Categoria: Letture

Preparativi per un viaggio in Svezia

Scritto al ritorno

Perché andare in Svezia?

Determinati luoghi ci affascinano dall’infanzia, altri li scopriamo ascoltando o leggendo i racconti degli altri, qualche volta è una questione di obbligo, altre di passioni collaterali. Nel mio caso tutto inizia casualmente, dal desiderio mai realizzato di avere una cucina gialla e blu, desiderio che coltivavo nell’infanzia, a un certo punto scopro che questi sono i colori della Sverige, così mi interesso di cose svedesi seguendo una suggestione cromatica. Ikea è un altro punto fermo della linea temporale su cui si svolge questa storia. Il negozio di mobili e articoli per la casa a basso costo entra nella mia vita nel Natale di alcuni anni fa, quando mangiare polpettine e vagare tra camere da letto e peluche dai nomi strambi era una questione di coppia. Come scordare Pippi Calzelunghe? Un lungo rimuginare tra suggestioni, racconti, letteratura, cinema e storia sul paese del lagom, dell’uguaglianza, del mito di una sessualità senza sovrastrutture, degli assassini violenti e dei bui, silenziosi, giorni freddi in cui bambine vampiro si nutrono nella neve. Ci si innamora così.

Ognuno ha i propri motivi, motivi generici per visitare la Svezia possono essere:

  • Perché si è appassionati di Vichinghi e mitologia norrena
  • Perché è il paese dei Premi Nobel;
  • Perché vuoi ingozzarti di Kanelbullar;
  • Perché il centro storico di Stoccolma (Gamla Stan) è super caratteristico;
  • Perché in Svezia c’è la parità di genere (qualcuno direbbe “per il mito delle svedesi”, il mito delle svedesi fa i conti con la realtà di donne indipendenti e prive di soggezione verso gli uomini);
  • Perché vuoi mangiare i kanelbullar a Gamla Stan dopo aver visitato il Museo Nobel o quello di storia in compagnia di svedesi alla mano
  • Oppure ti è piaciuto Millennium. Uomini che uccidono le donne e vuoi visitare i posti descritti nei libri, per lo stesso impulso ma dopo aver visto Il posto delle fragole
  • Oppure hai visto la foto di una casetta di legno colorato su un’isolotto verdissimo in mezzo al mare (probabilmente hai visto un posto della Norvegia o della Danimarca, ma ce ne sono di identici in Svezia)
  • Oppure vai a nord per vedere l’aurora boreale (in questo caso andrai tra novembre e marzo e l’esperienza sarà sicuramente diversa dalla mia).

La Svezia è un paese ricco di storia, natura e tradizioni interessanti, i motivi per visitarla vanno ben oltre il mio elenco semiserio, i tuoi motivi li puoi conoscere solo tu e sono sicuramente i migliori che puoi trovare. Motivi per non andare in Svezia? probabilmente ce ne sono tanti, il primo riguarda il costo, ma motivi per non fare una cosa ci sono sempre, a prescindere dalla cosa, invece muoversi richiede volontà ed energia.

L’organizzazione del mio viaggio

La scarsa disponibilità di denaro frena il desiderio di visitare la Svezia per lungo tempo, fino a quando riesco a orchestrare un viaggio di circa quindici giorni con agio ma comunque a “basso costo”. Ecco come. (N. B: avere un lavoro aiuta, per ora non sono riuscita ancora a viaggiare gratis.)

1. Studiare. Studio il paese per decidere l’itinerario e capire cosa offre in termini di musei, escursioni, visite guidate, sconti, carte cittadine, trasporti.

Qui inizia già il divertimento, perché si tratta di leggere e scoprire cose nuove. Grazie ad alcuni blog e gruppi di italiani all’estero che già conoscevo ricevo i primi consigli, un ruolo importante lo gioca il gruppo di viaggiatrici solitarie, grazie! Mi iscrivo alle pagine Facebook dedicate, quelle istituzionali, come Visit SwedenVisit Stockholm, soprattutto navigo approfonditamente il sito dello Stockholm Pass, che la si acquisti o meno è uno strumento importantissimo per conoscere le attrazioni della città, con orari di apertura e costi di entrata. La parte più arricchente la fanno i libri che sono nella foto qui sotto.

I libri che ho letto per prepararmi al viaggio in Svezia.

Il primo che ho comprato è stato Svedesi, se li conosci non li eviti, di Peter Berlin, 71 pagine. Pubblicato da Sonda nel lontano 1994 e ripubblicato nel 2001, fa parte della collana Le guide Xenofobe, in ragione di questo nome si propone come una guida culturale alternativa in cui vengono tracciati i difetti e i pregi del popolo svedese – la finalità è quella di guarire la paura del diverso. Qualche pagina più tardi si è nuotato a pelo d’acqua sui modi di pensare e sulle tradizioni svedesi, cedendo inevitabilmente a qualche stereotipo, ma non mancando spunti interessanti e originali.

Mentre mi facevo un’idea della Svezia mi rendevo anche conto di non desiderare una guida da portare sempre dietro, sapevo che avrei camminato molto, dovevo limitare il peso poiché dovevo portare con me, sicuramente, sempre l’ombrello e una maglia più pesante. Come vestirsi a Stoccolma d’estate è stata la domanda più frequente che ho fatto alle persone e a Google. Così ho comprato per la prima volta una Cartoville, su consiglio di alcune viaggiatrici esperte in “leggerezza”.

Stoccolma, Cartoville, del Touring Club Italiano è comunque una guida, ma ridotta al minimo, lo spazio maggiore è dedicato alle mappe della città, quartiere per quartiere. Il pregio è di essere maneggevole, focalizzata, economica; il limite è di “raccontare” poco. Questo limite è comunque relativo, nella quasi totalità dei casi ogni luogo che visitiamo ha un proprio depliant, guida cartacea da prestare, audioguida, ormai anche delle App scaricabili sullo Smartphone.  Certo, anche le mappe si possono visualizzare sullo Smartphone, ma la connessione internet complessivamente costa più della Cartoville e manca l’oggetto feticcio, il ricordo, in aggiunta potrebbe non esserci campo. La Cartoville mi ha aiutato a farmi un’idea della struttura della città e a realizzare un abbozzo di itinerario, prima di partire, sul posto mi è stata utile per decidere gli spostamenti, poche volte l’ho integrata con Google map, più spesso ho usato la mappa gratuita che fornisce il punto turistico di Centralen. Stoccolma ha una geografia complicata poiché sorge su un gruppetto di isole, orientarsi può essere difficile e le mappe sono semplificazioni, ma sono sempre tornata a dormire nel mio letto.

