Il conseguimento del Master in Medical Humanities, più difficile di quello in Formazione autobiografica, mi ha dato gioia. Le materie scientifiche prevedevano una conoscenza di base di biologia ma la parte narrativa era preponderante. Mi sento esperta in scienze umane applicate alsero Ettore socio sanitario ed educativo? Mah, di certo so di cosa si tratta, di certo ho capito più o meno come funziona, ma l’esperienza insegna molto di più dello studio teorico. Accanto a me compagne di corso con cui ho potuto avere solo relazioni virtuali, anche questo master è figlio della pandemia.
Medical Humanities Esperto in scienze umane applicate alla cura nel settore socio-sanitario ed educativo. La Medicina Narrativa.
Da alcuni giorni porto dentro di me la parola utopia.
utopìa s. f. [dal nome fittizio di un paese ideale, coniato da Tommaso Moro nel suo famoso libro Libellus … de optimo reipublicae statu deque nova Insula Utopia (1516), con le voci greche οὐ «non» e τόπος «luogo»; quindi «luogo che non esiste»]. – 1. Formulazione di un assetto politico, sociale, religioso che non trova riscontro nella realtà ma che viene proposto come ideale e come modello; il termine è talvolta assunto con valore fortemente limitativo (modello non realizzabile, astratto), altre volte invece se ne sottolinea la forza critica verso situazioni esistenti e la positiva capacità di orientare forme di rinnovamento sociale (in questo senso utopia è stata contrapposta a ideologia). 2. estens. Ideale, speranza, progetto, aspirazione che non può avere attuazione: la perfetta uguaglianza fra gli uomini è un’u.; la pace universale è sempre stata considerata un’u.; queste sono utopie!
Questa la definizione che ne dà Treccani on line. Un luogo che non esiste, proposto come ideale e modello, astratto ma capace di orientare, con la sua critica positiva, il rinnovamento sociale. Una speranza che, dice Treccani, non può avere attuazione. Nel sentire comune utopia viene utilizzato più spesso proprio con quest’ultimo significato negativo, piuttosto che con tutti i precedenti positivi. Ma un mondo senza spinta utopica è un mondo già morto.
L’utopia è un luogo che vive nella nostra mente e ci orienta nelle azioni quotidiane, mette in luce i punti critici della realtà e consente di rinnovarla.
Nell’anno nuovo che arriva, che arriva per calendario, e coprirà metà del mio trenatanovesimo anno natale e metà del quarantesimo, l’utopia sarà ancor più del passato la mia guida nel presente. Ogni volta che avrò un dubbio o un tentennamento, guarderò alla mia utopia per decidere cosa fare.
Prendo in prestito le parole di Alanis Morissette, che suonano perfette, e rendo la sua Utopia colonna sonora del 2017.
We’d gather around, all in a room, fasten our belts, engage in dialogue.
We’d all slow down, rest without guilt, not lie without fear, disagree sans judgement.
We would stay and respond and expand and include and allow and forgive
and enjoy and evolve and discern and inquire and accept and admit and divulge
and open and reach out and speak up.
This is utopia, this is my utopia.
This is my ideal, my end in sight.
Utopia, this is my utopia.
This is my nirvana,
my ultimate.
We’d open our arms, we’d all jump in, we’d all coast down into safety nets.
We would share and listen and support and welcome, be propelled
by passion, not invest in outcomes. We would breathe and be charmed
and amused by difference, be gentle and make room for every emotion.
This is utopia, this is my utopia.
This is my ideal, my end in sight.
Utopia, this is my utopia.
This is my nirvana,
my ultimate.
We’d provide forums, we’d all speak out, we’d all be heard, we’d all feel seen.
We’d rise post-obstacle more defined, more grateful. We would heal,
be humbled and be unstoppable. We’d hold close and let go and
know when to do which. We’d release and disarm and stand up and feel safe.
This is utopia, this is my utopia.
This is my ideal, my end in sight.
Utopia, this is my utopia.
This is my nirvana,
my ultimate.
Nel 2016 ho iniziato una ventina di libri, ne ho finiti solo tre.
Nel 2016 ho smesso di guardare film e telefilm che mi appassionavano perché “non ho tempo”, poi il tempo l’ho lasciato andare via senza fare nulla.
