Categoria: Europa

Un giorno di fine agosto a Cividale del Friuli

In un giorno di fine agosto sono andata a Cividale del Friuli, c’era il Palio di San Donato e ho girato in compagnia di un’amica e del suo gruppo di rievocazione storica longobarda, che però non partecipava al Palio – essendo, a detta di molti, parecchio sotto tono e poco filologico. La rievocazione storica è archeologia sperimentale, prevede uno studio filologico di strutture, strumenti e abiti, i pomeriggi di fine agosto con le coroncine di plastica e le Dottor Martens sotto il travestimento da persona del Medioevo non fanno rievocazione, piuttosto una simpatica festicciola in stile, può andar bene, ma non è rievocazione.

Cividale è giusto il posto che volevo visitare da una vita, perché ha una storia unica, come luogo di ingresso dei Longobardi in Italia, e mentre prendevo appunti al corso di archeologia medievale, tanti anni fa, mi diceva: vieni qui.

Giusto un po’ di storia

Cividale è una piccola e ricca cittadina in provincia di Udine, in Friuli, attraversata dal fiume Natisone, fu fondata da Giulio Cesare con il nome Forum Iulii e fu scelta da Alboino e suo nipote Gisulfo come prima sede di stanziamento durante la migrazione/invasione longobarda nella penisola italica, anno domini 568. Rimase Ducato Longobardo fino all’annessione del regno ai domini franchi.

Un gran salto temporale ci porta al Novecento, quando a causa della disfatta di Caporetto, che si trova lì vicino in territorio sloveno, Cividale venne occupata dagli austro-tedeschi. Durante la Seconda Guerra Mondiale tutto il territorio del Friuli, con la Giulia (Trieste), fu annesso direttamente al Terzo Reich. La zona fu anche il luogo di una guerra civile tra partigiani filo titini e partigiani italiani, come dice wikipedia, dovuta alle rivendicazioni che la ex Jugoslavia accampava sulla regione. Successivamente è stata anche sede della GLADIO.

 

In piazza Paolo Diacono, prima piazza delle donne, c’è la casa (forse) di Paolo Diacono, il monaco che alla corte di Carlo Magno scrisse la storia del proprio popolo, la Storia dei Longobardi,  e c’è anche la presunta tomba di Gisulfo.

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In realtà l’arca ritrovata in quel punto non è affatto certo che sia la sepoltura del duca Gisulfo, gli oggetti all’interno della tomba sono databili a un’epoca di poco successiva, sul coperchio del sarcofago compare la scritta Cisul, si tratta certamente di un guerriero di alto rango, ma non è chiaro chi fosse.

 

Tutto il materiale della tomba di Gisulfo e i corredi funerari provenienti da varie necropoli della zona si trovano nel Museo Archeologico Nazionale di Cividale.

Fibule, pettini, umboni, spade, vasellame, crocette gemmate ed evangeliari, segni di quel processo di  acculturazione che portò i Longobardi, popolo barbarico teoricamente convertito al cristianesimo ariano nel momento di arrivo in Italia, a diventare cristiani cattolici indistinguibili dai latini (e i latini a essere indistinguibili dai Longobardi), attraverso duecento cinquant’anni circa di permanenza ufficiale nella penisola.

 

Bellissimi anche i mosaici romani.

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A sinistra: Cividale, Cortile casa Formentini di Cusano (I sec. d.C.); a destra: Cividale del Friuli, Casa Nussi (I-II sec. d.C.)

All’esterno del Museo Archeologico si trova questa simpatica iscrizione:

Cividale celebra anche il ricordo dell’attrice Adelaide Ristori, con una statua molto bella al centro di piazza Foro Giulio Cesare, mi ha sorpresa molto, dubito che esistano altre statue di attrici ricordate per il loro valore artistico, in Italia.

Dopo una bevuta a uno de baracchini messi su per il Palio di San Donato siamo andati a mangiare Al Campanile, cucina tipica friulana. Il Frico di patate (una bomba la formaggio) con polenta e per dolce la Gubana. Il vino poi mi ha schiantata, dopo non mi reggevo in piedi.

Dopo pranzo siamo andati a vedere il meraviglioso Tempietto longobardo.

 

l’Ipogeo celtico, il Museo archeologico nazionale di Cividale del Friuli, il Tempietto Longobardo, il Museo cristiano, con la meravigliosa Ara di Ratchis, la chiesta di San Cristoforo, dai bellissimi affreschi, la casa medievale più antica di Cividale, e la storia del poeta dei sassi. Verso le due abbiamo pranzato con dei piatti tipici della cucina friulana, il Frico con patate e polenta e la buonissima Gubana.

Preparativi per un viaggio in Svezia

Scritto al ritorno

Perché andare in Svezia?

Determinati luoghi ci affascinano dall’infanzia, altri li scopriamo ascoltando o leggendo i racconti degli altri, qualche volta è una questione di obbligo, altre di passioni collaterali. Nel mio caso tutto inizia casualmente, dal desiderio mai realizzato di avere una cucina gialla e blu, desiderio che coltivavo nell’infanzia, a un certo punto scopro che questi sono i colori della Sverige, così mi interesso di cose svedesi seguendo una suggestione cromatica. Ikea è un altro punto fermo della linea temporale su cui si svolge questa storia. Il negozio di mobili e articoli per la casa a basso costo entra nella mia vita nel Natale di alcuni anni fa, quando mangiare polpettine e vagare tra camere da letto e peluche dai nomi strambi era una questione di coppia. Come scordare Pippi Calzelunghe? Un lungo rimuginare tra suggestioni, racconti, letteratura, cinema e storia sul paese del lagom, dell’uguaglianza, del mito di una sessualità senza sovrastrutture, degli assassini violenti e dei bui, silenziosi, giorni freddi in cui bambine vampiro si nutrono nella neve. Ci si innamora così.