Se non volevo una guida cosa ci fa in quella foto la Lonely planet Svezia? Non volerla portare con sé non significa non voler approfittare di un’occasione da bancarella. Svezia, della Lonely planet l’ho comprata usata, infatti, per pochi spiccioli senza particolare entusiasmo, perché le Lonely planet non mi danno affidamento, so che per altre persone rappresentano un must, e perché volevo passare a Stoccolma tutto il tempo delle mie vacanze, per conoscerla a fondo, quindi una guida dell’intero paese era un di più. Ovviamente questo acquisto casuale ha scombussolato i miei piani. Nel giro di poco ho cambiato la mia prenotazione, tagliato giorni alla capitale a aggiunto un giro esplorativo del sud. Due mesi e mezzo prima della partenza ho prenotato un albergo, sempre su Booking, a Malmö e ho comprato un biglietto di a/r su sj.se il sito delle ferrovie svedesi. Essendo una guida dell’intera Svezia il racconto è generico ma abbastanza puntuale sui fatti salienti, infatti è stata molto utile per scegliere cosa vedere fuori dalle grandi città e cosa scartare, in quello che ormai ho considerato solo il mio primo viaggio in Scandinavia, al quale spero seguiranno altri.

L’ultimo libro è ovviamente quello a me più caro, Stoccolma. Ritratto di una città di Tony Griffiths edito da Odoya. Dalla terza di copertina apprendiamo che Tony Griffiths è uno storico della Scandinavia e dell’Australia, suo paese natale, questo si percepisce chiaramente durante la lettura, il racconto della città, del suo sviluppo e del suo umore, è costellato di aneddoti e note chiarificatrici. Si legge facilmente, si apprezza immediatamente e ci si torna per ritrovare, tra le parole dell’autore, quelle storie che abbiamo incrociato muovendoci da un angolo all’altro della città.

2. Logistica e trasferimenti. Prenoto un volo a/r Roma Stoccolma, con molti mesi di anticipo – ogni mese dalla decisione di partire alla partenza effettiva uso lo stipendio per acquistare o prenotare qualcosa. – Questo anticipo è dovuto alle mail di offerta che ricevo nella mia casella postale e al fatto che tutti i soldi assieme non li ho. Il volo è con Ryanair. Acquisterò il bagaglio a stiva solo un mese prima della partenza, tanto il costo non cambia. Su Booking, con circa cinque mesi di anticipo, valutando diverse tipologie di alloggio, fermo la prenotazione dell’ostello. Ossia cerco di capire, leggendo on line dai resoconti di viaggio, dove hanno alloggiato altre persone, che tipo di zona è quella in cui si trova l’ostello adatto alle mie possibilità. I prezzi sono molto alti, Stoccolma sembra essere carissima. La prenotazione è gratuita fino a pochi giorni prima della partenza, se disdico entro una certa data non pagherò penali. Per tutto il tempo in cui ho cercato informazioni, via via che prendeva corpo il viaggio, ho prenotato i biglietti del treno, dell’autobus, considerato cosa portare con me e cosa non portare.

La cosa sulla quale ero più indecisa era l’acquisto dello Stockholm pass, in primo luogo per il costo elevato, poi perché avrei comunque dovuto abbinarci la carta dei trasporti con l’abbonamento settimanale e almeno due giorni con biglietti extra, in fine perché questo genere di carta ti vincola a un percorso prestabilito e per sfruttarla non sei libera di fare ciò che ti suggerisce l’estro del momento. Pochissimi giorni prima della partenza il sito ufficiale del pass, al quale mi ero iscritta per ricevere le ultime novità sulla città, mi ha inviato una mail con la possibilità di avere uno sconto, così ho deciso di buttarmi e di comprarlo. Sì a volte farsi riempire la casella postale di mail è utile.

Dunque alla partenza avevo già pagato: l’aereo a/r, il treno a/r per Roma, i biglietti del bus dall’aeroporto al centro di Stoccolma e ritorno, il biglietto a/r del treno interno. Restavano da pagare i pernottamenti, ho cambiato tre sistemazioni, e il cibo.

3. Il cibo. Essere vegetariana tutte le volte in cui non posso essere vegana in Svezia comporta che, prima di partire – grazie internet -, mi preoccupi di fare almeno un giro esplorativo sui siti specifici e no, per capire quale offerta veg ci sia – in realtà studiavo la mappa dei ristoranti anche prima di diventare veg, è una questione di forma mentis che, suppongo, si è resa solo particolarmente utile col tempo. Com’è viaggiare da veg in Svezia? partendo dal presupposto che si tratta di un paese in cui la maggior parte delle cose è più cara rispetto all’equivalente italiano, puoi tranquillamente essere veg e mangiare in tanti ristoranti diversi ogni giorno, ma costa. A basso costo ti devi accontentare. A basso costo ti devi accontentare anche dell’alternativa “verde” nelle grandi catene o al supermercato. A esempio Subway, che sembra sempre sporchissimo e sul quale resta impressa una brutta, brutta, storia, ha l’alternativa veg ed è un’opportunità. Perché l’etica non è una cosa per scemi, ma questo è un mondo maledettamente complesso e dobbiamo saper mediare, scegliere e accontentarci di fare del nostro meglio. A Stoccolma trovi al supermercato i tramezzini o i panini con i pomodori sottolio e la verdura, sono piccoli ma molto saporiti ed economici. Non tutti i giorni si può mangiare il panino, così una volta ti prepari un piatto caldo nella cucina dell’ostello, un’altra vai al ristorante super etico che fa anche corsi di yoga ma non ti svuota il portafogli, per fortuna esistono, sono quelli con il buffet o l’All You Can Eat veg, evviva! Da non sottovalutare mai i ristoranti asiatici, cinesi, giapponesi, indiani, thailandesi, che propongono spesso menu vegetariani. Si tratta di studiare TripAdvisor e i blog in lingua inglese, posizionare un paio di nomi per quartiere e sperare che non vadano in ferie. Altrimenti? Altrimenti una lattina di fagioli o di lenticchie si svuota dell’acqua di conserva nel lavandino, si condisce con olio e un pomodorino e si mangia al parco – va bene è un’immagine da barbone, ma se non vuoi spendere vivi così anche da non veg, ne ho esperienza diretta, e comunque i barboni sono miei amici.