Nel 2016 ho ceduto a dei ricatti e non ho ascoltato abbastanza me stessa, ma ho smesso di rispondere a ogni chiamata di soccorso.
Nel 2016 ci ho riprovato e non so se ho fatto bene.
Nel 2016 ho smesso di leggere, scrivere e parlare spagnolo, da un giorno all’altro, non so perché, mi stupisce non sentirne la mancanza. Nel 2016 ho mangiato molto male e fatto poco esercizio fisico.
Nel 2016 credevo che avrei riempito molti album da disegno, blocchi per schizzi e quaderni di appunti, non è stato così.
Nel 2016 mi sono lasciata guidare dando fiducia, dopo due anni, a chi non credevo potesse aiutarmi, e ho fatto bene.
Nel 2016 ho ricominciato a stare in mezzo alle persone, senza scappare dai conflitti.
Nel 2016 ho viaggiato di più, ma sempre meno di quanto avrei voluto.
Nel 2016 sono stata accolta con calore e affetto (anche nel 2015) e un giorno riuscirò a restituire questo calore e questo affetto.
Nel 2016 ho speso tutti i miei soldi, a volte male a volte bene.
Nel 2016 i lutti sono stati troppi.
Nel 2016 le partenze sono state ancora tante, la gioia di vedere gli amici realizzare i loro sogni è enorme, come la solitudine che sento.
Nel 2016 ho lavorato troppo fuori orario senza essere ricompensata quanto meritavo, ma ho anche lavorato male per chi avrebbe dovuto ricevere di più da me, perché mi ha dato fiducia ancora e ancora.
Di ritorno da Berlino non ho avuto molto tempo per riflettere su ciò che ho vissuto, perché il giorno dopo ho preso un altro aereo e sono partita per Vienna.
Da alcuni giorni sono tornata da Londra e mi sento come quella tizia della pubblicità, quella che sta nella vasca da bagno e piange perché vorrebbe tornare sulla nave da crociera. La nave da crociera sulla quale vorrei tornare però è un’immensa città, abitata da milioni di strabilianti alieni provenienti da ogni parte dell’universo.
Partiamo dall’inizio. Durante l’inverno volevo acquistare i biglietti per lo spettacolo Wonder.land messo in scena al National Theatre, con musiche di Damon Albarn. Non c’è stato verso di comprare questi benedetti biglietti dall’Italia, né sul sito del teatro né su altri siti. Mi sono arrabbiata e ho maledetto gli Angli, i Sassoni e gli Juti, questi ultimi per completamento. Ho deciso che sarei andata lo stesso a Londra, primo perché ormai era il momento di visitarla, secondo per quello stato d’animo o sentimento che in lingua napoletana si dice currívo (siamo partite col piede giusto cara Londra). Terzo motivo, avevo voglia di vedere due amici che ormai vivono nel Regno Unito e non fanno altro che invitarmi ad andare.
Sono partita un po’ risentita, sono tornata sorpresa del senso di appartenenza e gioia che ho provato camminando per strada, salendo e scendendo dagli autobus e dalle metro. Come andare a un appuntamento con qualcuno che all’inizio ti irrita, ma poi ti prendi una cotta pazzesca. Tutto questo parlare di Londra come di una città feroce e disumana mi si è palesato solo negli orari di punta della metro. La falsa cortesia con la quale le persone ti passano addosso pronunciando a denti stretti sorrysorry sorry sorry,come un disco rotto, è più buffa che snervante. Certo ci sono stata pochi giorni e come si dice sempre per ogni luogo viverci è un altro paio di maniche. Accantonando per un attimo la snobberia di certe ragazzine bionde e l’efficienza ottusa di alcuni esecutori, ho provato tenerezza per tutti quegli umani che si incastrano nei vagoni. La maggior parte delle persone è stata gentile quando ho chiesto un’indicazione, quasi ogni cosa ha funzionato alla perfezione e io mi sono sentita meglio qui che in contesti molto più vicini alla mia “cultura di origine” (oh quanto si potrebbe dire!).
