Categoria: Letture

Sula – Toni Morrison | Incipit e pag. 37-38

Sula – Toni Morrison | Incipit e pag. 37-38

Oggi inizio a leggere Sula di Toni Morrison.
E’ la prima volta che leggo qualcosa di questa autrice premio nobel per la letteratura nel 1993. Volevo acquistare Beloved ma, assieme alla libraia che li ha cercati con me sia fisicamente che nel computer, ho scoperto che i libri di Toni Morrison non sono stati ripubblicati negli ultimi anni. Nel libro edito da Frassinelli, in lingua italiana, si riporta il 1975 come data della prima pubblicazione in lingua inglese, mentre su wikipedia in inglese c’è il 1973.

Toni Morrison in un’immagine che ho trovato navigando in Google.

La pagina wikiquote italiana contiene qualche notizia interessante sul suo rapporto con l’Italia, ma anche sulla percezione della letteratura afro-americana rispetto a quella bianca:

“Se io scrivo di afro-americani, i critici mi definiscono black writer, se John Cheever scrive di bianchi del New England, la discussione s’impronta sulla complessità del racconto. Spero che un giorno la letteratura non sarà più divisa tra nera e bianca. Perché sono abbastanza stufa di essere considerata una sociologa invece di una letterata.”

Esattamente come viene percepita la letteratura scritta da donne rispetto a quella scritta da uomini.

Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20

 

Dal libro:

E’ una fortuna enorme sentire
la mancanza di qualcuno
molto prima che ci lasci.
Questo libro è per Ford e Slade, che mi
mancano anche se non mi hanno lasciato.

Nessuno conosceva la rosa del mio
mondo tranne me… Ho avuto troppa
gloria. Non si può volere tanta gloria
nel cuore di qualcuno.

In quel posto, là dove hanno sradicato gli arbusti di solano e i cespugli di more per costruire il campo da golf di Medallion, un tempo c’era un piccolo agglomerato di case. Si ergeva sulle colline intorno alla città di Medallion, adagiata nella valle, e si stendeva fino al fiume. Ora li chiamano i sobborghi, ma quando ci viveva la gente di colore lo chiamavano il Fondo. Una strada, ombreggiata da faggi, querce, aceri e castagni, lo collegava alla valle. Ora i faggi non ci sono più, e così pure i peri dove i bambini sedevano tra i rami fioriti a dare la baia ai passanti. Sono state stanziate somme ingenti per abbattere gli spogli edifici sbiaditi ammassati lungo la strada da Medallion al campo da golf. Hanno intenzione di radere al suolo la Time and Half Pool Hall, la sala da biliardo, dove una volta i piedi che poggiavano sulle traverse delle sedie erano calzati di lunghe scarpe marrone chiaro. Un maglio d’acciaio ridurrà in polvere l’Irene’s Palace of Cosmetology, dove le donne posavano il capo sul lavatesta e pisolavano mentre Irene frizionava loro i capelli con qualche goccia di Nu Nile. Con l’aiuto di una leva gli uomini in abiti da lavoro color cachi forzeranno le tavole di legno del Reba’s Grill, la cui proprietaria cucinava con il cappello perché senza non riusciva a ricordare gli ingredienti.

pag. 3

Hanna si rifiutò di vivere senza le attenzioni di un uomo, e dopo la morte di Rekus ebbe una sfilza ininterrotta di amanti, per lo più mariti di amiche e vicine. Il suo modo di flirtare era dolce, discreto e schietto. Mai una ravviatina ai capelli, nessuna smania di cambiarsi d’abito, mai una passata di belletto o un qualsivoglia gesto: trasudava sesso da ogni poro. Con addosso sempre la solita vecchia tunica di cotone stampato, a piedi nudi d’estate, d’inverno con un paio di scalcagnate pantofole maschili di pelle, rendeva gli uomini consapevoli del suo sedere, delle caviglie sottili, della pelle fresca di rugiada e del suo collo incredibilmente lungo. E poi gli occhi sorridenti, quel suo modo di girare la testa – tutto così invitante, lieve e giocoso. La sua voce si trascinava, si abbassava e si piegava, dando musicalità alle parole più semplici. Nessuno al mondo sapeva dire “ehi, dolcezza” come Hanna. Quando la sentiva, l’uomo si calava il cappello sugli occhi, si tirava su i pantaloni e pensava all’incavo alla base del collo di Hanna. E mai il minimo malinteso su lavoro e responsabilità. Eva metteva alla prova i suoi uomini, litigava, li faceva sentire come se avessero combattuto contro un avversario degno, seppur gradevole; Hanna non esagerava mai, non avanzava pretese, faceva sentire l’uomo perfetto e meraviglioso così com’era, non c’era bisogno di fronzoli: cos’ lui si rilassava e andava in estasi, avvolto dall’alone luminoso di Hanna che lo illuminava per il solo fatto che lui esisteva. Se per caso, quando l’uomo entrava, Hanna stava portando su dalla cantina un secchio di carbone, lo maneggiava in modo da farlo diventare un gesto d’amore. Lui non muoveva un dito per aiutarla, perché voleva veder apparire le sue cosce quando si chinava per posarlo, ben sapendo che anche lei voleva che le guardasse.