4. Il bagaglio. Come ho detto la preoccupazione riguardo all’abbigliamento era pressante. Ho scelto un paese del nord Europa anche per non soffrire il caldo (insolazioni e svenimenti insegnano), ma il troppo freddo o la pioggia torrenziale limitano parimenti la possibilità di visitare. Ho chiesto a chiunque incrociassi cosa mettere in valigia e ho ricevuto risposte diverse, ovviamente, il più delle volte il solito “vestiti a cipolla”. Ognuno ha il proprio vestiti a cipolla, per alcuni è iper sportivo con tessuti sintetici, per altri elegantissimo e/o lanoso, varie le vie di mezzo con abbinamenti soggettivi. Ho portato con me molte cose, le ho usate tutte. Quindici giorni sono tanti e in estate anche in Svezia può far caldo, ho scoperto, magari per poco più di mezz’ora, ma succede, e in quella mezz’ora sudi e poi puzzi. Puzzare in vacanza è orribile, intendo quando esci al mattino tutta coperta, a metà giornata c’è un bel sole caldo, tu sei imbacuccata, sudi e… puzzi! (un po’ scherzo un po’ no) Quindi per un viaggio a Stoccolma in agosto, secondo la mia esperienza, assieme alla biancheria, bisogna portare: magliette a mezze maniche da cambiare giornalmente (una di riserva nello zaino) e da usare sotto al maglioncino o al cardigan (se la fortuna ci arride) con il K-way. Il K-way non deve assolutamente mancare perché pioverà, pioverà spesso e sarà una pioggia pesante, abbinata al vento. Una pashmina (o una sciarpa di lana leggera) serve, perché ci sono il mare e il lago e s’alza il vento, come ho già detto. Pantaloni o fuseaux con scarpe da trekking urbano perché Stoccolma è più grande di quanto ti aspetti. I K-way esistono anche con l’interno imbottito che si stacca, fateci un pensiero perché può fare freddo. Può fare freddo e si avrà bisogno di cose calde per non star male, considerate di portare una “maglia della salute”, perché ho imparato a mie spese cosa significa non averla e bloccarsi con la schiena. Se fa caldo meglio, si sfilano le maglie, ma tanto non sarà mai il caldo del sud. L’opzione “porto poche cose perché tanto le lavo/ compro lì se proprio necessario” è davvero, davvero, poco praticabile, perché c’è umidità e non riuscirete ad asciugare un maglione velocemente, se non a particolari condizioni, tipo avere un’asciugatrice, e perché lì tutto è molto più caro – perfino i calzini di H&M, che qui costano poco, lì hanno un rincaro che può pesare sul vostro budget.

5. La lingua e il denaro. Lo svedese ha la grammatica dell’inglese e la pronuncia che suona come un mix di sapore slavo e molto tedesco, almeno così mi sembra. Se il vostro intento è fare solo un piccolo viaggio per spuntare il paese dalla lista dei “posti da visitare almeno una volta nella vita”, non avrete bisogno di imparare la lingua, certo sapere come si dice grazie (Tack!) aiuta a rendersi simpatici. La maggior parte degli svedesi, ossia tutti quelli al di sotto dei 40 anni e moltissimi al di sopra, parla inglese, in certi casi con qualche imprecisione (ammessa da loro stessi, con sorprendente modestia), ma se vi parlano è per farsi capire e non vi metteranno in soggezione. Se siete fissati con le lingue, come me, potrete usare Duolingo sul vostro smartphone per imparare qualche forma base dello svedese, buona fortuna!
La Svezia non ha aderito all’Euro questo significa che ha mantenuto la sua moneta, la Corona svedese, in svedese Krona, che vale più dell’Euro e troverete indicata o come Kr o come SEK. Nel momento in cui scrivo il cambio segna 1 € = 9.5418 SEK, ossia 10 euro valgono circa 96 SEK, il cono gelato più piccolo al Cafe Jarntorget, Gamla Stan, costa 50 Sek (5 euro e 30 circa, è buonissimo però!). Saranno gli sms di notifica della banca a segnalarvi il prosciugamento del conto, poiché la Svezia ormai è quasi del tutto un paese cash free, ossia si paga con la carta ovunque, anche nei bagni della stazione (mi successo a Göteborg). Alcuni musei non accettano pagamenti in moneta e quindi, semplicemente, non si entra senza carta. Ho utilizzato sia il circuito Visa che il circuito Mastercard senza problemi, ovunque (avevo due carte, una con il budget per cibo e souvenir e l’altra per pagare i pernottamenti).

6. Come mi devo comportare? Le persone in Svezia sono gentili, pazienti, se pensano che sei in difficoltà cercheranno di aiutarti, sono rispettose degli altri, pragmatiche ma con cordialità. Non ho fatto arrabbiare nessuno, quindi non conosco il limite massimo di sopportazione se gli dai fastidio, probabilmente è meglio non scoprirlo. Sicuramente farai una brutta figura se salterai la fila, se lascerai in giro la tua immondizia, se interromperai la guida mentre parla o cercherai di ottenere informazioni da chi è intento in qualcosa (che a te sembra meno importante della tua richiesta, qualsiasi sia). Urlare alle persone o tra persone, avvicinare gli altri con fare aggressivo e fissare è mal visto. Questa è la mia esperienza. Le persone che vivono in Svezia appaiono ben disposte verso gli altri, devastare questa apertura significa lasciare un’immagine negativa di sé e, a lungo andare, favorire la nascita di un pregiudizio verso la tua cultura di origine, anche se tu non sei tutti quelli che vivono nel tuo paese, ma le etichette funzionano così (e vale in tutto il mondo).