Certo, turista ma, vivendo per alcuni giorni a casa dei miei amici, girando per le loro strade mi sono sentita anche io una specie di “abitante a tempo”, felice di essere lì.
Felice dei parchi, felice dei musei, anche se sono riuscita a visitarne solo uno, felice della puntualità, felice di non essere bersaglio di molestie da strada, felice della varietà umana e della, forse apparente, capacità di accogliere gli altri.
No che non mi piace il capitalismo sfrenato della cultura anglosassone, mi fa schifo che il rovescio della medaglia della multiculturalità londinese sia lo sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici. Colonialismo, una sola parola basta. E va be’, no che non mi piace quel tempo buio, freddo e piovigginoso, ho dovuto comprare una sciarpa, in una giornata di sole, chi legge immagini come sono le giornate senza sole a maggio. Di calde ci sono solo le mie impressioni. Colonialismo, una sola parola basta. E va be’, no che non mi piace quel tempo buio, freddo e piovigginoso, ho dovuto comprare una sciarpa, in una giornata di sole, chi legge immagini come sono le giornate senza sole a maggio. Di calde ci sono solo le mie impressioni. Per questa prima visita ho privilegiato alcuni luoghi che avevano una forte attrattiva per me, spesso ho girato in compagnia dei miei amici, che non ringrazierò mai abbastanza per il tempo e la dolcezza che mi hanno regalato.
La cultura pop britannica è stata, specialmente negli anni Novanta, per ciò che posso ricordare in prima persona, estremamente aggressiva, in concorrenza con quella americana. I miei/nostri riferimenti culturali sono pieni di cultura britannica da Dickens, Brontë, Austen, Carroll, Shakespeare alla Cool Britannia, fino a Doctor Who. Per non parlare della musica. Chi conosce Londra da sempre, chi già c’è stato in vacanza, tutte e tutti gli italiani che vivono lì, leggendo questo post lo troveranno ingenuo, ne sono certa.
In un episodio il Dottore si trova con Rose in un universo identico e contrario al nostro, tutto è simile e nel contempo diverso, Londra è una città diversa e vicina, tutta la diversità è eccitante e tutta la vicinanza è confortante.
Una sera andiamo all’Archeobar, un caffè letterario a via Mezzocannone, zona universitaria, ovviamente. Il barman è da solo e così ci portiamo su da sole l’aperitivo e il cibo. Tre ore quasi a chiacchierare, rilassate come se fossimo a casa nostra. Poi la notte si popola e c’è musica o libri o mostre.
Si sta bene all’Archeobar.
Non ho segnato il nome dell’artista, qualcun* nei commenti me lo scriverà?
Da meno di 24 ore sono rientrata in Italia dalla Spagna. E’ il mio terzo viaggio nella Penisola Iberica, questa volta sono stata a Madrid, ospite da un’amica splendida che mi ha permesso di conoscere la città da “abitante” più che da turista. Ho pubblicato alcune foto in un account Instagram creato per l’occasione, che comunque continuerò a usare. La url è questa https://instagram.com/lillarainbow. A caldo posso dire solo che Madrid è una capitale moderna con l’anima di un grande paese, ossia i servizi funzionano benissimo, le occasioni non mancano e le feste sono come nei paesi di provincia, dove la tradizione non ha per niente perduto il suo smalto.
E così sabato e domenica sono stata al piccolo laboratorio di incisione e stampa di Elsillus, presso la Libreria Iocisto, dove ho disegnato, intagliato, spalmato colore, stampato e incollato. Soprattutto, mi sono divertita e non è poco.
Prima di tutto, chi è Elsillus? Elsillus è un’artista dotata di grande pazienza, la trovate nel suo sito, illustratrice, espertissima di incisione e stampa. Cercatela anche su facebook.
La libreria Iocisto è ormai famosa per essere #lalibreriaditutti, nata per iniziativa popolare, quando tutte le altre librerie chiudevano, per amore dei libri.
Con il linoleum avevo un conto in sospeso da diversi anni, per questo motivo quando ho saputo del laboratorio mi sono fiondata.
Nell’immagine qui sopra ammirate le sgorbie, strumenti per l’incisione, se non state attenti vi tranciate la mano, attenti!
