Il conseguimento del Master in Medical Humanities, più difficile di quello in Formazione autobiografica, mi ha dato gioia. Le materie scientifiche prevedevano una conoscenza di base di biologia ma la parte narrativa era preponderante. Mi sento esperta in scienze umane applicate alsero Ettore socio sanitario ed educativo? Mah, di certo so di cosa si tratta, di certo ho capito più o meno come funziona, ma l’esperienza insegna molto di più dello studio teorico. Accanto a me compagne di corso con cui ho potuto avere solo relazioni virtuali, anche questo master è figlio della pandemia.
Medical Humanities Esperto in scienze umane applicate alla cura nel settore socio-sanitario ed educativo. La Medicina Narrativa.
Rubati dal Van Gogh Museum il 7 dicembre del 2002 attraverso una finestra, i due dipinti di Vincent van Gogh, Paesaggio marino a Scheveningen del 1882 e Una congregazione che esce dalla Chiesa Riformata di Nuenen del 1884/85, sono stati ritrovati a settembre 2016 durante un’operazione della Guardia di Finanza in Italia, a Castellammare di Stabia. Erano in buono stato seppure privi della cornice originale, così sono stati esposti al Museo di Capodimonte di Napoli fino al 26 febbraio, prima di tornare in Olanda.
Foto di LillaRainbow rubarla è illegale, ma soprattutto è da poracci/e.
Ho scritto un post di invito nel gruppo universitario, da molto ci pensavo, uscire un po’ dalla virtualità e incontrarsi può essere interessante, soprattutto quando si è accomunati da una passione, in questo caso per l’arte. Le persone si sono dette entusiaste e hanno celebrato con faccine e cuori la proposta, ma solo una collega mi ha dato effettivamente conferma per l’appuntamento di sabato mattina.
Dunque sono andata alla mostra, lei era in ritardo, ho fatto un primo giro da sola godendomi quel tempo davanti ai quadri, anche se la sala era affollatissima e dei giovani collaboratori del museo regolavano l’accesso con severità, anche sulla questione dei flash erano tassativi, fortunatamente, di solito se ne dimenticano. C’era pure la Guardia di finanza a sorvegliare le tele, probabilmente per ricordare a tutti a opera di chi è avvenuto il ritrovamento.
Le tele sono sorprendenti. In particolare Paesaggio marino a Scheveningen è bellissimo, con la sua pittura quasi ‘materica’ che increspa sulla tela. Sembra che il colore sia impastato con dei granelli di sabbia, poiché Vang Gogh dipinse il paesaggio mentre si svolgeva un piccola ma violenta tempesta.
Dopo poco la collega è arrivata con il suo accompagnatore e ho rifatto il giro davanti ai quadri, scattando qualche foto in più alla folla che si accalcava. A dire il vero hanno scattato delle foto anche a me e a lei, poiché la luce rendeva l’atmosfera particolarmente suggestiva e i nostri volti si prestavano a dei ritratti. Non so che fine faranno quelle foto, spero che nessuno mi trasformi in un cartellone pubblicitario.
Foto di LillaRainbow rubarla è illegale, ma soprattutto è da poracci/e.
A questo punto devo dire che la mia collega è in carrozzina e usa con difficoltà le mani. Quando me lo aveva preannunciato non ho sentito alcuna resistenza o timore, il suo entusiasmo mi diceva che non avremmo avuto problemi nel comprenderci e se lei sentiva di poter venire, allora era tutto a posto. Lei mi ha ringraziata perché, dice, non mi sono spaventata, a me è sembrato che non ci fosse nulla di cui spaventarsi.
Al termine del nostro incontro, durante il quale abbiamo a lungo parlato dell’inclusività, della percezione della diversità e degli stereotipi, del fatto che alle persone disabili si propongono esclusivamente visite ai santuari, come se perdessero ogni altro interesse che non giri attorno alla problematica con cui vengono totalmente identificati. Ci siamo salutate prendendo appuntamento per una prossima visita. Allora mi sono preoccupata, perché non so se nel prossimo museo ci saranno gli ascensori e le pedane adatte, devo andare assolutamente a verificare. L’idea che non possa vedere le opere solo perché è in carrozzina mi offende e ferisce, come se fossi io stessa a essere limitata nei miei interessi dall’abilismo.
L’abilismo è un tipo di discriminazione di cui a pochi importa, perché tutti pensiamo che a noi non possa accadere di diventare disabili (se non lo siamo nati). Invece ci si ammala e poche volte si muore subito, di solito si passano molti anni perdendo la propria identità, la possibilità di crescere intellettualmente e di stringere relazioni che non siano di “assistenza”.