Una delle maggiori preoccupazioni in viaggio è la sicurezza, la domanda più frequente nei gruppi di viaggiatrici (e viaggiatori) è “ma la sera esci da sola?”, la mia risposta è sì, esco da sola e torno tardi. Non sono ancora mai andata in luoghi lontani che hanno, a torto o ragione, una cattiva fama, fino a oggi ho viaggiato in Europa e in città, questo rende molto più semplice muoversi di sera (o è un pregiudizio positivo?), molte persone hanno comunque paura di uscire anche nelle città europee. Stoccolma mi è sembrata una città molto sicura, nonostante un’evacuazione della metropolitana e una sorta di blanda schermaglia tra un gruppo di ragazzi e la polizia. Episodio quest’ultimo che ho classificato come marginale, circoscritto alla zona della stazione centrale – zona sempre sensibile. Per il resto sono tornata in ostello da sola tutte le sere, anche dopo mezzanotte, certo ho l’accortezza di prendere ostelli e alberghi in zone centrali e ben servite dai mezzi pubblici, è un principio chiave. A Malmö non ho mai girato di sera, perché ero troppo stanca e ho considerato la città solo come punto di appoggio. In generale non mi ha trasmesso grande positività, ma quanto di questo è reale e quanto dovuto al pregiudizio generato dai racconti letti in rete – veri? esagerati? – che vogliono una Malmö “bomba ad orologeria della violenza”? Non ho avuto problemi, un autista dell’autobus è stato forse meno cortese di quanto mi aspettassi, ma erano le otto del mattino e io pure farfugliavo. Insomma, a mio parere, la Svezia è un posto sicuro, ovviamente bisogna prestare attenzione come si fa dappertutto.

Tecnicamente

Tack så mycket!

Il fiume, Marco Lodoli

Foto scattata sabato 9 settembre 2017

La storia è quella di Alessandro padre divorziato di Damiano il quale un giorno cade nel Tevere e, mentre suo padre se ne sta immobile sulla riva del fiume a osservarlo inghiottito dall’acqua, viene salvato da uno sconosciuto. Alessandro, che basa su una routine priva di slanci il rapporto con suo figlio, subisce una scossa. Damiano chiede ad Alessandro di ritrovare l’uomo, per ringraziarlo, inizia così un lungo peregrinare nella notte romana alla ricerca dell’uomo. L’uomo che alla fine Alessandro dovrà trovare è se stesso, attraverso i ricordi di una vita vissuta senza mai toccare realmente le cose, permeato dal senso di apatia che lo accompagna fin dall’infanzia. In questa storia la madre di Damiano è solo una voce che insulta e minaccia al telefono un ex marito che sembra aver fallito in ogni cosa, come compagno, come curatore fallimentare e come padre.
Un romanzo quindi di formazione (attraverso la notte e gli incontri Alessandro arriva al mattino cambiato) che prende a pretesto il rapporto padre-figlio, più che farne il centro, per raccontare in maniera, spesso grottesca ed esagerata, Roma e i suoi scenari privati.

Arrivata a poco più della metà immaginavo un finale diverso, più cinico sicuramente, non so se tornerò a leggere un romanzo dell’autore.

 

Il fiume
Marco Lodoli
Einaudi
pp 101
€ 14,50

The Yellow Wallpaper – Charlotte Perkins Gilman

The Yellow Wallpaper – Charlotte Perkins Gilman

Ho scattato questa foto in un pigro pomeriggio di agosto

La carta da parati gialla
Charlotte Perkins Gilman
Franco Venturi, curatore
Cesare Ferrari, traduttore
Ed. La vita felice
Testo inglese a fronte
€7,00

Ho acquistato questo libro su IBS recentemente. L’ho letto l’altro giorno, il 2 agosto, mentre aspettavo un amico all’università, deserta e solitaria, inondata da un sole giallo.

Questo post contiene anticipazioni sulla trama (spoiler).
Scritto nel 1890 da Charlotte Perkins Gilman, ma pubblicato nel 1892 sulle pagine del New England Magazine, in parte autobiografico, The Yellow Wallpaper (questo il titolo originale) è un breve, intenso e lucido, racconto dell’avanzare nella malattia di una donna in depressione post-partum che, nell’incomprensione più totale (di lei e della malattia che rifiuta di riconoscere come tale), il marito medico relega, letteralmente, in una stanza all’ultimo piano di una grande casa isolata. La stanza ha una carta da parati gialla che diventa a poco a poco un’ossessione per la protagonista, la quale vi scorge una figura di donna che fa ‘spostare’ il motivo arzigogolato della carta, e scuote le linee verticali della fantasia come se fossero delle sbarre che la imprigionano. La donna immaginaria striscia lungo le pareti e poi fuori, nella stanza stessa e nel giardino di sotto, fino a quando le due diventano un’unica donna prigioniera della carta da parati.
Recepito come racconto del terrore o gotico, The Yellow Wallpaper, non è solo uno dei primi racconti (forse il primo?) sulla depressione post-partum, ma è anche uno dei primi racconti femministi della storia della letteratura. Charlotte Perkins Gilman aveva sofferto essa stessa di depressione dopo la nasciata della figlia, ed era stata costretta alla completa inattività fisica e intellettuale dal medico che l’aveva in cura, per tre mesi. Molto tempo dopo scrisse questo racconto e lo inviò al medico, sembra che lui non le abbia mai risposto, ma da qual momento non ha più ordinato riposo e solitudine alle donne. Il racconto quindi è anche una delle prime messe in discussione dell’autorità del medico, oltreché una riflessioni su una malattia che prima non era mai stata considerata tale.

“John è un medico, e forse – (non lo direi ad anima viva, naturalmente, ma questa è carta inanimata e ciò è un grande sollievo per la mia mente) – forse questa è una delle ragioni per cui non guarisco più rapidamente. Vedete, lui non crede che io sia ammalata! Che posso farci?”
La carta da parati gialla, pag 11

E’ bellissimo, lo consiglio decisamente.

Nello stesso pomeriggio ho scattato anche questa della mia mano

L’associazione tra La carta da parati gialla e le fotografie di Francesca Stern Woodman su questo blog.
Alcune raccolte che contengono il racconto La carta da parati gialla su questo sito di fantascienza.
Questo sito di fantasy/fantascienza inserisce La carta da parati gialla in questa lista di libri, tratta da qui.
Alcuni articoli in lingua inglese qui e qui.
L’audiobook in lingua inglese parte 1 e 2.
Alcune copertine qui.
Il compositore inglese Simon Holt ha realizzato nell’aprile di quest’anno per BBC Radio 3 un pezzo di trenta minuti, per soprano e coro, ispirato al racconto di Charlotte Perkins Gilman.
Qui i video, in inglese, con lo sceneggiato televisivo The yellow wallpaper, trasmesso dalla BBC nel 1989 con Stephen Dillon, Julia Watson e Carolyn Pickles.