Ognuno ha i propri motivi, motivi generici per visitare la Svezia possono essere:

  • Perché si è appassionati di Vichinghi e mitologia norrena
  • Perché è il paese dei Premi Nobel;
  • Perché vuoi ingozzarti di Kanelbullar;
  • Perché il centro storico di Stoccolma (Gamla Stan) è super caratteristico;
  • Perché in Svezia c’è la parità di genere (qualcuno direbbe “per il mito delle svedesi”, il mito delle svedesi fa i conti con la realtà di donne indipendenti e prive di soggezione verso gli uomini);
  • Perché vuoi mangiare i kanelbullar a Gamla Stan dopo aver visitato il Museo Nobel o quello di storia in compagnia di svedesi alla mano
  • Oppure ti è piaciuto Millennium. Uomini che uccidono le donne e vuoi visitare i posti descritti nei libri, per lo stesso impulso ma dopo aver visto Il posto delle fragole
  • Oppure hai visto la foto di una casetta di legno colorato su un’isolotto verdissimo in mezzo al mare (probabilmente hai visto un posto della Norvegia o della Danimarca, ma ce ne sono di identici in Svezia)
  • Oppure vai a nord per vedere l’aurora boreale (in questo caso andrai tra novembre e marzo e l’esperienza sarà sicuramente diversa dalla mia).

La Svezia è un paese ricco di storia, natura e tradizioni interessanti, i motivi per visitarla vanno ben oltre il mio elenco semiserio, i tuoi motivi li puoi conoscere solo tu e sono sicuramente i migliori che puoi trovare. Motivi per non andare in Svezia? probabilmente ce ne sono tanti, il primo riguarda il costo, ma motivi per non fare una cosa ci sono sempre, a prescindere dalla cosa, invece muoversi richiede volontà ed energia.

L’organizzazione del mio viaggio

La scarsa disponibilità di denaro frena il desiderio di visitare la Svezia per lungo tempo, fino a quando riesco a orchestrare un viaggio di circa quindici giorni con agio ma comunque a “basso costo”. Ecco come. (N. B: avere un lavoro aiuta, per ora non sono riuscita ancora a viaggiare gratis.)

1. Studiare. Studio il paese per decidere l’itinerario e capire cosa offre in termini di musei, escursioni, visite guidate, sconti, carte cittadine, trasporti.

Qui inizia già il divertimento, perché si tratta di leggere e scoprire cose nuove. Grazie ad alcuni blog e gruppi di italiani all’estero che già conoscevo ricevo i primi consigli, un ruolo importante lo gioca il gruppo di viaggiatrici solitarie, grazie! Mi iscrivo alle pagine Facebook dedicate, quelle istituzionali, come Visit SwedenVisit Stockholm, soprattutto navigo approfonditamente il sito dello Stockholm Pass, che la si acquisti o meno è uno strumento importantissimo per conoscere le attrazioni della città, con orari di apertura e costi di entrata. La parte più arricchente la fanno i libri che sono nella foto qui sotto.

I libri che ho letto per prepararmi al viaggio in Svezia.

Il primo che ho comprato è stato Svedesi, se li conosci non li eviti, di Peter Berlin, 71 pagine. Pubblicato da Sonda nel lontano 1994 e ripubblicato nel 2001, fa parte della collana Le guide Xenofobe, in ragione di questo nome si propone come una guida culturale alternativa in cui vengono tracciati i difetti e i pregi del popolo svedese – la finalità è quella di guarire la paura del diverso. Qualche pagina più tardi si è nuotato a pelo d’acqua sui modi di pensare e sulle tradizioni svedesi, cedendo inevitabilmente a qualche stereotipo, ma non mancando spunti interessanti e originali.

Mentre mi facevo un’idea della Svezia mi rendevo anche conto di non desiderare una guida da portare sempre dietro, sapevo che avrei camminato molto, dovevo limitare il peso poiché dovevo portare con me, sicuramente, sempre l’ombrello e una maglia più pesante. Come vestirsi a Stoccolma d’estate è stata la domanda più frequente che ho fatto alle persone e a Google. Così ho comprato per la prima volta una Cartoville, su consiglio di alcune viaggiatrici esperte in “leggerezza”.

Stoccolma, Cartoville, del Touring Club Italiano è comunque una guida, ma ridotta al minimo, lo spazio maggiore è dedicato alle mappe della città, quartiere per quartiere. Il pregio è di essere maneggevole, focalizzata, economica; il limite è di “raccontare” poco. Questo limite è comunque relativo, nella quasi totalità dei casi ogni luogo che visitiamo ha un proprio depliant, guida cartacea da prestare, audioguida, ormai anche delle App scaricabili sullo Smartphone.  Certo, anche le mappe si possono visualizzare sullo Smartphone, ma la connessione internet complessivamente costa più della Cartoville e manca l’oggetto feticcio, il ricordo, in aggiunta potrebbe non esserci campo. La Cartoville mi ha aiutato a farmi un’idea della struttura della città e a realizzare un abbozzo di itinerario, prima di partire, sul posto mi è stata utile per decidere gli spostamenti, poche volte l’ho integrata con Google map, più spesso ho usato la mappa gratuita che fornisce il punto turistico di Centralen. Stoccolma ha una geografia complicata poiché sorge su un gruppetto di isole, orientarsi può essere difficile e le mappe sono semplificazioni, ma sono sempre tornata a dormire nel mio letto.

Se non volevo una guida cosa ci fa in quella foto la Lonely planet Svezia? Non volerla portare con sé non significa non voler approfittare di un’occasione da bancarella. Svezia, della Lonely planet l’ho comprata usata, infatti, per pochi spiccioli senza particolare entusiasmo, perché le Lonely planet non mi danno affidamento, so che per altre persone rappresentano un must, e perché volevo passare a Stoccolma tutto il tempo delle mie vacanze, per conoscerla a fondo, quindi una guida dell’intero paese era un di più. Ovviamente questo acquisto casuale ha scombussolato i miei piani. Nel giro di poco ho cambiato la mia prenotazione, tagliato giorni alla capitale a aggiunto un giro esplorativo del sud. Due mesi e mezzo prima della partenza ho prenotato un albergo, sempre su Booking, a Malmö e ho comprato un biglietto di a/r su sj.se il sito delle ferrovie svedesi. Essendo una guida dell’intera Svezia il racconto è generico ma abbastanza puntuale sui fatti salienti, infatti è stata molto utile per scegliere cosa vedere fuori dalle grandi città e cosa scartare, in quello che ormai ho considerato solo il mio primo viaggio in Scandinavia, al quale spero seguiranno altri.