Da alcuni giorni porto dentro di me la parola utopia.
utopìa s. f. [dal nome fittizio di un paese ideale, coniato da Tommaso Moro nel suo famoso libro Libellus … de optimo reipublicae statu deque nova Insula Utopia (1516), con le voci greche οὐ «non» e τόπος «luogo»; quindi «luogo che non esiste»]. – 1. Formulazione di un assetto politico, sociale, religioso che non trova riscontro nella realtà ma che viene proposto come ideale e come modello; il termine è talvolta assunto con valore fortemente limitativo (modello non realizzabile, astratto), altre volte invece se ne sottolinea la forza critica verso situazioni esistenti e la positiva capacità di orientare forme di rinnovamento sociale (in questo senso utopia è stata contrapposta a ideologia). 2. estens. Ideale, speranza, progetto, aspirazione che non può avere attuazione: la perfetta uguaglianza fra gli uomini è un’u.; la pace universale è sempre stata considerata un’u.; queste sono utopie!
Questa la definizione che ne dà Treccani on line. Un luogo che non esiste, proposto come ideale e modello, astratto ma capace di orientare, con la sua critica positiva, il rinnovamento sociale. Una speranza che, dice Treccani, non può avere attuazione. Nel sentire comune utopia viene utilizzato più spesso proprio con quest’ultimo significato negativo, piuttosto che con tutti i precedenti positivi. Ma un mondo senza spinta utopica è un mondo già morto.
L’utopia è un luogo che vive nella nostra mente e ci orienta nelle azioni quotidiane, mette in luce i punti critici della realtà e consente di rinnovarla.
Nell’anno nuovo che arriva, che arriva per calendario, e coprirà metà del mio trenatanovesimo anno natale e metà del quarantesimo, l’utopia sarà ancor più del passato la mia guida nel presente. Ogni volta che avrò un dubbio o un tentennamento, guarderò alla mia utopia per decidere cosa fare.
Prendo in prestito le parole di Alanis Morissette, che suonano perfette, e rendo la sua Utopia colonna sonora del 2017.
We’d gather around, all in a room, fasten our belts, engage in dialogue.
We’d all slow down, rest without guilt, not lie without fear, disagree sans judgement.
We would stay and respond and expand and include and allow and forgive
and enjoy and evolve and discern and inquire and accept and admit and divulge
and open and reach out and speak up.
This is utopia, this is my utopia.
This is my ideal, my end in sight.
Utopia, this is my utopia.
This is my nirvana,
my ultimate.
We’d open our arms, we’d all jump in, we’d all coast down into safety nets.
We would share and listen and support and welcome, be propelled
by passion, not invest in outcomes. We would breathe and be charmed
and amused by difference, be gentle and make room for every emotion.
This is utopia, this is my utopia.
This is my ideal, my end in sight.
Utopia, this is my utopia.
This is my nirvana,
my ultimate.
We’d provide forums, we’d all speak out, we’d all be heard, we’d all feel seen.
We’d rise post-obstacle more defined, more grateful. We would heal,
be humbled and be unstoppable. We’d hold close and let go and
know when to do which. We’d release and disarm and stand up and feel safe.
This is utopia, this is my utopia.
This is my ideal, my end in sight.
Utopia, this is my utopia.
This is my nirvana,
my ultimate.
Nel 2016 ho iniziato una ventina di libri, ne ho finiti solo tre.
Nel 2016 ho smesso di guardare film e telefilm che mi appassionavano perché “non ho tempo”, poi il tempo l’ho lasciato andare via senza fare nulla.
Nel 2016 ho ceduto a dei ricatti e non ho ascoltato abbastanza me stessa, ma ho smesso di rispondere a ogni chiamata di soccorso.
Nel 2016 ci ho riprovato e non so se ho fatto bene.
Nel 2016 ho smesso di leggere, scrivere e parlare spagnolo, da un giorno all’altro, non so perché, mi stupisce non sentirne la mancanza. Nel 2016 ho mangiato molto male e fatto poco esercizio fisico.
Nel 2016 credevo che avrei riempito molti album da disegno, blocchi per schizzi e quaderni di appunti, non è stato così.
Nel 2016 mi sono lasciata guidare dando fiducia, dopo due anni, a chi non credevo potesse aiutarmi, e ho fatto bene.
Nel 2016 ho ricominciato a stare in mezzo alle persone, senza scappare dai conflitti.
Nel 2016 ho viaggiato di più, ma sempre meno di quanto avrei voluto.
Nel 2016 sono stata accolta con calore e affetto (anche nel 2015) e un giorno riuscirò a restituire questo calore e questo affetto.
Nel 2016 ho speso tutti i miei soldi, a volte male a volte bene.
Nel 2016 i lutti sono stati troppi.
Nel 2016 le partenze sono state ancora tante, la gioia di vedere gli amici realizzare i loro sogni è enorme, come la solitudine che sento.
Nel 2016 ho lavorato troppo fuori orario senza essere ricompensata quanto meritavo, ma ho anche lavorato male per chi avrebbe dovuto ricevere di più da me, perché mi ha dato fiducia ancora e ancora.
Ho iniziato a praticare il metodo Pilates per caso perché, dopo anni di inattività, l’aerobica – che pure ho praticato per 16 anni – era un allenamento a impatto eccessivo, fisicamente ed emotivamente. Intendo dire che eseguire i passi dell’aerobica, che secondo me oggi ha preso derive schizofreniche, coordinandomi con le altre partecipanti alla lezione è fuori dal mio ritmo fisico e mentale. Per non parlare della musica che si usa nell’aerobica, la odio e mi provoca un diffuso senso di malessere.