Image: isabelmar.com

Questa qui sopra è un’istallazione artistica ispirata al racconto, realizzata nel 1990 all’Alice Hotel da Marlene Angeja.

P.S.
Le parature di Chintz citate a pagina 15 sono questi parati fiorati.
Da pag. 25 “Ricordo il simpatico luccichio delle maniglie del nostro vecchio bureau, e c’era una sedia che mi sembrava sempre un amico robusto”.
Non so voi, ma io non sono un’esperta di mobili antichi, così ho dovuto cercare il bureau dalle maniglie luccicanti su Google, ho scoperto che si tratta dello scrittoio, cos’altro poteva essere?!

Le illustrazioni originali tratte da The New England Magazine, del gennaio 1892 (fonte qui):

Mentre cercavo le copertine delle diverse edizioni del libro, ho trovato questo blog sulla realizzazione di un corto ispirato a questo fantastico racconto. Il blog si chiama proprio Yellow Wallpaper Shortfilm, questa qui sotto ne è la locandina:

Immagine: yellowwallpapershortfilm.wordpress.com

Regista del corto è Stuart Hackshaw, autore anche di Olivia, una storia tragica.
Questo qui sotto è il trailer di The yellow wallpaper. Ogni post del blog segue la produzione del film, dall’idea di partenza, lo storyboard, le riprese, il montaggio, fino alla recente partecipazione della produzione al New Jersey’s Lighthouse International Film Festival negli Stati Uniti d’America del Nord.

Brivido!

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The Yellow Wallpaper – Charlotte Perkins Gilman

Ho scattato questa foto in un pigro pomeriggio di agosto

La carta da parati gialla
Charlotte Perkins Gilman
Franco Venturi, curatore
Cesare Ferrari, traduttore
Ed. La vita felice
Testo inglese a fronte
€7,00

Ho acquistato questo libro su IBS recentemente. L’ho letto l’altro giorno, il 2 agosto, mentre aspettavo un amico all’università, deserta e solitaria, inondata da un sole giallo.

Questo post contiene anticipazioni sulla trama (spoiler).
Scritto nel 1890 da Charlotte Perkins Gilman, ma pubblicato nel 1892 sulle pagine del New England Magazine, in parte autobiografico, The Yellow Wallpaper (questo il titolo originale) è un breve, intenso e lucido, racconto dell’avanzare nella malattia di una donna in depressione post-partum che, nell’incomprensione più totale (di lei e della malattia che rifiuta di riconoscere come tale), il marito medico relega, letteralmente, in una stanza all’ultimo piano di una grande casa isolata. La stanza ha una carta da parati gialla che diventa a poco a poco un’ossessione per la protagonista, la quale vi scorge una figura di donna che fa ‘spostare’ il motivo arzigogolato della carta, e scuote le linee verticali della fantasia come se fossero delle sbarre che la imprigionano. La donna immaginaria striscia lungo le pareti e poi fuori, nella stanza stessa e nel giardino di sotto, fino a quando le due diventano un’unica donna prigioniera della carta da parati.
Recepito come racconto del terrore o gotico, The Yellow Wallpaper, non è solo uno dei primi racconti (forse il primo?) sulla depressione post-partum, ma è anche uno dei primi racconti femministi della storia della letteratura. Charlotte Perkins Gilman aveva sofferto essa stessa di depressione dopo la nasciata della figlia, ed era stata costretta alla completa inattività fisica e intellettuale dal medico che l’aveva in cura, per tre mesi. Molto tempo dopo scrisse questo racconto e lo inviò al medico, sembra che lui non le abbia mai risposto, ma da qual momento non ha più ordinato riposo e solitudine alle donne. Il racconto quindi è anche una delle prime messe in discussione dell’autorità del medico, oltreché una riflessioni su una malattia che prima non era mai stata considerata tale.

“John è un medico, e forse – (non lo direi ad anima viva, naturalmente, ma questa è carta inanimata e ciò è un grande sollievo per la mia mente) – forse questa è una delle ragioni per cui non guarisco più rapidamente. Vedete, lui non crede che io sia ammalata! Che posso farci?”
La carta da parati gialla, pag 11

E’ bellissimo, lo consiglio decisamente.

Nello stesso pomeriggio ho scattato anche questa della mia mano

L’associazione tra La carta da parati gialla e le fotografie di Francesca Stern Woodman su questo blog.
Alcune raccolte che contengono il racconto La carta da parati gialla su questo sito di fantascienza.
Questo sito di fantasy/fantascienza inserisce La carta da parati gialla in questa lista di libri, tratta da qui.
Alcuni articoli in lingua inglese qui e qui.
L’audiobook in lingua inglese parte 1 e 2.
Alcune copertine qui.
Il compositore inglese Simon Holt ha realizzato nell’aprile di quest’anno per BBC Radio 3 un pezzo di trenta minuti, per soprano e coro, ispirato al racconto di Charlotte Perkins Gilman.
Qui i video, in inglese, con lo sceneggiato televisivo The yellow wallpaper, trasmesso dalla BBC nel 1989 con Stephen Dillon, Julia Watson e Carolyn Pickles.

Image: isabelmar.com

Questa qui sopra è un’istallazione artistica ispirata al racconto, realizzata nel 1990 all’Alice Hotel da Marlene Angeja.

P.S.
Le parature di Chintz citate a pagina 15 sono questi parati fiorati.
Da pag. 25 “Ricordo il simpatico luccichio delle maniglie del nostro vecchio bureau, e c’era una sedia che mi sembrava sempre un amico robusto”.
Non so voi, ma io non sono un’esperta di mobili antichi, così ho dovuto cercare il bureau dalle maniglie luccicanti su Google, ho scoperto che si tratta dello scrittoio, cos’altro poteva essere?!

Le illustrazioni originali tratte da The New England Magazine, del gennaio 1892 (fonte qui):

Mentre cercavo le copertine delle diverse edizioni del libro, ho trovato questo blog sulla realizzazione di un corto ispirato a questo fantastico racconto. Il blog si chiama proprio Yellow Wallpaper Shortfilm, questa qui sotto ne è la locandina:

Immagine: yellowwallpapershortfilm.wordpress.com

Regista del corto è Stuart Hackshaw, autore anche di Olivia, una storia tragica.
Questo qui sotto è il trailer di The yellow wallpaper. Ogni post del blog segue la produzione del film, dall’idea di partenza, lo storyboard, le riprese, il montaggio, fino alla recente partecipazione della produzione al New Jersey’s Lighthouse International Film Festival negli Stati Uniti d’America del Nord.