Ma in quella casa affollata non c’erano luoghi per privati e spontanei incontri d’amore; allora, d’estate, Hanna accompagnava l’uomo giù in cantina, dove era fresco, tra i bidoni di carbone e i giornali; d’inverno entravano nella dispensa e rimanevano in piedi, appoggiati agli scaffali colmi di scatolame, o giacevano sui sacchi di farina, sotto le sfilze di peperoncini verdi. Quando questi posti non erano praticabili, scivolava nel salotto, che raramente veniva usato, oppure di sopra, in camera da letto. Quest’ultimo posto però le piaceva di meno, non perché Sula dormisse nella stanza con lei, ma perché il suo compagno d’amore tendeva sempre ad addormentarsi, dopo, e Hanna era piuttosto esigente riguardo alla persona con cui dormire. Avrebbe scopato praticamente con chiunque, ma dormire con qualcuno implicava per lei fiducia e impegno definitivi. Così i suoi amanti furono sempre diurni. Una volta soltanto Sula tornò a casa da scuola e trovò sua madre a letto, accoccolata tra le braccia di un uomo.
Avendo notato che il suo passo, quando usciva dalla dispensa, era agile come quando era entrata ma più felice, Sula imparò che il sesso era un’attività piacevole e frequente, ma per altro verso di poco conto. Fuori di casa, dove i bambini ridacchiavano scioccamente della biancheria intima, il messaggio era diverso. Così esaminava bene il viso di sua madre e degli uomini quando aprivano la porta della dispensa, e poi fece le sue scelte.

____________

Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20

Image: pookaslogic.tumblr.com

Sula – Toni Morrison | Incipit e pag. 37-38

Oggi inizio a leggere Sula di Toni Morrison.
E’ la prima volta che leggo qualcosa di questa autrice premio nobel per la letteratura nel 1993. Volevo acquistare Beloved ma, assieme alla libraia che li ha cercati con me sia fisicamente che nel computer, ho scoperto che i libri di Toni Morrison non sono stati ripubblicati negli ultimi anni. Nel libro edito da Frassinelli, in lingua italiana, si riporta il 1975 come data della prima pubblicazione in lingua inglese, mentre su wikipedia in inglese c’è il 1973.

Toni Morrison in un’immagine che ho trovato navigando in Google.

La pagina wikiquote italiana contiene qualche notizia interessante sul suo rapporto con l’Italia, ma anche sulla percezione della letteratura afro-americana rispetto a quella bianca:

“Se io scrivo di afro-americani, i critici mi definiscono black writer, se John Cheever scrive di bianchi del New England, la discussione s’impronta sulla complessità del racconto. Spero che un giorno la letteratura non sarà più divisa tra nera e bianca. Perché sono abbastanza stufa di essere considerata una sociologa invece di una letterata.”

Esattamente come viene percepita la letteratura scritta da donne rispetto a quella scritta da uomini.

Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20

 

Dal libro:

E’ una fortuna enorme sentire
la mancanza di qualcuno
molto prima che ci lasci.
Questo libro è per Ford e Slade, che mi
mancano anche se non mi hanno lasciato.

Nessuno conosceva la rosa del mio
mondo tranne me… Ho avuto troppa
gloria. Non si può volere tanta gloria
nel cuore di qualcuno.

