Categoria: teatro

fallimento

Ci fermiamo dell’androne del palazzo, ho deciso di saltare la prossima lezione, piove a dirotto, fa freddo e non ho le forze per correre in strada, attraversare piazzetta Nilo e Spaccanapoli, schivare gente, le auto a via duomo, salire al quarto piano a piedi – perché l’ascensore funziona con un lento meccanismo a gnomo – scoprire che i posti a sedere sono già presi e dover seguire stando seduta a terra, col jeans bangnato, il pavimento lurido e gelido.
Così si parla, una donna tunisina mi saluta, la saluto, quella che sta con noi nell’androne sputacchia battute sul suo odore, le sue sopracciglia e la peluria sua.
Le chiedo: Ma tu fai mediazione?
no, mi dice
a vabbè
perchè? fa lei
vorrei direle: Perchè saresti un fallimento, cose sei un fallimento come persona, già a 19 anni. Le dico: così, chiedevo.

Dopo le coliche d’ira le mani tremano

Lo nuvole fumose schermano il sole, la maglia a righe rosse e blu è leggera, una velina arancio si alza da terra e i gatti di stoffa non miagolano mai e il mare si intiepidisce e ciò che cerco è tutto quì dentro di me. Le immagini patinate delle riviste di moda ci catapultano in una felicità in posa che ci circonda per centocinquanta pagine per poi abbandonarci alle ariditò del quotidiano, depliant di paesi mai visitati. Alla parola sentire piango. Il soffritto nella padella profuma. Le gentilezze non torneranno mai più, cerco di contenere una emorragia che mi costringe a casa da due giorni e alla parola tempo piango, sempre. Ho nascosto tutti gli orologi e non rispondo più al telefono. Riso, mescolare peperoni pomodoro salsa tabasco e timo. Le paste di mandorla erano così dolci occhi neri che ho dovuto bere un pò di veleno per non ammalarmi, non ci sono ferie o malattie pagate qui, a sorsi brevi la vità è diluita nel tempo. Prezzemolo e gamberetti sbollentati. Dopo le coliche d’ira le mani tremano, un senso di smarrimento, spolverare di pepe e sale. Ho bisogno di abitarmi e servire immediatamente a qualcosa.

La Vita Bestia – Filippo Timi

La Vita Bestia
(Autoritratto)
Luci: Gianni Staropoli.
Regia: Giorgio Barberio Corsetti.
Autore e interprete: Filippo Timi.
Ore 20:00 Nuovo Teatro Nuovo.
Giungo a teatro con largo anticipo. La pioggerella sottile e petulante non mi abbandona mai. Sto ferma tutta composta e un pò tesa in compagnia della mia amica. Attendiamo l’arrivo di altre compagne parlando delle mie stanchezze, che ho mal di testa. Ho il cappotto bianco e le scarpe rosa, vorrei sedermi su quegli scalini laggiù, ma temo di sporcarmi. Un uomo esce dal teatro, ha il cappotto lungo e scuro, sul verde mi sembra, è in compagnia, gli guardo il volto.Una leggera agitazione mi prende. Lo riconosco subito, anche a distanza di un anno dal’unica volta in cui lo vidi, sempre quì, sempre di sera. Dico all’Amica:”Eccolo è lui, che quello è Filippo Timi”. Lei finge indifferenza e scruta ma lui si è già allontanato. “Mannaggia non l’ho visto bene”, mi dice.
Quando torna si trattine pochi istanti davanti alla bacheca con i ritagli di giornale che lo riguardano, ha una busta bianca con dentro del cibo. Parliamo la mia Amica ed io sottovoce, le racconto dello spettacolo dell’anno scorso, delle acrobazie di Metafisico Cabaret di quella mimica facciale che tanto mi ha colpita, mentre lo seguo con lo sguardo. Lui presto svanisce dietro le porte nere della sala. Passa del tempo e arrivano le compagne in ritardo, prendiamo i biglietti ci sistemiamo. Ho un faro giusto negli occhi.
Pochi istanti poi è buio.
Una musica parte in sordina per divenire più forte a sipario aperto. Filo è seduto per terra in mutande e cannotta strappata dice che ha fame, ha i calzini scuri. Sono seduta nella fila D e per vederlo intero mi davo piegare di lato. Trascorrerò le prossime due ore in questa posizione.
Con La Vita Bestia questa volta mette in scena  tutto se stesso, autoironico e poetico nel suo monologo senza pause dalla nascita, l’infanzia e l’adolescenza, poi la scoperta del sesso, la sua violenza e la partenza. Non c’è un attimo di stanca, mi passa il mal di testa, lui balla, rotea gli occhi è sensuale il suo discorso fisico, ci coinvolge in una intimità totale. Racconta la balbuzia mescolando realtà a finzione. Aneddoti personali, per quanti giorni si può nascondere un panino? Come ottenere due costumi di carnevale al prezzo di uno, le unghie così sottili da sembrare pelle, gli stivali Camperos. L’amore che finisce e ci lascia due volte sulle note di B.agli.oni. La madre, che contiene e protegge, il suo cuore che batte. Personaggi: la zia, la cugina, la fredda sorella e le sue due figlie, Sonia, e l’audace amica della madre (una deliziosa accurata lezione su come si masturba una donna, e l’esaltante sensazione di potere che deriva dal dare piacere), poi il dolore la scoperta dell’«uomosessualità» e Andrea-Eva. La parrocchia e la realtà del povero ma dignitoso contado, le discoteche. Attraverso una linguaggio ora delicato e dopo brutale, un misto di umbro e italiano che non non suona mai caricaturale, Filo sa far ridere, seriamente, con l’ironia. C’è tanto amore soprattutto in questo spettacolo.
Ha una tosse bronchiale e mangia crema di nocciole e cioccolato in scena l’interemozione tra attore e pubblico è avvolgente.
Questo monologo è tratto dalla prima parte di un romanzo scritto da Lui con Eduardo Albineti, che Fandango pubblicherà in febbraio. Il romanzo autobiografico probabilmente si chiamerà proprio ‘La Vita Bestia’ perchè la vita è una bestia che ti sta col fiato sul collo e solo quando ti morde sai che è finita.

Epifania

Una telefonata. Una voce affannata, ansiosa, non riesco a fuggire. Mi racconta di quell’altra, altra che è riuscita, nello spazio di due incontri, ad inquietarmi.
Quella bocca bisognerebbe cucirla a doppio filo di nylon.