L’ultimo libro è ovviamente quello a me più caro, Stoccolma. Ritratto di una città di Tony Griffiths edito da Odoya. Dalla terza di copertina apprendiamo che Tony Griffiths è uno storico della Scandinavia e dell’Australia, suo paese natale, questo si percepisce chiaramente durante la lettura, il racconto della città, del suo sviluppo e del suo umore, è costellato di aneddoti e note chiarificatrici. Si legge facilmente, si apprezza immediatamente e ci si torna per ritrovare, tra le parole dell’autore, quelle storie che abbiamo incrociato muovendoci da un angolo all’altro della città.

2. Logistica e trasferimenti. Prenoto un volo a/r Roma Stoccolma, con molti mesi di anticipo – ogni mese dalla decisione di partire alla partenza effettiva uso lo stipendio per acquistare o prenotare qualcosa. – Questo anticipo è dovuto alle mail di offerta che ricevo nella mia casella postale e al fatto che tutti i soldi assieme non li ho. Il volo è con Ryanair. Acquisterò il bagaglio a stiva solo un mese prima della partenza, tanto il costo non cambia. Su Booking, con circa cinque mesi di anticipo, valutando diverse tipologie di alloggio, fermo la prenotazione dell’ostello. Ossia cerco di capire, leggendo on line dai resoconti di viaggio, dove hanno alloggiato altre persone, che tipo di zona è quella in cui si trova l’ostello adatto alle mie possibilità. I prezzi sono molto alti, Stoccolma sembra essere carissima. La prenotazione è gratuita fino a pochi giorni prima della partenza, se disdico entro una certa data non pagherò penali. Per tutto il tempo in cui ho cercato informazioni, via via che prendeva corpo il viaggio, ho prenotato i biglietti del treno, dell’autobus, considerato cosa portare con me e cosa non portare.

La cosa sulla quale ero più indecisa era l’acquisto dello Stockholm pass, in primo luogo per il costo elevato, poi perché avrei comunque dovuto abbinarci la carta dei trasporti con l’abbonamento settimanale e almeno due giorni con biglietti extra, in fine perché questo genere di carta ti vincola a un percorso prestabilito e per sfruttarla non sei libera di fare ciò che ti suggerisce l’estro del momento. Pochissimi giorni prima della partenza il sito ufficiale del pass, al quale mi ero iscritta per ricevere le ultime novità sulla città, mi ha inviato una mail con la possibilità di avere uno sconto, così ho deciso di buttarmi e di comprarlo. Sì a volte farsi riempire la casella postale di mail è utile.

Dunque alla partenza avevo già pagato: l’aereo a/r, il treno a/r per Roma, i biglietti del bus dall’aeroporto al centro di Stoccolma e ritorno, il biglietto a/r del treno interno. Restavano da pagare i pernottamenti, ho cambiato tre sistemazioni, e il cibo.

3. Il cibo. Essere vegetariana tutte le volte in cui non posso essere vegana in Svezia comporta che, prima di partire – grazie internet -, mi preoccupi di fare almeno un giro esplorativo sui siti specifici e no, per capire quale offerta veg ci sia – in realtà studiavo la mappa dei ristoranti anche prima di diventare veg, è una questione di forma mentis che, suppongo, si è resa solo particolarmente utile col tempo. Com’è viaggiare da veg in Svezia? partendo dal presupposto che si tratta di un paese in cui la maggior parte delle cose è più cara rispetto all’equivalente italiano, puoi tranquillamente essere veg e mangiare in tanti ristoranti diversi ogni giorno, ma costa. A basso costo ti devi accontentare. A basso costo ti devi accontentare anche dell’alternativa “verde” nelle grandi catene o al supermercato. A esempio Subway, che sembra sempre sporchissimo e sul quale resta impressa una brutta, brutta, storia, ha l’alternativa veg ed è un’opportunità. Perché l’etica non è una cosa per scemi, ma questo è un mondo maledettamente complesso e dobbiamo saper mediare, scegliere e accontentarci di fare del nostro meglio. A Stoccolma trovi al supermercato i tramezzini o i panini con i pomodori sottolio e la verdura, sono piccoli ma molto saporiti ed economici. Non tutti i giorni si può mangiare il panino, così una volta ti prepari un piatto caldo nella cucina dell’ostello, un’altra vai al ristorante super etico che fa anche corsi di yoga ma non ti svuota il portafogli, per fortuna esistono, sono quelli con il buffet o l’All You Can Eat veg, evviva! Da non sottovalutare mai i ristoranti asiatici, cinesi, giapponesi, indiani, thailandesi, che propongono spesso menu vegetariani. Si tratta di studiare TripAdvisor e i blog in lingua inglese, posizionare un paio di nomi per quartiere e sperare che non vadano in ferie. Altrimenti? Altrimenti una lattina di fagioli o di lenticchie si svuota dell’acqua di conserva nel lavandino, si condisce con olio e un pomodorino e si mangia al parco – va bene è un’immagine da barbone, ma se non vuoi spendere vivi così anche da non veg, ne ho esperienza diretta, e comunque i barboni sono miei amici.