L’unico corso di yoga a un costo abbordabile per me si teneva a 20/30 minuti da casa, poiché l’inverno è composto di giorni prevalentemente bui e piovosi, poiché bisogna essere coscienti del proprio carattere, a stento sarei andata alla prima lezione, ho evitato di buttare i soldi in quella direzione.
Quindi sono tornata nella palestra che frequento in modo discontinuo da 30 anni, a dieci minuti da casa. Visita medica completa, iscrizione, retta.
Un mese e mezzo di Pilates mi ha dato dei benefici inaspettati. Via il mal di schiena, via il dolore alla sciatica, via la sensazione di intorpidimento alle gambe e ginocchia più agili.
Grazie signor Pilates.
Un beneficio di non secondo piano è stato quello della concentrazione. Volevo focalizzare la mente sulla realtà, essere completamente presente a me stessa, il Pilates richiede concentrazione. E mentre ti concentri ed esegui fluidamente i movimenti, che io leggo come un mix di yoga e danza, sudi quel tanto che basta a farti sentire soddisfatta del lavoro fisico e mentale svolto in quei 50 minuti.
Volevo amare me stessa e migliorarmi, il Pilates mi aiutava a farlo.
A novembre sono arrivati i giorni corti, le piogge torrenziali, il freddo e io ho smesso di andare in palestra, come da copione.
Invece di forzarmi, nel momento della messa alla prova mi sono ripiegata su me stessa, dopo il lavoro ho ricominciato a vagare con la mente e a dormire invece di uscire.
“Sono fatta così” non è una buona scusa, io però sono fatta proprio così, d’inverno muoio.
Primavera, ancora pioggia ma almeno c’è la luce.
Sono tornata in palestra, due settimane e di nuovo il mio corpo ha beneficiato di quei 50 minuti di esercizio lento e focalizzato.
Adesso che siamo a metà giugno restano solo altre cinque lezioni. Purtroppo le palestre non seguono il mio ritmo biologico, mentre gli istruttori vanno in vacanza io vorrei aumentare il numero delle lezioni, raddoppiarne la durata. Il dramma, per così dire, è che non ho uno spazio adatto a praticare Pilates per conto mio, c’ho provato a farlo in casa, ma ho bisogno del rito: preparare la borsa, uscire, fare quel preciso percorso a piedi, cambiarmi, sistemare il tappetino e seguire la classe.
Anche se non sono mai pienamente a mio agio con le altre persone, queste mi servono per essere costante, mi ancorano alla realtà.
La scorsa settimana sono stata a un incontro sulla “scrittura emotiva”. Non sapevo cosa aspettarmi, chi sarebbero stati gli altri partecipanti o cosa avrei dovuto fare, ma ci sono andata perché “scrittura” ed “emotiva” sono due parole che ho sempre associato a me stessa. Anche se ormai da alcuni anni scrivo solo per lavoro, scrivo per pubblicizzare prodotti che spesso non comprerei e ritengo o inutili o troppo costosi. Scrivo arricchendo i testi di aggettivi luccicanti come specchietti al sole caldo di un desiderio che dev’essere solo stimolato un po’ per accendersi.
Ho scritto alcuni blog, da sola e in collaborazione con altre persone, più prolifiche di me. A volte la prolificità degli altri mi ha bloccata, ero ammirata dalla loro capacità di organizzare i pensieri puntualmente ogni giorno in un testo lungo. Disciplina o urgenza e amore.
Facebook ha modificato il nostro modo di interagire e leggere in internet. Nessun altro social network ha cambiato tanto radicalmente la nostra scrittura e lettura, nemmeno i pochi caratteri di Twitter, i quali rimandavano comunque ad articoli ben più lunghi, che animavano ancora i blog. La pratica di leggere solo i titoli dei giornali è diventata prassi anche per chi potrebbe approfondire, ma preferisce scorrere la home in cerca di un nuovo feed.
No che non penso alla fine della parola scritta, no, cambia il mezzo, cambia il modo in cui organizziamo le parole, ma le parole non possono finire, almeno fino a quando saremo qui. Finirà Facebook, anche se cerca di concentrare in sé stesso tutta l’esperienza che le persone possono fare del web. Un nuovo modo di comunicare in rete, dopo i vlog e gli status, arriverà.
Rubo tempo al lavoro per tornare a scrivere qui dopo mesi di silenzio. Dalla scorsa estate ho messo nelle mani di Instagram gran parte delle cose che avrei voluto dire, in forma di immagine. Adesso sento il bisogno di tornare a scrivere, non so quanto sia profondo, forse è la bella giornata, forse il buon libro che ho letto recentemente, oppure quell’incontro di scrittura emotiva, che mi spingono a cercare qualcosa in più. So che sento questa spinta e mi sembra giusto tenerne traccia qui, nel mio angolo di web.
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