Brivido!

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Sula – Toni Morrison | pag.127/Copertine

“Dei pochi che, non temendo di presenziare alla sepoltura di una strega, si erano recati al cimitero, alcuni erano venuti soltanto per verificare la sua dipartita, ma si erano fermati a cantare Shall We Gather at the River per una questione di buona creanza, del tutto ignari della cupa promessa della canzone.”

Anche per Sula ho fatto una ricerca iconografica riferita alle copertine, tra quelle che ho scelto ce ne sono alcune che non mi piacciono, le metto per prime.
Sula, Toni MorrisonLa prima rappresenta, probabilmente in modo molto fedele, una ragazzina a quei tempi (anni ’20), non mi piace perché è troppo didascalica; mentre la seconda è un tentativo di sintesi della vita di Sula, a mio parere mal riuscito, la giovane donna ha un’aria quasi mediorentale. Queste due hanno uno stile più pop, la prima in particolare è perfetta, secondo me, per un tascabile; la seconda ha uno stile anni ’70 che mi piace molto.

Una copertina astratta lascia spazio all’immaginazione. Suggerisce un umore, un’atmosfera. La scelta cromatica di questa si adatta al contenuto spesso carnale del romanzo. Anche questa è adeguata per un tascabile.

Queste due copertine pongono l’accento sulle relazioni. La prima ci mostra Sula (o Nel) di spalle e un uomo seduto, che suppongo sia Jude; la seconda invece rappresenta, probabilmente, le due amiche, Sula e Nel.

Ho lasciato per ultima la copertina dell’edizione Frassinelli che ho letto in questi giorni. Anche questa è una scelta non figurativa, che cerca di suggerire qualcosa, piuttosto che mostrarla. La foto si intitola Camelia in the water ed è di Consuelo Kanga, del 1927-28.
E’ molto bella come immagine, elegante, sicuramente migliore della copertina con le sfumature di viola. Un fiore reciso, seppure splendido, è un annuncio di morte.

Le immagini le ho trovate su Google.

Shall We Gather at the River

Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20

Sula – Toni Morrison | pag. 90/pag.104-105/pag.107

Sula – Toni Morrison | pag. 90/pag.104-105/pag.107

“Eppure si erano accucciati a quattro zampe, nudi, senza toccarsi altro che le labbra, proprio lì sul pavimento, dove indica la cravatta, a quattro zampe come (su, avanti, dillo) come cani. Mordicchiandosi, senza nemmeno toccarsi, senza nemmeno guardarsi, soltanto le labbra, e quando io ho aperto la porta non hanno alzato gli occhi nemmeno per un istante e io ho pensato che la ragione per cui non alzano gli occhi è perché non lo stanno facendo. Quindi va tutto bene. Io rimango qui e basta. Non lo stanno facendo. Io rimango qui a vedere, però non lo stanno facendo per davvero. Ma in quel momento hanno alzato lo sguardo. O almeno tu l’hai alzato. Tu, tu l’hai alzato Jude. E se soltanto non mi avessi guardata come quei soldati sul treno, come guardi i bambini quando entrano mentre stai ascoltando Gabriel Heatter e spezzano il corso dei tuoi pensieri – senza metterli a fuoco, ma concedendo loro un solo attimo, un frammento di tempo, per capire cos’hanno fatto, che cos’hanno interrotto, tornare dov’erano e lasciarti ascoltare Gabriel Heatter.”

Photographer: Marc Larange

“Lei era stata emarginata, e lo sapeva. Sapeva che la disprezzavano e credeva che esprimessero il loro odio nel disgusto per la facilità con cui andava a letto con gli uomini. Il che era vero. Lei andava a letto con gli uomini tutte le volte che poteva. Era l’unico luogo dove riusciva a trovare quello che stava cercando: l’infelicità e la capacità di provare una profonda pena. Non era mai stata consapevole del fatto che era la tristezza quello che desiderava con tanta intensità. Dapprima fare l’amore le era sembrato il modo per procurarsi una gioia speciale. Era convinta di amare l’oscurità del sesso, il suo rituale; rideva moltissimo durante i rauchi preliminari, e rifutava gli amanti che consideravano il sesso un’attività sana e piacevole. L’estetica sessuale l’annoiava. Non che considerasse il sesso disgustoso (anche la bruttezza era noiosa), però le piaceva pensare che fosse immorale. Quando le sue esperienze si moltiplicarono, comprese non soltanto che non era immorale, ma che non doveva nemmeno elaborare l’idea dell’immoralità per parteciparvi pienamente. Durante l’amore trovava e aveva bisogno di trovare il filo della lama. Quando smetteva di cooperare con il corpo e cominciava a farsi valere nell’atto, si accumulavano in lei particelle di energia, come lamette metalliche attratte verso un vasto nucleo magnetico, a formare un grappolo fitto che nulla, sembrava, avrebbe potuto spezzare. E c’erano un’ironia e un oltraggio estremi nel giacere sotto qualcuno, in posizione di resa, sicura di possedere una forza eterna e un potere senza limiti. Ma il grappolo poi si spezzava, crollava a pezzi e, nella foga di tenerlo insieme, lei precipitava dalla sommità, nel silenzio più totale, e scendeva urlando, urlando, in preda a una pungente consapevolezza della fine delle cose: uno sguardo di sofferenza nel mezzo di tutto quell’ardore tempestoso di gioia. Là al centro di quel silenzio, non c’era eternità ma la morte del tempo e una solitudine così profonda che la parola stessa perdeva il suo significato. Perché la solitudine presupponeva l’assenza degli altri, e la solitudine che lei trovava in quel terreno disperato non aveva mai accettato che potessero esistere altre persone. Allora piangeva. Lacrime per la morte delle cose più insignificanti: le scarpe buttate via dai bambini; ciuffi spezzati d’erba di palude, battuti e soffocati dal mare; fotografie di donne morte che non aveva mai conosciuto; fedi nunziali nelle vetrine delle agenzie di prestiti su pegno; corpi spennati di galline della Cornovaglia in cestinid i riso.
Quando il suo compagno si scioglieva dall’abbraccio, alzava gli occhi su di lui perplessa, cercando di ricordarne il nome; lui abbassava lo sguardo sorridendo verso di lei, sicuro di comprendere la lacrimosa gratitudine a cui credeva di averla condotta. Lei aspettava con impazienza che lui se ne andasse, in un umido stato di soddisfazione e leggero disgusto, lasciandola alla sua intimità postcoitale, in cui ritrovava e accoglieva se stessa, ricomponendosi in un’impareggiabile armonia.”