4. Il bagaglio. Come ho detto la preoccupazione riguardo all’abbigliamento era pressante. Ho scelto un paese del nord Europa anche per non soffrire il caldo (insolazioni e svenimenti insegnano), ma il troppo freddo o la pioggia torrenziale limitano parimenti la possibilità di visitare. Ho chiesto a chiunque incrociassi cosa mettere in valigia e ho ricevuto risposte diverse, ovviamente, il più delle volte il solito “vestiti a cipolla”. Ognuno ha il proprio vestiti a cipolla, per alcuni è iper sportivo con tessuti sintetici, per altri elegantissimo e/o lanoso, varie le vie di mezzo con abbinamenti soggettivi. Ho portato con me molte cose, le ho usate tutte. Quindici giorni sono tanti e in estate anche in Svezia può far caldo, ho scoperto, magari per poco più di mezz’ora, ma succede, e in quella mezz’ora sudi e poi puzzi. Puzzare in vacanza è orribile, intendo quando esci al mattino tutta coperta, a metà giornata c’è un bel sole caldo, tu sei imbacuccata, sudi e… puzzi! (un po’ scherzo un po’ no) Quindi per un viaggio a Stoccolma in agosto, secondo la mia esperienza, assieme alla biancheria, bisogna portare: magliette a mezze maniche da cambiare giornalmente (una di riserva nello zaino) e da usare sotto al maglioncino o al cardigan (se la fortuna ci arride) con il K-way. Il K-way non deve assolutamente mancare perché pioverà, pioverà spesso e sarà una pioggia pesante, abbinata al vento. Una pashmina (o una sciarpa di lana leggera) serve, perché ci sono il mare e il lago e s’alza il vento, come ho già detto. Pantaloni o fuseaux con scarpe da trekking urbano perché Stoccolma è più grande di quanto ti aspetti. I K-way esistono anche con l’interno imbottito che si stacca, fateci un pensiero perché può fare freddo. Può fare freddo e si avrà bisogno di cose calde per non star male, considerate di portare una “maglia della salute”, perché ho imparato a mie spese cosa significa non averla e bloccarsi con la schiena. Se fa caldo meglio, si sfilano le maglie, ma tanto non sarà mai il caldo del sud. L’opzione “porto poche cose perché tanto le lavo/ compro lì se proprio necessario” è davvero, davvero, poco praticabile, perché c’è umidità e non riuscirete ad asciugare un maglione velocemente, se non a particolari condizioni, tipo avere un’asciugatrice, e perché lì tutto è molto più caro – perfino i calzini di H&M, che qui costano poco, lì hanno un rincaro che può pesare sul vostro budget.

5. La lingua e il denaro. Lo svedese ha la grammatica dell’inglese e la pronuncia che suona come un mix di sapore slavo e molto tedesco, almeno così mi sembra. Se il vostro intento è fare solo un piccolo viaggio per spuntare il paese dalla lista dei “posti da visitare almeno una volta nella vita”, non avrete bisogno di imparare la lingua, certo sapere come si dice grazie (Tack!) aiuta a rendersi simpatici. La maggior parte degli svedesi, ossia tutti quelli al di sotto dei 40 anni e moltissimi al di sopra, parla inglese, in certi casi con qualche imprecisione (ammessa da loro stessi, con sorprendente modestia), ma se vi parlano è per farsi capire e non vi metteranno in soggezione. Se siete fissati con le lingue, come me, potrete usare Duolingo sul vostro smartphone per imparare qualche forma base dello svedese, buona fortuna!
La Svezia non ha aderito all’Euro questo significa che ha mantenuto la sua moneta, la Corona svedese, in svedese Krona, che vale più dell’Euro e troverete indicata o come Kr o come SEK. Nel momento in cui scrivo il cambio segna 1 € = 9.5418 SEK, ossia 10 euro valgono circa 96 SEK, il cono gelato più piccolo al Cafe Jarntorget, Gamla Stan, costa 50 Sek (5 euro e 30 circa, è buonissimo però!). Saranno gli sms di notifica della banca a segnalarvi il prosciugamento del conto, poiché la Svezia ormai è quasi del tutto un paese cash free, ossia si paga con la carta ovunque, anche nei bagni della stazione (mi successo a Göteborg). Alcuni musei non accettano pagamenti in moneta e quindi, semplicemente, non si entra senza carta. Ho utilizzato sia il circuito Visa che il circuito Mastercard senza problemi, ovunque (avevo due carte, una con il budget per cibo e souvenir e l’altra per pagare i pernottamenti).

6. Come mi devo comportare? Le persone in Svezia sono gentili, pazienti, se pensano che sei in difficoltà cercheranno di aiutarti, sono rispettose degli altri, pragmatiche ma con cordialità. Non ho fatto arrabbiare nessuno, quindi non conosco il limite massimo di sopportazione se gli dai fastidio, probabilmente è meglio non scoprirlo. Sicuramente farai una brutta figura se salterai la fila, se lascerai in giro la tua immondizia, se interromperai la guida mentre parla o cercherai di ottenere informazioni da chi è intento in qualcosa (che a te sembra meno importante della tua richiesta, qualsiasi sia). Urlare alle persone o tra persone, avvicinare gli altri con fare aggressivo e fissare è mal visto. Questa è la mia esperienza. Le persone che vivono in Svezia appaiono ben disposte verso gli altri, devastare questa apertura significa lasciare un’immagine negativa di sé e, a lungo andare, favorire la nascita di un pregiudizio verso la tua cultura di origine, anche se tu non sei tutti quelli che vivono nel tuo paese, ma le etichette funzionano così (e vale in tutto il mondo).

Una delle maggiori preoccupazioni in viaggio è la sicurezza, la domanda più frequente nei gruppi di viaggiatrici (e viaggiatori) è “ma la sera esci da sola?”, la mia risposta è sì, esco da sola e torno tardi. Non sono ancora mai andata in luoghi lontani che hanno, a torto o ragione, una cattiva fama, fino a oggi ho viaggiato in Europa e in città, questo rende molto più semplice muoversi di sera (o è un pregiudizio positivo?), molte persone hanno comunque paura di uscire anche nelle città europee. Stoccolma mi è sembrata una città molto sicura, nonostante un’evacuazione della metropolitana e una sorta di blanda schermaglia tra un gruppo di ragazzi e la polizia. Episodio quest’ultimo che ho classificato come marginale, circoscritto alla zona della stazione centrale – zona sempre sensibile. Per il resto sono tornata in ostello da sola tutte le sere, anche dopo mezzanotte, certo ho l’accortezza di prendere ostelli e alberghi in zone centrali e ben servite dai mezzi pubblici, è un principio chiave. A Malmö non ho mai girato di sera, perché ero troppo stanca e ho considerato la città solo come punto di appoggio. In generale non mi ha trasmesso grande positività, ma quanto di questo è reale e quanto dovuto al pregiudizio generato dai racconti letti in rete – veri? esagerati? – che vogliono una Malmö “bomba ad orologeria della violenza”? Non ho avuto problemi, un autista dell’autobus è stato forse meno cortese di quanto mi aspettassi, ma erano le otto del mattino e io pure farfugliavo. Insomma, a mio parere, la Svezia è un posto sicuro, ovviamente bisogna prestare attenzione come si fa dappertutto.