In quel posto, là dove hanno sradicato gli arbusti di solano e i cespugli di more per costruire il campo da golf di Medallion, un tempo c’era un piccolo agglomerato di case. Si ergeva sulle colline intorno alla città di Medallion, adagiata nella valle, e si stendeva fino al fiume. Ora li chiamano i sobborghi, ma quando ci viveva la gente di colore lo chiamavano il Fondo. Una strada, ombreggiata da faggi, querce, aceri e castagni, lo collegava alla valle. Ora i faggi non ci sono più, e così pure i peri dove i bambini sedevano tra i rami fioriti a dare la baia ai passanti. Sono state stanziate somme ingenti per abbattere gli spogli edifici sbiaditi ammassati lungo la strada da Medallion al campo da golf. Hanno intenzione di radere al suolo la Time and Half Pool Hall, la sala da biliardo, dove una volta i piedi che poggiavano sulle traverse delle sedie erano calzati di lunghe scarpe marrone chiaro. Un maglio d’acciaio ridurrà in polvere l’Irene’s Palace of Cosmetology, dove le donne posavano il capo sul lavatesta e pisolavano mentre Irene frizionava loro i capelli con qualche goccia di Nu Nile. Con l’aiuto di una leva gli uomini in abiti da lavoro color cachi forzeranno le tavole di legno del Reba’s Grill, la cui proprietaria cucinava con il cappello perché senza non riusciva a ricordare gli ingredienti.

pag. 3

Hanna si rifiutò di vivere senza le attenzioni di un uomo, e dopo la morte di Rekus ebbe una sfilza ininterrotta di amanti, per lo più mariti di amiche e vicine. Il suo modo di flirtare era dolce, discreto e schietto. Mai una ravviatina ai capelli, nessuna smania di cambiarsi d’abito, mai una passata di belletto o un qualsivoglia gesto: trasudava sesso da ogni poro. Con addosso sempre la solita vecchia tunica di cotone stampato, a piedi nudi d’estate, d’inverno con un paio di scalcagnate pantofole maschili di pelle, rendeva gli uomini consapevoli del suo sedere, delle caviglie sottili, della pelle fresca di rugiada e del suo collo incredibilmente lungo. E poi gli occhi sorridenti, quel suo modo di girare la testa – tutto così invitante, lieve e giocoso. La sua voce si trascinava, si abbassava e si piegava, dando musicalità alle parole più semplici. Nessuno al mondo sapeva dire “ehi, dolcezza” come Hanna. Quando la sentiva, l’uomo si calava il cappello sugli occhi, si tirava su i pantaloni e pensava all’incavo alla base del collo di Hanna. E mai il minimo malinteso su lavoro e responsabilità. Eva metteva alla prova i suoi uomini, litigava, li faceva sentire come se avessero combattuto contro un avversario degno, seppur gradevole; Hanna non esagerava mai, non avanzava pretese, faceva sentire l’uomo perfetto e meraviglioso così com’era, non c’era bisogno di fronzoli: cos’ lui si rilassava e andava in estasi, avvolto dall’alone luminoso di Hanna che lo illuminava per il solo fatto che lui esisteva. Se per caso, quando l’uomo entrava, Hanna stava portando su dalla cantina un secchio di carbone, lo maneggiava in modo da farlo diventare un gesto d’amore. Lui non muoveva un dito per aiutarla, perché voleva veder apparire le sue cosce quando si chinava per posarlo, ben sapendo che anche lei voleva che le guardasse.

Ma in quella casa affollata non c’erano luoghi per privati e spontanei incontri d’amore; allora, d’estate, Hanna accompagnava l’uomo giù in cantina, dove era fresco, tra i bidoni di carbone e i giornali; d’inverno entravano nella dispensa e rimanevano in piedi, appoggiati agli scaffali colmi di scatolame, o giacevano sui sacchi di farina, sotto le sfilze di peperoncini verdi. Quando questi posti non erano praticabili, scivolava nel salotto, che raramente veniva usato, oppure di sopra, in camera da letto. Quest’ultimo posto però le piaceva di meno, non perché Sula dormisse nella stanza con lei, ma perché il suo compagno d’amore tendeva sempre ad addormentarsi, dopo, e Hanna era piuttosto esigente riguardo alla persona con cui dormire. Avrebbe scopato praticamente con chiunque, ma dormire con qualcuno implicava per lei fiducia e impegno definitivi. Così i suoi amanti furono sempre diurni. Una volta soltanto Sula tornò a casa da scuola e trovò sua madre a letto, accoccolata tra le braccia di un uomo.
Avendo notato che il suo passo, quando usciva dalla dispensa, era agile come quando era entrata ma più felice, Sula imparò che il sesso era un’attività piacevole e frequente, ma per altro verso di poco conto. Fuori di casa, dove i bambini ridacchiavano scioccamente della biancheria intima, il messaggio era diverso. Così esaminava bene il viso di sua madre e degli uomini quando aprivano la porta della dispensa, e poi fece le sue scelte.