Immagine: liveauctioneers.com

“Veniva regolarmente, e le portava dei regali: grappoli di more ancora attaccate al ramo, quattro pagri* fritti avvolti in un foglio color salmone del Courier di Pittsburgh, una manciata di frutti dell’albero del pane, due scatole di lamette Jelly Well, un pezzo di ghiaccio del carretto, un barattolo di detersivo Old Dutch, quello con la donna con il berretto che dà la caccia allo sporco con il bastone, una pagina di fumetti di Tillie the Toiler e altre splendenti, bianche bottiglie di latte.”
(…)
Van Van, High John the Conqueror, Little John to Chew, Devil’s Shoe String, Chinese Wash, Mustard Seed e Nine Herbs.”

 

*i pagri sono pesci.

Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20

Sula – Toni Morrison | pag. 90/pag.104-105/pag.107

“Eppure si erano accucciati a quattro zampe, nudi, senza toccarsi altro che le labbra, proprio lì sul pavimento, dove indica la cravatta, a quattro zampe come (su, avanti, dillo) come cani. Mordicchiandosi, senza nemmeno toccarsi, senza nemmeno guardarsi, soltanto le labbra, e quando io ho aperto la porta non hanno alzato gli occhi nemmeno per un istante e io ho pensato che la ragione per cui non alzano gli occhi è perché non lo stanno facendo. Quindi va tutto bene. Io rimango qui e basta. Non lo stanno facendo. Io rimango qui a vedere, però non lo stanno facendo per davvero. Ma in quel momento hanno alzato lo sguardo. O almeno tu l’hai alzato. Tu, tu l’hai alzato Jude. E se soltanto non mi avessi guardata come quei soldati sul treno, come guardi i bambini quando entrano mentre stai ascoltando Gabriel Heatter e spezzano il corso dei tuoi pensieri – senza metterli a fuoco, ma concedendo loro un solo attimo, un frammento di tempo, per capire cos’hanno fatto, che cos’hanno interrotto, tornare dov’erano e lasciarti ascoltare Gabriel Heatter.”

Photographer: Marc Larange

“Lei era stata emarginata, e lo sapeva. Sapeva che la disprezzavano e credeva che esprimessero il loro odio nel disgusto per la facilità con cui andava a letto con gli uomini. Il che era vero. Lei andava a letto con gli uomini tutte le volte che poteva. Era l’unico luogo dove riusciva a trovare quello che stava cercando: l’infelicità e la capacità di provare una profonda pena. Non era mai stata consapevole del fatto che era la tristezza quello che desiderava con tanta intensità. Dapprima fare l’amore le era sembrato il modo per procurarsi una gioia speciale. Era convinta di amare l’oscurità del sesso, il suo rituale; rideva moltissimo durante i rauchi preliminari, e rifutava gli amanti che consideravano il sesso un’attività sana e piacevole. L’estetica sessuale l’annoiava. Non che considerasse il sesso disgustoso (anche la bruttezza era noiosa), però le piaceva pensare che fosse immorale. Quando le sue esperienze si moltiplicarono, comprese non soltanto che non era immorale, ma che non doveva nemmeno elaborare l’idea dell’immoralità per parteciparvi pienamente. Durante l’amore trovava e aveva bisogno di trovare il filo della lama. Quando smetteva di cooperare con il corpo e cominciava a farsi valere nell’atto, si accumulavano in lei particelle di energia, come lamette metalliche attratte verso un vasto nucleo magnetico, a formare un grappolo fitto che nulla, sembrava, avrebbe potuto spezzare. E c’erano un’ironia e un oltraggio estremi nel giacere sotto qualcuno, in posizione di resa, sicura di possedere una forza eterna e un potere senza limiti. Ma il grappolo poi si spezzava, crollava a pezzi e, nella foga di tenerlo insieme, lei precipitava dalla sommità, nel silenzio più totale, e scendeva urlando, urlando, in preda a una pungente consapevolezza della fine delle cose: uno sguardo di sofferenza nel mezzo di tutto quell’ardore tempestoso di gioia. Là al centro di quel silenzio, non c’era eternità ma la morte del tempo e una solitudine così profonda che la parola stessa perdeva il suo significato. Perché la solitudine presupponeva l’assenza degli altri, e la solitudine che lei trovava in quel terreno disperato non aveva mai accettato che potessero esistere altre persone. Allora piangeva. Lacrime per la morte delle cose più insignificanti: le scarpe buttate via dai bambini; ciuffi spezzati d’erba di palude, battuti e soffocati dal mare; fotografie di donne morte che non aveva mai conosciuto; fedi nunziali nelle vetrine delle agenzie di prestiti su pegno; corpi spennati di galline della Cornovaglia in cestinid i riso.
Quando il suo compagno si scioglieva dall’abbraccio, alzava gli occhi su di lui perplessa, cercando di ricordarne il nome; lui abbassava lo sguardo sorridendo verso di lei, sicuro di comprendere la lacrimosa gratitudine a cui credeva di averla condotta. Lei aspettava con impazienza che lui se ne andasse, in un umido stato di soddisfazione e leggero disgusto, lasciandola alla sua intimità postcoitale, in cui ritrovava e accoglieva se stessa, ricomponendosi in un’impareggiabile armonia.”

Immagine: liveauctioneers.com

“Veniva regolarmente, e le portava dei regali: grappoli di more ancora attaccate al ramo, quattro pagri* fritti avvolti in un foglio color salmone del Courier di Pittsburgh, una manciata di frutti dell’albero del pane, due scatole di lamette Jelly Well, un pezzo di ghiaccio del carretto, un barattolo di detersivo Old Dutch, quello con la donna con il berretto che dà la caccia allo sporco con il bastone, una pagina di fumetti di Tillie the Toiler e altre splendenti, bianche bottiglie di latte.”
(…)
Van Van, High John the Conqueror, Little John to Chew, Devil’s Shoe String, Chinese Wash, Mustard Seed e Nine Herbs.”

