persone è stata gentile quando ho chiesto un’indicazione, quasi ogni cosa ha funzionato alla perfezione e io mi sono sentita meglio qui che in contesti molto più vicini alla mia “cultura di origine” (oh quanto si potrebbe dire!).
Certo, turista ma, vivendo per alcuni giorni a casa dei miei amici, girando per le loro strade mi sono sentita anche io una specie di “abitante a tempo”, felice di essere lì.
Felice dei parchi, felice dei musei, anche se sono riuscita a visitarne solo uno, felice della puntualità, felice di non essere bersaglio di molestie da strada, felice della varietà umana e della, forse apparente, capacità di accogliere gli altri.
No che non mi piace il capitalismo sfrenato della cultura anglosassone, mi fa schifo che il rovescio della medaglia della multiculturalità londinese sia lo sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici. Colonialismo, una sola parola basta. E va be’, no che non mi piace quel tempo buio, freddo e piovigginoso, ho dovuto comprare una sciarpa, in una giornata di sole, chi legge immagini come sono le giornate senza sole a maggio. Di calde ci sono solo le mie impressioni. Colonialismo, una sola parola basta. E va be’, no che non mi piace quel tempo buio, freddo e piovigginoso, ho dovuto comprare una sciarpa, in una giornata di sole, chi legge immagini come sono le giornate senza sole a maggio. Di calde ci sono solo le mie impressioni. Per questa prima visita ho privilegiato alcuni luoghi che avevano una forte attrattiva per me, spesso ho girato in compagnia dei miei amici, che non ringrazierò mai abbastanza per il tempo e la dolcezza che mi hanno regalato.
La cultura pop britannica è stata, specialmente negli anni Novanta, per ciò che posso ricordare in prima persona, estremamente aggressiva, in concorrenza con quella americana. I miei/nostri riferimenti culturali sono pieni di cultura britannica da Dickens, Brontë, Austen, Carroll, Shakespeare alla Cool Britannia, fino a Doctor Who. Per non parlare della musica. Chi conosce Londra da sempre, chi già c’è stato in vacanza, tutte e tutti gli italiani che vivono lì, leggendo questo post lo troveranno ingenuo, ne sono certa.
In un episodio il Dottore si trova con Rose in un universo identico e contrario al nostro, tutto è simile e nel contempo diverso, Londra è una città diversa e vicina, tutta la diversità è eccitante e tutta la vicinanza è confortante.
Thank you London, see you soon!
Aperitivo all’Archeobar Caffè letterario
Una sera andiamo all’Archeobar, un caffè letterario a via Mezzocannone, zona universitaria, ovviamente. Il barman è da solo e così ci portiamo su da sole l’aperitivo e il cibo. Tre ore quasi a chiacchierare, rilassate come se fossimo a casa nostra. Poi la notte si popola e c’è musica o libri o mostre.
Si sta bene all’Archeobar.
Non ho segnato il nome dell’artista, qualcun* nei commenti me lo scriverà?
Archeobar Caffè letterario
via Mezzocannone 101bis
Napoli
081 1917 8862
http://www.archeobar.com/
Di ritorno da Madrid
A post to break the ice after a long absence.
Da meno di 24 ore sono rientrata in Italia dalla Spagna. E’ il mio terzo viaggio nella Penisola Iberica, questa volta sono stata a Madrid, ospite da un’amica splendida che mi ha permesso di conoscere la città da “abitante” più che da turista. Ho pubblicato alcune foto in un account Instagram creato per l’occasione, che comunque continuerò a usare. La url è questa https://instagram.com/lillarainbow. A caldo posso dire solo che Madrid è una capitale moderna con l’anima di un grande paese, ossia i servizi funzionano benissimo, le occasioni non mancano e le feste sono come nei paesi di provincia, dove la tradizione non ha per niente perduto il suo smalto.
¡Gracias gatxs!



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