Tecnicamente

Tack så mycket!

Berlino – Diario di viaggio #2

La mia camera è al piano terra, la finestra affaccia su un cortile laterale dell’albergo, la tengo aperta o chiusa mentre mi preparo? facciamo finestra aperta e serranda chiusa ma che passa l’aria. Alle nove faccio colazione, prima di partire ho scritto una mail all’albergo per sapere se avrei trovato il latte di soia a colazione e l’asciugacapelli in camera. Niente latte di soia, asciugacapelli presente.
La sala per la colazione è attigua alla hall, i tavolini sembrano quelli di un vecchio caffè di provincia, ai muri quadretti di Berlino, Potsdam e un luogo di cui non c’è indicato il nome, le persone si sorridono e si avvicendano al piccolo buffet internazionale, costantemente rifornito dalla cameriera in divisa seria e silente. La scelta per me è scarsa, prevalgono fette di prosciutto e uova, sia sode che spumose, yogurt e pomodori, ma non è che a casa mangi chissà cosa. Spalmo marmellatine e margarina sul pancarré, bevo tè Early Gray e spremuta d’arancia. Porto via una mela per lo spuntino di metà mattina.

Berlin, Germany. Photo@LillaRainbow

Dunque è domenica, benché il cielo non splenda la temperatura è gradevole, decido di visitare il campo di concentramento di Sachsenhausen che si trova a Oranienburg, a nord di Berlino. Ci arrivo in treno da Potsdamer Platz, impiegando più di un’ora di viaggio, poi mezz’ora di attesa del bus (strapieno) che dalla stazione di Oranienburg porta al campo. Avrei voluto fare un giro anche del paesino, poiché vi sono un castello, un parco e altri monumenti, ma preferisco dedicarmi al campo, so che sarà emotivamente impegnativo. È il secondo campo di concentramento che visito dopo Dachau.

Sachsenhausen, Berlin, Germany. Photo@LillaRainbow.

Sachsenhausen si accede, gratuitamente, passando per il centro visitatori dove prendo una piantina e l’audio guida in italiano per tre euro. Volendo ascoltare tutte le voci il percorso di visita dura circa cinque ore, passo a Sachsenhausen tutto il giorno.

Sachsenhausen, Berlin, Germany. Photo@LillaRainbow.

Prima di entrare effettivamente nel campo di concentramento si percorre un lungo tratto di strada che ne costeggia la recinzione esterna, a metà circa compaiono dei pannelli che illustrano con foto d’epoca e citazioni la liberazione di gruppi specifici di prigionieri, come quelli scandinavi liberati con con l’operazione “white busses”, e l’utilizzo della via di transito.

Sachsenhausen, Berlin, Germany. Photo@LillaRainbow.

A sinistra dell’effettiva entrata c’è un boschetto con lapidi e sculture che ricordano le sorti di alcuni prigionieri politici perseguitati e internati durante la Seconda Guerra mondiale. A destra dell’entrata c’è un piccolo centro espositivo/commemorativo.

Scultura di Marie-Josée Kerschen. Sachsenhausen, Berlin, Germany. Photo@LillaRainbow.
Sachsenhausen, Berlin, Germany. Photo@LillaRainbow.

Probabilmente una delle storie più toccanti di cui ho letto è quella di Rosa Broghammer. A sedici anni Rosa lavora in una fabbrica nella Foresta Nera, incontra e si innamora di Marcel Sebat, condannato ai lavori forzati, i due hanno un figlio, Peter. Le loro conversazioni vengono spietate dalla polizia su segnalazione dei vicini delatori. La coppia divisa fa il giro di diversi campi di concentramento, in particolare Rosa ne cambia molti, passando per Ravensbrück fino ad arrivare a Sachsenhausen.

A guerra finita, senza mai più aver rivisto suo figlio e il suo compagno, Rosa muore per le complicazioni di una infezione tubercolare nell’ospedale da campo dello stesso Sachsenhausen. Una stele commemorativa fatta erigere dal figlio Peter ricorda la vicenda di Rosa Broghammer morta a un passo dalla libertà.

Sachsenhausen è stato prevalentemente un campo di internazione e lavoro forzato per prigionieri politici, vi si producevano suole per le scarpe, a esempio, una grossa parte delle attività era però destinata agli esperimenti medici, condotti su adulti e bambini. I bambini venivano infettati con varie malattie di cui si studiava il decorso, fino alla morte dei malati, a volte i piccoli venivano operati senza anestesia oppure le ferite venivano lasciate aperte per continuare ad analizzarle.

Sachsenhausen, Berlin, Germany. Photo@LillaRainbow.

Il campo è molto grande e la sua organizzazione tra infermeria, sale per le autopsie, mense, forni, sotterranei, baracche comuni e abitazioni per internati speciali era molto complessa. Sorto nel 1936 ha cessato definitivamente la sua attività solo alla fine degli anni Cinquanta, poiché fu utilizzato anche dalla DDR. Funzionava così bene che rappresentò il prototipo di tutti i campi di concentramento sorti durante la Seconda Guerra mondiale. La foto aerea sottostante, scattata a metà degli anni Quaranta, mostra l’architettura e le dimensioni del campo.

Sachsenhausen, Berlin, Germany. Photo@LillaRainbow.

Appelli, selezione, marcia, lavoro e punizioni scandivano le giornate degli internati che morivano spesso di fame, infezioni, e freddo.

Sachsenhausen, Berlin, Germany. Photo@LillaRainbow.

Nelle strutture ancora in piedi vi sono esposti innumerevoli documenti materiali, archivi cartacei, fotografici e audio del periodo di attività.

Sachsenhausen, Berlin, Germany. Photo@LillaRainbow.

Pranzerò sul tardi al punto ristoro del campo con un cous cous con feta e un pretzel buonissimo, spendendo meno di dieci euro.