L’obiettivo era di realizzare dei ventaglietti, quindi abbiamo disegnato su carta e ricalcato sulle matrici che, poi, abbiamo intagliato.
Due matrici per una stampa a due colori!
Il colore utilizzato per la stampa si chiama “inchiostro calcografico”.
Il colore si stende con le spatoline su di una superficie liscia e non porosa, come il vetro, il plexiglas o il marmo, poi si passa il rulletto.
Il rulletto si passa sulla matrice.
Questa è la tecnica a cucchiaio, è semplice si mette un foglio di carta velina, dalla parte porosa, sulla matrice preparata, e si passa il cucchiaio facendo pressione.
Questa è la mia Melusina con la stampa a cucchiaio su carta velina.
Nella foto qui sopra, invece, c’è il tirabozze, un tipo di torchio calcografico che rende la stampa più precisa.
Queste sono le mie stampe su carta di riso, poi incollata su cartoncino. Avrei dovuto incollare le bacchette per realizzare i ventaglietti, ma sarebbero finite proprio nel punto in cui si dividono le due code, e non mi piaceva. Le imperfezioni di questa stampa fanno parte del gioco!
The temporary nature of urban art as a stimulus to the creation
Ho fatto in tempo a vedere e fotografare l’opera “La pietà di Pasolini” di Ernest Pignon. Comparsa nel fine settimana scorso sul recinto di Santa Chiara, a via Benedetto Croce (Napoli), è già stata “vandalizzata”. Vandalizzata è un termine interessante, appropriato, lo usano gli articoli che riportano la notizia e le persone che la commentano, segno che l’opera era già stata adottata dalla città, più di tante opere d’arte urbana, anch’esse altrettanto “vandalizzate”. Gli strappi sono sul viso e sul petto del Pasolini morto.
Lo scorso sabato mattina c’era la fila per farsi una foto accanto all’opera. Appena l’ho vista ho pensato subito che avrebbe avuto vita breve, non tanto per cinismo, ma perché quella è una via trafficata a ogni ora, tra turisti, abitanti e ragazzini. Mi domando quanto di politico ci sia in quegli strappi e quanto di casuale. Certo, di fronte a un’opera d’arte ci auspichiamo che la bellezza vinca il degrado, vorremmo che le cose belle si conservassero immutate e immutabili, rispettate. Per tornare a goderne, perché valutiamo che esse ci arricchiscono. Ma l’arte urbana nasce per essere effimera, poiché la sua finalità è quella “parlare” e interagire con l’ambiente circostante.
The work of Ernest Pignon “The Mercy of Pasolini” was vandalized. But urban art is ephemeral and we must put aside the idea of the art object as a fetish. We need to focus on the creative process.
Nel piccolo manuale di guerrilla art “Risveglia la città” di Keri Smith, titolo originale The Guerilla Art Kit, c’è un paragrafetto sull’accettazione della temporaneità dell’arte urbana. Non è facile da accettare per una società abituata a conservare nei musei anche le pietre più piccole, giustamente. Ma l’arte può essere temporanea (come nelle performance a esempio) come è temporanea la vita. Il valore si trova, per entrambe, nel processo creativo e non nella permanenza. Cito da pagina 17:
Che senso ha un’opera che nasce temporanea? (…) Un lavoro che non rimane per sempre ci ricorda che niente nella vita è permanente, che ogni condizione è temporanea e transitoria. Prendere in considerazione questo concetto ci insegna ad accogliere il cambiamento nella nostra vita, invece di rifiutarlo. Quando si nota un’opera che c’è un giorno ma il giorno dopo non c’è più, si crea una certa forma di energia/entusiasmo dentro una comunità.
Questo permette agli osservatori di prendere parte all’esperienza come un investigatore che vuole scoprire un mistero.
creare un lavoro effimero aiuta a liberarci dall’attaccamento al prodotto finale e ci spinge a prestare ancora più attenzione al processo.
La temporaneità dell’arte urbana è uno stimolo alla creazione non un limite, questo è il punto. Per elaborare il dispiacere che si prova di fronte agli strappi sul lavoro di Ernest Pignon, forse, dobbiamo confrontarci con la nostra tendenza a idolatrare i prodotti finiti invece di vivere l’esperienza della creazione.
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