 

*i pagri sono pesci.

Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20

Sula – Toni Morrison | pag. 81/pag. 77-78

Image: free-images.gatag.net

“Soltanto Nel notò la peculiarità del maggio che seguì la partenza degli uccelli. Aveva lo splendore, la brillantezza di verdi notti di sabato sature di pioggia (rischiarate dalle eccitanti luci installate da poco lungo le strade), di pomeriggi giallo limone illuminati da bevande ghiacciate e screziati di giunchiglie. Si mostrava nei volti umidi dei suoi bambini e nella calma fluviale delle loro voci. Persino il suo corpo non era immune a quella magia. Si sedeva a cucire sul pavimento, come faceva quand’era ragazza, ripiegando sotto di sé le gambe, oppure danzava un po’ a ritmo di un motivetto che aveva in testa. C’erano giorni sereni, inondati di sole e crepuscoli viola in cui Tar Baby cantava Abide With Me nei raduni di preghiera, le ciglia oscurate dalle lacrime, la sagoma esausta e contrita che si stagliava contro le mura imbiancate di Greater Saint Matthew’s. Nel ascoltava e un sorriso le affiorava sulle labbra. Sorrideva allo splendore e all’incanto che entravano dalle finestre sfiorando la sua sofferenza, trasformandola in un piacere da contemplare.”

“Quei piccoli tremanti uccellini dal petto color igname erano dappertutto: avevano eccitato a tal punto i più piccini, da indurli a rinunciare all’abituale benvenuto e ad accoglierli con una violenta sassaiola. Nessuno sapeva perché o da dove fossero venuti. Sapevano solo che non ci si poteva muovere senza calpestarne gli escrementi perlacei, e che era un problema stendere la biancheria, strappare le erbacce o anche solo sedersi sulla veranda mentre pettirossi volavano e morivano tutt’intorno.
Moltissimi ricordavano quella volta in cui per due ore il cielo era stato annerito da nuvole e nuvole di piccioni; erano abituati agli eccessi della natura – troppo caldo, troppo freddo, troppa siccità, pioggia a catinelle – eppure temevano che un fenomeno relativamente insignificante potesse prendere il sopravvento, dominarli e sottomettere la loro mente al suo potere».
A dispetto della paura, reagirono a quella stranezza opprimente, o a quelli che chiamarono “giorni maledetti”, con una rassegnazione che rasentò il benvenuto. Intuivano che un simile maleficio dovesse essere stornato: c’erano delle precauzioni da prendere per proteggersene. Comunque lasciarono che facesse il suo corso, che si compisse, e non cercarono di mutarlo o di interromperlo, né di evitare che si verificasse nuovamente. Si comportavano così anche con le persone.

E questo atteggiamento, che gli estranei scambiavano per negligenza, trascuratezza o anche generosità, di fatto significava piena legittimazione delle forze diverse da quelle del bene. Non credevano che i dottori potessero guarire – secondo loro nessuno lo aveva mai fatto. Non credevano che la morte potesse essere accidentale – la vita, se mai, poteva esserlo, ma la morte era premeditata. Non credevano che la Natura fosse avversa – solo importuna. Piaghe e siccità erano “naturali” come la primavera. Se il latte poteva cagliare, Dio sa se potevano calare stormi di pettirossi. L’obiettivo del male era di sopravvivergli e così decisero (senza mai esserne consapevoli) di sopravvivere alle inondazioni, ai bianchi, alla tubercolosi, alla carestia, all’ignoranza. Conoscevano la rabbia, ma non la disperazione, e non lapidavano i peccatori per la stessa ragione per cui non si suicidavano: era indegno di loro”.

Photo rhombus.travellerspoint.com

Abide with me interpretata da Mahalia Jackson
Image: free-images.gatag.net

Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20

Sula – Toni Morrison | pag. 55/pag. 68

“Il coro dei bambini, vestiti di bianco, cantò Nearer My God to Thee e Precious Memories, gli occhi fissi sul libretto dei canti, anche se non ne avevano bisogno, perché questa era la prima volta che le loro voci celebravano un momento di vita autentica.”

“I vecchi ballavano con i bambini. I ragazzi con le sorelle, e le donne di chiesa, che di solito disapprovavano ogni manifestazione fisica di gioia (tranne quando lo prescriveva la mano di Dio), battevano il tempo con i piedi. Qualcuno (il padre dello sposo, si diceva) aveva versato un’intera pinta di liquore di canna dentro il punch, sicché anche gli uomini che non se l’erano svignata dalla porta posteriore per andare a bere un bicchierino erano sbronzi, e pure le donne, che non si mettevano mai in corpo niente di più forte della Black Draught. Un ragazzino, in piedi accanto al Victrola, ne girava la manovella e sorrideva al suono della canzone di Bert Williams Save a Little Dream fo Me.”

Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20


Nearer My God to Thee
interpretata dal Peerless Quartet

Save a Little Dream fo Me interpretata da Bert Williams 

Precious Memories interpretata da Rosetta Tharpe

Sula – Toni Morrison | pag. 55/pag. 68

Sula – Toni Morrison | pag. 55/pag. 68

“Il coro dei bambini, vestiti di bianco, cantò Nearer My God to Thee e Precious Memories, gli occhi fissi sul libretto dei canti, anche se non ne avevano bisogno, perché questa era la prima volta che le loro voci celebravano un momento di vita autentica.”

Image: http://www.peteroljelund.se/victrola/

“I vecchi ballavano con i bambini. I ragazzi con le sorelle, e le donne di chiesa, che di solito disapprovavano ogni manifestazione fisica di gioia (tranne quando lo prescriveva la mano di Dio), battevano il tempo con i piedi. Qualcuno (il padre dello sposo, si diceva) aveva versato un’intera pinta di liquore di canna dentro il punch, sicché anche gli uomini che non se l’erano svignata dalla porta posteriore per andare a bere un bicchierino erano sbronzi, e pure le donne, che non si mettevano mai in corpo niente di più forte della Black Draught. Un ragazzino, in piedi accanto al Victrola, ne girava la manovella e sorrideva al suono della canzone di Bert Williams Save a Little Dream fo Me.”

 

Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20


Nearer My God to Thee
interpretata dal Peerless Quartet

Save a Little Dream fo Me interpretata da Bert Williams 

Precious Memories interpretata da Rosetta Tharpe