Categoria: Utile

Soy atea | Sono atea

ES
No creo que existe dios, un plan, la vida después de la muerte. Creo en el azar de la existencia, dudo que existe el alma, creo que mi conciencia de mí misma termina con mi muerte.
Las personas creyentes no están de acuerdo con mi visión de las cosas, porque son creyentes. Es una diferencia irreconciliable de opinión. La única manera de vivir juntos en paz es con respeto mutuo. Toda persona tiene el derecho de sentirse bien acerca de sí mismo en su propia manera.

Algunos creen en Dios, otros en la posibilidad de abandonar el planeta antes de su fin, superar las limitaciones físicas que nos impiden llegar a otros sistemas solares y vivir allí, hasta el colapso de ese otro sistema solar o el final de todo el universo cuando vamos a ser capaces de pasarnos a otro universo o en otra dimensión y seguir existiendo – ciencia ficción para muchos es otro tipo de religión, para mí es un entretenimiento y una manera de entender el mundo.
Muchas personas hacen de sus proprias ideas una religión, yo quiero mantener una mirada laica. La vida a menudo nos sorprende, incluso la muerte puede sorprendernos. Pero si tengo razón nunca lo sabremos.

IT
Non credo che esista dio, un piano, l’aldilà. Credo nella casualità dell’esistenza, dubito fortemente che esista l’anima e penso che la mia coscienza di me finisca con la mia morte.
Le persone credenti non saranno d’accordo con questa mia visione delle cose, perché sono credenti. Si tratta di una divergenza insanabile, ma si può convivere senza problemi, basandosi sul rispetto delle libertà personali.
Ogni persona ha il diritto di star bene con sé stessa a modo proprio. Alcuni credono in dio altri alla possibilità di lasciare il pianeta prima della sua fine, superare i limiti fisici che ci impediscono di raggiungere altri sistemi solari e continuare a vivere altrove, fino al collasso di quell’altro sistema solare o alla fine dell’universo intero, quando saremo capaci di spostarci in un altro universo o in un’altra dimensione e continuare a esistere – la fantascienza per molti è un altro tipo di religione, per me è uno svago ed un modo per capire il mondo.
Molte persone fanno delle proprie idee una religione, io cerco di avere sempre uno sguardo laico.
Dato che la vita spesso ci sorprende, metto in conto che possa farlo anche la morte, ma se ho ragione non lo sapremo mai.

Moshi moshi di Banana Yoshimoto | incipit

More about Moshi moshiMoshi moshi
Banana Yoshimoto
Gala Maria Follaco, traduttrice
Feltrinelli, 208 pagine
giugno 2012

Ho iniziato da poco a leggere l’ultimo romanzo di Banana Yoshimoto pubblicato in Italia . Ho letto tutti i suoi libri, alcuni per affetto. Il penultimo non mi è dispiaciuto, ma l’ho trovato comunque molto lontano dai primi racconti. Posso dire di sentirla come una conoscente, una vicina che ogni tanto si mette a raccontare storie. Inevitabilmente, con il passare del tempo, le storie sono cambiate, il modo di raccontare è sempre lieve, forse troppo ormai.
Ecco l’incipit.

Un regista ormai scomparso e che amavo molto, Ichikawa Jun, ha girato un film dal titolo Zawa zawa Shimokitazawa. È un film che ho guardato non so quante volte a casa dei miei, sola e a notte fonda, quando cercavo il coraggio per trasferirmi a Shimokitazawa. Volevo che il mio corpo assorbisse Shimokitazawa: solo allora mi sarei sentita sicura.
Nel film c’è una scena in cui la pianista Fuzjko Hemming parla di quel quartiere.
Il suo racconto comincia nel momento in cui la si vede camminare e fare spese al mercato di fronte alla stazione.
“Se alcune volte l’aspetto caotico di questo quartiere, costruito senza alcun criterio, al solo fine di guadagnare spazio, appare gradevole, è forse perché di fatto ricorda la parte bella dell’inconscio delle persone, la loro disordinata scompostezza. Un po’ come quando gli uccelli mangiano i fiori, o un gatto salta dall’alto verso il basso con un movimento perfetto. Partiamo sempre dal torbido, quando cominciamo qualcosa di nuovo. Poi però arriva il momento in cui tutto inizia a scorrere limpido, e in tranquillità prende a seguire il suo corso naturale.”