Alla chiusura esco che ho pianto e ho mal di testa, la giacca di cotone pensante mi ripara dal vento che si è alzato nel pomeriggio.
Per tornare alla stazione di Oranienburg dovrebbe esserci un bus, ma dopo più di quaranta minuti di attesa comincio a disperare, forse di domenica pomeriggio non passa? Una famiglia pugliese è rimasta fino alla chiusura come me ed è senz’auto, decidiamo così di andare a piedi assieme attraversando il paesino e sperando che non si metta a piovere. A metà percorso incrociamo però il bus che prendiamo al volo e ci porta alla stazione. Il rientro a Berlino è occupato dalle chiacchiere tra suditaliani in vacanza, loro abbastanza sorpresi che io vada in giro tutta sola.

Info utili

Gedenkstätte Sachsenhausen
Straße der Nationen 22
16515 Oranienburg
Germania

http://www.stiftung-bg.de/gums/en/index.htm

Per arrivarci si prende la linea S1 da Potsdamer Platz, treno direzione Oranienburg, biglietto zona ABC o abbonamento ABC. Dalla stazione di Oranienburg si prende l’autobus  804 o l’821 per raggiungere il campo, passano ogni ora o due se festivo, oppure si raggiunge a piedi.

https://www.visitberlin.de/it

Berlino – Diario di viaggio #1

Collage Berlino Lilla Rainbow

Sabato 13 agosto, arrivo a Schönefeld (SXF) nel pomeriggio e per raggiungere l’albergo prendo due autobus e una metro. Si susseguono i nomi delle fermate principali da Rudow a Möckernbrücke. Le persone anziane sono gentili e se capiscono che sono italiana accennano una vecchia canzone o citano un luogo di villeggiatura degli anni Cinquanta, i tedeschi sono sentimentali.
L’Hotel Delta, un albergo a basso costo ma dignitoso, per anziani tedeschi e famiglie in viaggio, si trova in una zona vicino a un grande sexy shop e dei ristoranti arabi e indiani, a breve distanza dal Kulturforum. Dopo il check-in esco a fare due passi. La distanza tra albergo e Potsdamer Plz non è poca, ma ho voglia di girare, passo davanti al museo del Lego, c’è un’enorme giraffa fatta tutta di piccoli mattoncini gialli, sulla strada pezzi di Muro di Berlino coperti di gomme da masticare sembrano pronti per essere rimossi, il presente è storia; arrivo al Tiergarten, mi sembra bellissimo, vorrei togliermi le scarpe e stare sull’erba a piedi nudi, ma comincia a fare sera, lo supero e sono al Denkmal für die ermordeten Juden Europas, ossia il Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa. L’atmosfera rilassata contrasta con l’austerità dolorosa del Memoriale, imparerò che questa è una caratteristica costante di Berlino. Scatto qualche foto, mi domando quale sia realmente il modo giusto di comportarsi, ho visto le immagini di altri visitatori e visitatrici che saltano, ballano e si divertono tra questi lugubri blocchi grigi, tra di essi le voci risuonano lontane, le prospettive sono alienanti eppure, nonostante tutto, il labirinto è una sorta di invito al gioco. Il Memoriale è al centro di una piazza circondata da fast food e negozi di souvenir, ed è inevitabile che le persone lo attraversino senza prestare davvero attenzione, suppongo che abitando qui, a un certo punto, mi abituerei anch’io, ricordare è uno sforzo, il dolore è fatica.

Seguo la strada a sinistra della piazza, poi giro a destra e raggiungo Samâdhi, il ristorante vegetariano che ho trovato in rete. Ha delle buone recensioni, il personale è gentile, ci sono pochi avventori, forse per l’orario, sarà troppo tardi o troppo presto? scelgo dal menu una zuppa con i WanTan, un piatto di riso, tofu e verdure stufate, entrambi buonissimi, una birra, costo entro i 25 euro. Di fronte a me una donna elegante e un uomo giovane parlano sotto voce, ogni tanto lei mi guarda, suppongo che le ore di viaggio si vedano tutte sulla mia faccia. Vinco le reticenze e scatto delle foto ai piatti. Dopo di loro il tavolo verrà occupato da una coppia giovane, bionda e più informale.

Prendo la via del ritorno e  passo per il centro commerciale Mall of Berlin. I negozi, quasi tutti di lusso, sono chiusi, funzionano le scale mobili però e così faccio un giro al primo piano, i camerieri chiudono un bar ritirando i tavolini. C’è un negozio di Kusmi Tea, vorrei prenderne una confezione, ma poi lo dimentico. I centri commerciali, è vero, si somigliano un po’ tutti, qualsiasi sia l’architettura, bella o brutta, qualsiasi sia la lingua dei cartelli e dei cartellini, le suggestive vetrine di design illuminate dall’interno, grandi specchi e schermi in HD, coi manichini filiformi che abitano in silenzio la sera.

A Leipziger Plz ancora viva di ragazzi e ragazze che tornano a casa o si apprestano ad andare per locali prendo il bus M48 che mi avvicina all’albergo. L’insegna dell’Hotel è verde, le luci del caffè vicino sono rosse, quelle dei lampioni arancioni. La hall è vuota, vado in camera a riposare.

Hackmeeting 2015

Lo scorso fine settimana sono stata con la mia amica Pinkhair all’Hackmeeting, l’incontro annuale sul web e le sottoculture digitali. Tra un seminario e l’altro abbiamo praticato un po’ di streetching e mangiato del riso con zucchine, pomodorini e zafferano davvero buono!

“Hackmeeting” is the meeting on digital culture that are critical and aware than the new digital communication technologies.

Vegan is the most inclusive.

Self-management means participation. Pinkhair and I,  or rather our feet.

Sitografia pittaforme e collettivo Ippolita:

http://noblogs.org
http://autistici.org
http://www.ippolita.net

Gusto Italia un “all you can eat” a Km zero

Amici romani mi riferiscono che Gusto Italia, la fraschetta vegana, ha chiuso (dicembre 2016) ma riaprirà prossimamente.

The veg fraschetta  in Rome!