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Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20

Image: pookaslogic.tumblr.com

Su verità e menzogna fuori dal senso morale

Ho appena finito di leggere Su verità e menzogna fuori dal senso morale di F. Nietzsche, questi che seguono sono i miei appunti.

La questione della verità costituisce un tema centrale nella riflessione filosofica di Nietzsche, infatti egli si è imposto di dire sempre la verità1 senza mai tirarsi indietro di fronte a nessun ostacolo nonostante abbia scritto : “ …in alcune situazioni è una nobile arte saper tacere, la parola è pericolosa”.
Nietzsche affronta la questione in maniera esplicita già a partire dallo scritto “Su verità e menzogna fuori dal senso morale” del 1873 che segna una tappa fondamentale della sua ricerca, dove la filologia passa attraverso “ una porta girevole, per entrare nella stanza della filosofia”.
Sempre più filosofo si sente Nietzsche che raccoglie le sue fruttuose riflessioni sotto il titolo di “Cinque prefazioni per cinque libri non scritti e da non scrivere” inconsueta raccolta di premesse mai concretizzate in testi, i cui argomenti sono : il pathos della verità, lo stato greco, l‘avvenire delle scuole, l’agone e il rapporto della filosofia di Schopenhauer con la cultura tedesca.
Lo scritto “Su verità e menzogna” elabora la prima delle “Cinque prefazioni” ma non è un testo vero e proprio, ne una raccolta di frammenti o appunti di memoria, è un dettato di Nietzsche a Gersdorf del quale scoprì l’amicizia vera (l’ospitalità) quando, da Firenze, ricopiò le sue “Cinque prefazioni” per paura di perdere la copia che possedeva.
In esso Nietzsche getta le basi della successiva elaborazione di nuclei teorici fondamentali del suo pensiero, principalmente del nichilismo che si affaccia all’uomo quando questi assume la consapevolezza che la verità è in attingibile. Nichilista è la condizione dell’ uomo che scopre il mondo ‘vero’ come ‘apparente’ che lo smaschera come illusione.
Il filosofo vuole insegnarci ad accettare la vita così come è, farci scoprire valori veri che sono quelli dionisiaci: fierezza, gioia, forza, volontà di potenza. Inoltre disintegra il concetto di verità oggettiva dimostrando l’impossibilità di ogni comunicabilità tra la realtà e il linguaggio.
Sarebbe necessario che la parola parlasse direttamente, ma ciò è impossibile!
Infondo cos’è una parola? “la raffigurazione in suono di uno stimolo nervoso” è metafora, ci porta da una parte all’ altra, ci disloca (verstellen) e non ha niente in comune con l’essenza originaria delle cose: la verità.
“Che cos’è la verità? Un esercito in movimento di metafore, una somma di relazioni umane che per essere state usate a lungo appaiono salde, canoniche e vincolanti: le verità sono illusioni, di cui si è dimenticato che sono tali; metafore senza valore”.
Rappresentando la verità in questo modo Nietzsche ne evidenzia il carattere derivato, arbitrario e sostanzialmente falso. Infatti le cose e le loro designazioni non coincidono affatto.
“Noi crediamo di sapere qualcosa delle cose stesse (…) e tuttavia non possediamo nient’altro che metafore delle cose”, solo dimenticando questa sua attività metaforica, creatrice, l’uomo può arrivare a credere di possedere la verità come espressione della realtà che, si presenta in fine come una “enigmatica x” trasposta arbitrariamente.
Bisogna sottolineare che è proprio da questa “enigmatica x” che parte quella attività artistica che è la formazione delle metafore, fondamento della coesistenza di individui che non temono tanto l’inganno, ma solo le sue conseguenze negative.
L’uomo credendo d’essere al centro di un universo tutto concentrato su di lui, fonda i suoi concetti su un intelletto che “dispiega le sue forze maggiori nella finzione” esso è uno strumento di sostegno, “conservazione dell’individuo” e la conoscenza è l’esplicazione delle sue capacità.
L’intelletto funziona per definizioni e si da parziale nell’universo, l’uomo riesce a superare l’intenzione soggettiva perché ciò che lo caratterizza è la capacità di oltrepassare lo stato delle impressioni individuali risolvendolo in un ordine gerarchico di concetti astratti.