Fujiko Hemming Image: lastfm.it

Quando vidi quella scena per la prima volta ne fui toccata, pensai che avesse ragione, e mi scese una lacrima. Da allora l’ho rivista molte altre volte, l’ho imparata a memoria e ho raccolto tutto il coraggio di cui avevo bisogno.
Quindi è questo il senso di pace che si prova quando qualcuno dice con chiarezza ciò che avevamo capito solo vagamente? pensai.
Il peso enorme degli avvenimenti che sino ad allora aveva vissuto Fuzjko… grazie a loro le sue belle parole assumevano, nelle immagini filmate, un significato così intenso, riuscivano a scuotere l’animo delle persone, a infondere coraggio, ad aiutarle a restare in piedi.
Desiderai fortemente poter fare lo stesso, in modo diverso. Volevo esercitare quella splendida magia a vantaggio di qualcuno che non fossi io.
Nella notte, mentre pensavo a queste cose, il cuore si alleggeriva e riuscivo finalmente a respirare a fondo. Probabilmente fu proprio quello, alla fine, a sostenermi.
Lo stato di prostrazione che seguì la perdita di mio padre non fu per niente violento. Il dolore che provavo somigliava a un pugno che il mio corpo riceveva lentamente. Ogni volta mi accorgevo che penetrava un po’ più a fondo e cercavo in qualche modo di rialzare la testa.
Diventai più razionale, mentre fisicamente avevo l’impressione di essere un po’ più solida e piccola. Per difendermi, cominciai a immergermi sempre più nei miei pensieri.

pag.9-10

Fujiko Hemming Consolation no.3 LISZT

E’ morta Maeve Binchy | In viaggio verso casa

Ho appena scoperto che Maeve Binchy, la scrittrice irlandese, è morta il 30 luglio.
Di recente avevo letto un suo libro di racconti ambientato a Londra. La struttura del libro si sviluppava lungo le stazioni della metro di Londra, il titolo italiano è  ‘In viaggio verso casa’.

In viaggio verso casa
Maeve Binchy
Maria Luisa Cesa Bianchi (Traduttrice)
Sperling & Kupfer, 2007
343 pagine

E’ stato un acquisto casuale, fatto all’ipermercato, una di quelle offerte di libri a prezzi stracciatissimi; quel giorno mi piaceva che, in queste storie, ci fosse di mezzo la metropolitana di Londra. L’ho letto tra il 4 e il 13 aprile, un po’ a casa, un po’ in autobus. Sono racconti delicati di un’umanità che vive cercando di non farsi travolgere dagli eventi, sforzandosi di tenere assieme desideri e responsabilità. Una lettura non impegnativa, ma sicuramente gradevole e non scontata.
Il titolo originale è ‘Victoria Line, Central Line’, due linee della metropolitana londinese dalle cui fermate prendono, appunto, vita i racconti, ma la traduzione in italiano “In viaggio verso casa” banalizza la struttura a incrocio del libro. Alcuni racconti sono ovviamente migliori di altri.

Sula – Toni Morrison | pag.127

“Dei pochi che, non temendo di presenziare alla sepoltura di una strega, si erano recati al cimitero, alcuni erano venuti soltanto per verificare la sua dipartita, ma si erano fermati a cantare Shall We Gather at the River per una questione di buona creanza, del tutto ignari della cupa promessa della canzone.”

Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20

Sula – Toni Morrison | pag.107

“Veniva regolarmente, e le portava dei regali: grappoli di more ancora attaccate al ramo, quattro pagri fritti avvolti in un foglio color salmone del Courier di Pittsburgh, una manciata di frutti dell’albero del pane, due scatole di lamette Jelly Well, un pezzo di ghiaccio del carretto, un barattolo di detersivo Old Dutch, quello con la donna con il berretto che dà la caccia allo sporco con il bastone, una pagina di fumetti di Tillie the Toiler e altre splendenti, bianche bottiglie di latte.”
(…)
Van Van, High John the Conqueror, Little John to Chew, Devil’s Shoe String, Chinese Wash, Mustard Seed e Nine Herbs.”

Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20

Sula – Toni Morrison | pag.104-105

Photographer: Marc Larange

“Lei era stata emarginata, e lo sapeva. Sapeva che la disprezzavano e credeva che esprimessero il loro odio nel disgusto per la facilità con cui andava a letto con gli uomini. Il che era vero. Lei andava a letto con gli uomini tutte le volte che poteva. Era l’unico luogo dove riusciva a trovare quello che stava cercando: l’infelicità e la capacità di provare una profonda pena. Non era mai stata consapevole del fatto che era la tristezza quello che desiderava con tanta intensità. Dapprima fare l’amore le era sembrato il modo per procurarsi una gioia speciale. Era convinta di amare l’oscurità del sesso, il suo rituale; rideva moltissimo durante i rauchi preliminari, e rifutava gli amanti che consideravano il sesso un’attività sana e piacevole. L’estetica sessuale l’annoiava. Non che considerasse il sesso disgustoso (anche la bruttezza era noiosa), però le piaceva pensare che fosse immorale. Quando le sue esperienze si moltiplicarono, comprese non soltanto che non era immorale, ma che non doveva nemmeno elaborare l’idea dell’immoralità per parteciparvi pienamente. Durante l’amore trovava e aveva bisogno di trovare il filo della lama. Quando smetteva di cooperare con il corpo e cominciava a farsi valere nell’atto, si accumulavano in lei particelle di energia, come lamette metalliche attratte verso un vasto nucleo magnetico, a formare un grappolo fitto che nulla, sembrava, avrebbe potuto spezzare. E c’erano un’ironia e un oltraggio estremi nel giacere sotto qualcuno, in posizione di resa, sicura di possedere una forza eterna e un potere senza limiti. Ma il grappolo poi si spezzava, crollava a pezzi e, nella foga di tenerlo insieme, lei precipitava dalla sommità, nel silenzio più totale, e scendeva urlando, urlando, in preda a una pungente consapevolezza della fine delle cose: uno sguardo di sofferenza nel mezzo di tutto quell’ardore tempestoso di gioia. Là al centro di quel silenzio, non c’era eternità ma la morte del tempo e una solitudine così profonda che la parola stessa perdeva il suo significato. Perché la solitudine presupponeva l’assenza degli altri, e la solitudine che lei trovava in quel terreno disperato non aveva mai accettato che potessero esistere altre persone. Allora piangeva. Lacrime per la morte delle cose più insignificanti: le scarpe buttate via dai bambini; ciuffi spezzati d’erba di palude, battuti e soffocati dal mare; fotografie di donne morte che non aveva mai conosciuto; fedi nunziali nelle vetrine delle agenzie di prestiti su pegno; corpi spennati di galline della Cornovaglia in cestinid i riso.
Quando il suo compagno si scioglieva dall’abbraccio, alzava gli occhi su di lui perplessa, cercando di ricordarne il nome; lui abbassava lo sguardo sorridendo verso di lei, sicuro di comprendere la lacrimosa gratitudine a cui credeva di averla condotta. Lei aspettava con impazienza che lui se ne andasse, in un umido stato di soddisfazione e leggero disgusto, lasciandola alla sua intimità postcoitale, in cui ritrovava e accoglieva se stessa, ricomponendosi in un’impareggiabile armonia.”

Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20

Sula – Toni Morrison | pag. 90

“Eppure si erano accucciati a quattro zampe, nudi, senza toccarsi altro che le labbra, proprio lì sul pavimento, dove indica la cravatta, a quattro zampe come (su, avanti, dillo) come cani. Mordicchiandosi, senza nemmeno toccarsi, senza nemmeno guardarsi, soltanto le labbra, e quando io ho aperto la porta non hanno alzato gli occhi nemmeno per un istante e io ho pensato che la ragione per cui non alzano gli occhi è perché non lo stanno facendo. Quindi va tutto bene. Io rimango qui e basta. Non lo stanno facendo. Io rimango qui a vedere, però non lo stanno facendo per davvero. Ma in quel momento hanno alzato lo sguardo. O almeno tu l’hai alzato. Tu, tu l’hai alzato Jude. E se soltanto non mi avessi guardata come quei soldati sul treno, come guardi i bambini quando entrano mentre stai ascoltando Gabriel Heatter e spezzano il corso dei tuoi pensieri – senza metterli a fuoco, ma concedendo loro un solo attimo, un frammento di tempo, per capire cos’hanno fatto, che cos’hanno interrotto, tornare dov’erano e lasciarti ascoltare Gabriel Heatter.”

Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20

Eikoh Hosoe | Fotografia

Eikoh Hosoe

Eikoh Hosoe è un fotografo giapponese, nato nel 1933 a Yonezawa. Suo padre era un sacerdoto shintoista. Dopo essersi lauretato al College of Photography di Tokyo, dove ha poi insegnato, ha tenuto la sua prima esposizione personale nel 1956.
La collaborazione con Yukio Mishima, con il quale ha pubblicato il libro fotografico Killed by roses, gli ha dato fama internazionale.

Eikoh Hosoe

Altre immagini qui.

Sula – Toni Morrison | pag. 77-78

Photo rhombus.travellerspoint.com

“Quei piccoli tremanti uccellini dal petto color igname erano dappertutto: avevano eccitato a tal punto i più piccini, da indurli a rinunciare all’abituale benvenuto e ad accoglierli con una violenta sassaiola. Nessuno sapeva perché o da dove fossero venuti. Sapevano solo che non ci si poteva muovere senza calpestarne gli escrementi perlacei, e che era un problema stendere la biancheria, strappare le erbacce o anche solo sedersi sulla veranda mentre pettirossi volavano e morivano tutt’intorno.
Moltissimi ricordavano quella volta in cui per due ore il cielo era stato annerito da nuvole e nuvole di piccioni; erano abituati agli eccessi della natura – troppo caldo, troppo freddo, troppa siccità, pioggia a catinelle – eppure temevano che un fenomeno relativamente insignificante potesse prendere il sopravvento, dominarli e sottomettere la loro mente al suo potere».
A dispetto della paura, reagirono a quella stranezza opprimente, o a quelli che chiamarono “giorni maledetti”, con una rassegnazione che rasentò il benvenuto. Intuivano che un simile maleficio dovesse essere stornato: c’erano delle precauzioni da prendere per proteggersene. Comunque lasciarono che facesse il suo corso, che si compisse, e non cercarono di mutarlo o di interromperlo, né di evitare che si verificasse nuovamente. Si comportavano così anche con le persone.
E questo atteggiamento, che gli estranei scambiavano per negligenza, trascuratezza o anche generosità, di fatto significava piena legittimazione delle forze diverse da quelle del bene. Non credevano che i dottori potessero guarire – secondo loro nessuno lo aveva mai fatto. Non credevano che la morte potesse essere accidentale – la vita, se mai, poteva esserlo, ma la morte era premeditata. Non credevano che la Natura fosse avversa – solo importuna. Piaghe e siccità erano “naturali” come la primavera. Se il latte poteva cagliare, Dio sa se potevano calare stormi di pettirossi. L’obiettivo del male era di sopravvivergli e così decisero (senza mai esserne consapevoli) di sopravvivere alle inondazioni, ai bianchi, alla tubercolosi, alla carestia, all’ignoranza. Conoscevano la rabbia, ma non la disperazione, e non lapidavano i peccatori per la stessa ragione per cui non si suicidavano: era indegno di loro”.

Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20