L’esperienza che si fa del cibo è parte essenziale del viaggio. Ricordo gite scolastiche con un panino e una coca, viaggi itineranti con soste in autogrill e viaggi in cui approfittare del buffet libero della colazione, per mettere assieme anche il pranzo. A dettare legge, per la maggior parte delle persone, sono soprattutto le esigenze di risparmio, forse anche un’attitudine a divorare qualcosa di frugale, per visitare il più possibile in un breve arco di tempo. Superata una certa soglia, che vorrei definire di maturità personale e non d’età generale, le esigenze sembrano cambiare (per chi ho conosciuto, me compresa). Non solo ho maturato il desiderio di stare seduta al tavolo a mangiare con calma, oggi ho anche la necessità di mangiare il più possibile etico. In alcune città è facile trovare degli ottimi ristoranti veg*ani, in altre è difficilissimo e devi accontentarti un po’.

Questa volta ho scoperto a Roma un nuovo locale, ex negozio di frutta e verdura, prima trasformatosi in locale per aperitivi “onnivori”, poi votatosi alla cucina veg*ana. La tavola perfetta ha come piatto principale l’affetto, di contorno una buona cucina. L’unica buona cucina che oggi riconosco è quella che unisce l’arte culinaria al basso impatto. Sì, ho la fortuna di frequentare “romans” che amano la buona tavola etica! Il ristorante, che sarebbe meglio definire una fraschetta, si chiama Gusto Italia e offre un “all you can eat” a 12 o 16 euro. Niente menu, il proprietario serve i piatti accompagnandoli con minuziose descrizioni e incitando a commentare. Mettete da parte la timidezza e rilassatevi. L’ambiente è informale e semplice, con un servizio senza fronzoli ma cordiale. Ciò che rende davvero interessante Gusto Italia è la qualità della cucina, i piatti sono saporiti e gli ingredienti genuini, tutto a un prezzo davvero contenuto.

The “fraschetta” is a typical Roman restaurant where you can eat traditional food and buy local products. They are informal, and often have a set menu or cook with fresh ingredients of the day.

Sette portate profumate per sei persone, pane, abbiamo bevuto dell’acqua, ma perché il caldo era avvilente. I gelati al melone e all’anguria sono deliziosi. Un solo difetto, i bicchieri e i piatti di plastica, cambiando quelli diventa tutto super perfetto!

Gusto Italia Ristorante vegano/vegetariano, si trova in via dei Monti Tiburtini 566 a Roma, Italia. Per raggiungerlo bisogna prendere la metro B, da Termini direzione Rebibbia e scendere alla fermata di Monti Tiburtini. Attenzione a non prendere il treno Rebibbia-Jonio, che non ferma Monti Tiburtini.

Gusto Italia Restaurant vegan / vegetarian, is located in Via dei Monti Tiburtini 566 in Rome, Italy. To reach Gusto Italia you have to take line B from Termini to Rebibbia and get off at Monti Tiburtini. Be careful not to take the train Rebibbia-Jonio, that doesn’t stop Monti Tiburtini.

Una passeggiata al Coppedè

A walk in Coppedè, a magical the district in Rome.

Nel fine settimana sono stata a Roma per il Pride 2015. Prima di partecipare alla parata per l’orgoglio e i diritti di tutte le persone, ho visitato una delle zone più affascinanti e meno conosciute dalla massa di turisti della città eterna, il Coppedè. Volevo fare questa passeggiata al Coppedè da tanto tempo! Ho preso per mano la mia amica Ricciolina e abbiamo sfidato la calura con passo svelto ed entusiasmo.

coppepiedi

A dispetto del nome il quartiere Coppedè non è un vero quartiere, si trova infatti nel quartiere Trieste ma, per la coerenza stilistica degli edifici che costituiscono il complesso urbanistico, viene citato come quartiere. Opera dall’architetto e scultore fiorentino Gino Coppedè, che lo realizzò nei primi del Novecento, la particolarità di questo complesso è proprio nel tipo di architettura, fantasiosa e fiabesca, magica a dir poco. Ogni edificio riporta simboli misteriosi e della natura che si mescolano a elementi storici e mitologici, anche della romanità nella scelta dei materiali, il travertino.

COPPE1

I nomi degli edifici sono quanto di più evocativo possa esserci per un’amante delle favole: Villino delle Fate, Palazzo del Ragno, Fontana delle Rane. Mascheroni, divinità, riferimenti culturali romani e greci, immagini sacre, esoterismo c’è di di tutto al Coppedè che, pur essendo nato in epoca fascista, non presenta alcuna caratteristica dell’architettura razionalista di quel periodo ed è, anzi, originale e ingegnoso.
Un mix di Liberty e Classicismo, Neogotico e Rinascimento, teatrale, antico e contemporaneo si mescolano per dare vita a un set suggestivo.

COPPE CAPOCCIA

Non a caso, per il grande ingresso sormontato da un maschernone del Palazzo del Ragno su piazza Mincio, Coppedè si ispirò a “Cabiria“, film del 1914 sceneggiato da Gabriele D’Annunzio. Ma il legame con il cinema è doppio, proprio qui sono stati girati “L’uccello dalle piume di cristallo” e “Inferno” di Dario Argento, “La ragazza che sapeva troppo” di Mario Bava, “Il presagio” di Richard Donner, alcune scene di “Il profumo della signora in nero” di  Francesco Barilli, “Ultimo tango a Zagarolo” di Nando Cicero e“Audace colpo dei soliti ignoti” di Nanni Loy.

FONTANA.JPG

Racconta la leggenda che i Beatles, usciti dal Piper, la famosissima discoteca che si trova qui vicino, abbiano fatto un bel bagnetto proprio nella Fontana delle rane.

COPPE FATE
Molte cose sono nascoste alla vista, questa foto l’ho scattata infilando il braccio in un cancello chiuso.

In due ore di stupore e meraviglia, abbiamo fotografato ogni angolo. La zona appare addormentata, sospesa nel passato. C’è un liceo, ma chi vive al Coppedè tiene i cancelli e le finestre ben chiuse, gli interni, infatti, non si possono visitare. Chissà quali meraviglie nascondono.