L’uomo crea il concetto. Ogni parola diviene concetto, ogni concetto nasce dal rendere uguale il non uguale, dall’elusione dell’individuale e del reale effettivo. La natura non conosce forme, concetti, generi, quindi esso può essere tradotto come una riduzione di particolarità.
Scienza e linguaggio lavorano alla creazione dei concetti mettendo ordine nel mondo empirico cioè antropocentrico, dando vita ad un mondo rigidamente regolare che a stento contiene quell’impulso a formare metafore che passa in altre sfere quelle di mito ed arte dove sogno e realtà si mescolano.
L’intelletto padrone dei concetti li distrugge e li ricompone secondo il suo estro , manifestando di non essere più da loro guidato ma da le sole intuizioni.
Uomo razionale e uomo intuitivo , così formatisi, si contendono la vita perché la verità è mettersi in gioco, luogo di conflitto, mette sempre in gioco la vita; però tutto ciò che attenta alla vita non appartiene alla verità.
La verità è ciò che non muore, ciò per cui possiamo morire ma ci fa vivere.
La verità ci sostiene, è ciò di cui ne va di noi stessi, ci coinvolge e ci mette in relazione con noi stessi e con l’ altro. La verità dice: ‘c’è dell’altro’, la prima esperienza che l’ uomo fa dell’altro è se stesso allo specchio, così comincia a dire ‘io’; ma non è un semplice specchio che riflette la propria immagine, bensì riflette il volto dell’altro, rimandandoci al nostro rivoltarci.
L’essere è tale da non potersi sostenere da solo, quindi ha bisogno di una relazione che chiama in causa la capacità di reggere la propria vita, è una questione di sostenibilità, perché solo chi è libero è capace dell’altro .
Il rapporto di alterità si esplica attraverso il dialogo con l’altro da se perché la verità è ciò che fa parlare, vera è la parola, non il dire.
La parola è rivolgimento, cioè ci rivolgiamo a qualcuno anche quando parliamo da soli, ci rivolgiamo a noi stessi. Inoltre è anche un rivoltamento perché il nome è tale da far scoprire il proprio volto. La verità ha a che fare con il volto, il presentarsi, l’essere presente, proprio questo punto è il criterio di verità!
La presenza non è altro che l’amministrazione del nostro tempo, chi vive dona il proprio tempo, il verbo donare qui è a dimostrazione di dare qualcosa che non si ha, quindi essere chiamati alla presenza, non alla certezza che è un semplice fatto a differenza della verità che è in movimento.
Come si può ben notare non c’è una definizione precisa di verità, perché essa è indefinibile in quanto sfugge alle categorie di carattere tecnico dell’ apprendimento: “Si lo so, ma non so dirlo”, perché essa è ciò che si manifesta e si sottrae (a-letia) non è stabile.
Può essere definita come ciò che fa stare bene (come il valore) ed ha un acerrimo nemico: la convenzione. Ma cosa è la convenzione? Si può rispondere a questa domanda dicendo semplicemente che essa è menzogna! Verità e menzogna fuori dal senso morale quindi significa fuori dalla convenzione. La verità non è soggettiva o valida per tutti, essa è singolare che vale per se stessi , è assoluta nella propria singolarità . Ci sono tante verità perché le relazioni sono infinite, essa è un principio moltiplicatore, non esiste il vero ma le cose vere, ne il buono ma le cose buone perché sono tutte in relazione.
Nietzsche dice che il mondo ha sempre bisogno della verità , perché in essa riscontra le linee generali della morale, intesa come volontà di far persistere la perfezione cosmica, di vivere ogni attimo come eterno, che sempre ritorna uguale per andare contro la caducità, la precarietà, la debolezza . Nietzsche traduce questa volontà di volere, ciò che non c’è con l’ eterno ritorno, dove l’essere ritorna eternamente!
In conclusione agli uomini non importa nulla della verità, importa solo la morale, così come a Nietzsche non importa degli uomini ma della sua opera della sua invenzione.
Note:
1) K. Jaspers “Nietzsche introduzione al suo filosofare”.