COPPE PART
Altro esempio di meraviglia nascosta, la fato è pessima perché ho dovuto zummare al di sopra di un inferriata, non vedevo nemmeno cosa avrei fotografato.

Arrivare al Coppedè è facile, bisogna muoversi sulla metro B,  da Termini in direzione Rebibbia, e scendere alla fermata Policlinico. Dalla fermata Policlinico si prende il tram numero 3, oppure l’autobus 19, così si arriva a piazza Buenos Aires, una volta qui bisogna inforcare via Tagliamento.

COPPE SALA.JPG

Coppedè is easy to get to, you have to move on metro B from Termini towards Rebibbia and get off at Policlinico. From Policlinico you take the tram number 3, or bus 19, so you get to Piazza Buenos Aires, once here you have to get on via Tagliamento.

Su piazza Buenos Aires affaccia la chiesa di Santa Maria Addolorata, anch’essa costruita nei primi del Novecento, ma in stile romanico-bizantino. Architettonicamente rappresenta, quindi, un bellissimo falso storico.

CASE

Chi torna a Roma per la terza o quarta volta, secondo me, può mettere da parte piazza San Pietro e il Colosseo, per iniziare a conoscere in modo più approfondito la Roma che non ti aspetti. Beh, a meno che non vi interessino esclusivamente quei due posti.

Sitografia del Quartiere Coppedè

Bibliografia

Il fantastico quartiere Coppedè tra simboli e decorazioni, Giovanna Pimpinella, Caramanica 2008.

Una passeggiata al Coppedè

A walk in Coppedè, a magical the district in Rome.

Nel fine settimana sono stata a Roma per il Pride 2015. Prima di partecipare alla parata per l’orgoglio e i diritti di tutte le persone, ho visitato una delle zone più affascinanti e meno conosciute dalla massa di turisti della città eterna, il Coppedè. Volevo fare questa passeggiata al Coppedè da tanto tempo! Ho preso per mano la mia amica Ricciolina e abbiamo sfidato la calura con passo svelto ed entusiasmo.

coppepiedi

A dispetto del nome il quartiere Coppedè non è un vero quartiere, si trova infatti nel quartiere Trieste ma, per la coerenza stilistica degli edifici che costituiscono il complesso urbanistico, viene citato come quartiere. Opera dall’architetto e scultore fiorentino Gino Coppedè, che lo realizzò nei primi del Novecento, la particolarità di questo complesso è proprio nel tipo di architettura, fantasiosa e fiabesca, magica a dir poco. Ogni edificio riporta simboli misteriosi e della natura che si mescolano a elementi storici e mitologici, anche della romanità nella scelta dei materiali, il travertino.

COPPE1

I nomi degli edifici sono quanto di più evocativo possa esserci per un’amante delle favole: Villino delle Fate, Palazzo del Ragno, Fontana delle Rane. Mascheroni, divinità, riferimenti culturali romani e greci, immagini sacre, esoterismo c’è di tutto al Coppedè che, pur essendo nato in epoca fascista, non presenta alcuna caratteristica dell’architettura razionalista di quel periodo ed è, anzi, originale e ingegnoso.
Un mix di Liberty e Classicismo, Neogotico e Rinascimento, teatrale, antico e contemporaneo si mescolano per dare vita a un set suggestivo.

COPPE CAPOCCIA

Non a caso, per il grande ingresso sormontato da un maschernone del Palazzo del Ragno su piazza Mincio, Coppedè si ispirò a “Cabiria“, film del 1914 sceneggiato da Gabriele D’Annunzio. Ma il legame con il cinema è doppio, proprio qui sono stati girati “L’uccello dalle piume di cristallo” e “Inferno” di Dario Argento, “La ragazza che sapeva troppo” di Mario Bava, “Il presagio” di Richard Donner, alcune scene di “Il profumo della signora in nero” di  Francesco Barilli, “Ultimo tango a Zagarolo” di Nando Cicero e“Audace colpo dei soliti ignoti” di Nanni Loy. Si tratta di un luogo che ispira!

FONTANA.JPG
(Sarebbe ora di comprare una nuova macchina fotografica)

Racconta la leggenda che i Beatles, usciti dal Piper, la famosissima discoteca che si trova qui vicino, abbiano fatto un bel bagnetto proprio nella Fontana delle rane.

COPPE FATE
Molte cose sono nascoste alla vista, questa foto l’ho scattata infilando il braccio in un cancello chiuso.

In due ore di stupore e meraviglia, abbiamo fotografato ogni angolo. La zona appare addormentata, sospesa nel passato. C’è un liceo, ma chi vive al Coppedè tiene i cancelli e le finestre serrate, gli interni, infatti, non si possono visitare. Chissà quali meraviglie nascondono.

COPPE PART
Altro esempio di meraviglia nascosta, la foto è pessima.

Arrivare al Coppedè è facile, bisogna muoversi sulla metro B,  da Termini in direzione Rebibbia, e scendere alla fermata Policlinico. Dalla fermata Policlinico si prende il tram numero 3, oppure l’autobus 19, così si arriva a piazza Buenos Aires, una volta qui bisogna inforcare via Tagliamento.

COPPE SALA.JPG

Coppedè is easy to get to, you have to move on metro B from Termini towards Rebibbia and get off at Policlinico. From Policlinico you take the tram number 3, or bus 19, so you get to Piazza Buenos Aires, once here you have to get on via Tagliamento.

Su piazza Buenos Aires affaccia la chiesa di Santa Maria Addolorata, anch’essa costruita nei primi del Novecento, ma in stile romanico-bizantino. Architettonicamente rappresenta, quindi, un bellissimo falso storico.

CASE

Chi torna a Roma per la terza o quarta volta, secondo me, può mettere da parte piazza San Pietro e il Colosseo, per iniziare a conoscere in modo più approfondito la Roma che non ti aspetti. A meno che non interessino esclusivamente quei due posti.

Sitografia del Quartiere Coppedè

Bibliografia

Il fantastico quartiere Coppedè tra simboli e decorazioni, Giovanna Pimpinella, Caramanica 2008.