Categoria: Arti
Janis Joplin – Magic Of Love
“Magic Of Love”
Alright,
You went away, had your chance to say
“I love you and I need you baby”
Yeah, but even if
Honey, I told you daddy now
You wouldn’t believe me anyway, no, no, no.
Maybe you will now,
I’ve changed a lot somehow,
Let me do what I say.
Come back and believe my love,
Please! Now, come back and believe my love,
Come back, and believe the magic of love.
Oh, I want the light without the darkness
I want the sky without the sun, yeah!
When do the stars and the moon reach out ?
When they see me alone without my loved one, yeah!
Oh, now baby, don’t you hear me,
Won’t-t-t-t-t-t-t you hear me I gotta, gotta, gotta, gotta, gotta tell you,
Oh baby, baby, baby, baby, baby,
Honey, I just gotta tell you now,
Honey, I wanna tell you that I want you to dig it!
Now if you believe in magic,
Don’t be afraid, afraid to use it, baby,
No, no, no, no, no, no, come on home
Dressed in the mystic silk
Or wearing rich rags and waste
Darling, please!
Come on back to me
I know we can be
Part of a magic race.
Come back, and believe my love
Come back, please believe my love
Come back and believe the magic of love.
Hey! Now come back, babe, and believe my love
Come back, please believe my love
Come back and believe the magic of love.
I 100 libri della BBC

In facebook gira questo meme o “catena di sant’Antonio”, che vorrebbe la BBC impegnata in un sondaggio sul numero di libri letti in una lista di 100 titoli. Il meme riporta che “la maggior parte delle persone ha letto solo 6 libri tra questi 100”. In realtà la BBC si era limitata a stilare una lista di 100 titoli favoriti nel Regno Unito, qui. La lista rimaneggiata e associata alla falsa notizia sta facendo il giro della terra. Chiarita la questione e volendo partecipare al gioco incollo di seguito la lista che circola in lingua italiana, in neretto ci sono i libri che ho letto io, sono più di 6 😉
Runs In The Family “Who Killed Amanda Palmer”
My friend has problems with winter and autumn
they give him prescriptions, they shine bright lights on him
they say it’s genetic, they say he can’t help it
they say you can catch it – but sometimes you’re born with it
my friend has blight he gets shakes in the night
and they say there is no way that they could have caught it in
time takes its toll on him, it is traditional
it is inherited predisposition
all day i’ve been wondering what is inside of me, who can i blame for it
i say:
it runs in the family, this famine that carries me
to such great lengths to open my legs
up to anyone who’ll have me
it runs in the family, i come by it honestly
do what you want ‘cause who knows it might fill me up
my friend’s depressed, she’s a wreck, she’s a mess
they’ve done all sorts of tests and they guess it has something to do
with her grandmother’s grandfather’s
grandmother civil war soldiers who
badly infected her
my friend has maladies, rickets, and allergies that she dates back to
the 17th century
somehow she manages – in her misery – strips in the city
and shares all her best tricks with me?
well, i’m well. well, i mean i’m in hell. well, i still have my health
(at least that’s what they tell me)
if wellness is this, what in hell’s name is sickness?
but business is business!
and business
runs in the family, we tend to bruise easily
bad in the blood i’m telling you ‘cause
i just want you to know me
know me and my family
we’re wonderful folks but
don’t get too close to me ‘cause you might knock me up
mary have mercy now look what i’ve done
but don’t blame me because i can’t tell where i come from
and running is something that we’ve always done
well and mostly i can’t even tell what i’m running from
i run from their pity
from responsibility
run from the country
and run from the city
i can run from the law
i can run from myself
i can run for my life
i can run into debt
i can run from it all
i can run till i’m gone
i can run for the office
and run from the ‘cause
i can run using every last ounce of energy
i cannot
i cannot
i cannot
run from my family
they’re hiding inside me
corpses on ice
come in if you’d like
but just don’t tell my family
they’d never forgive me
they’ll say that i’m crazy
but they would say anything if it would
shut me up…..
Zaha Hadid – MAXXI Museum Art XXI
Zaha Hadid

“the works on show reflect hadid’s vision
of a new urbanism which blends art, architecture and design.”
Fonte: designboom.com
Una coincidenza Tanizaki e Pirandello
Chissà se l’uno aveva letto l’altro, se solo si conoscevano letterariamente, o se c’è una relazione reale tra le due novelle, visto che quella di Tanizaki pare fosse scritta pensando a una trasposizione cinematografica, venne poi realizzata, sceneggiata e trasformata, nel 1983 da Takechi Tetsuji, mentre l’altra di Pirandello è diventata un atto unico nel 1923. Coincidenze. Forse non c’è relazione invece.
I rapporti tra il concetto di maschera, il conflitto tra vita e forma, nodo della produzione pirandelliana, e il rapporto tra convenzioni e vita reale, oggi virtualità e realtà, tipici della cultura giapponese, è sorprendente.
Noti i rapporti tra Kurosawa e le tematiche pirandelliane.
La stessa Storia di Tomoda e Maztunaga, sempre di Tanizaki, può ricordare, in qualche modo, Il fu Mattia Pascal.
Quaranta quartine di Patrizia Valduga
Ancora: nero senza fine, nero
come nera matrice di ogni nero,
ma tutta luce, ancora, senza nero
materia della mente e spasmo nero.
La sento la mia vita, me la imparo,
fino al fegato adesso, fino al fiele;
oh nera un tempo enorme senza chiaro,
fedele della notte più infedele.
E’ lungo questo tempo senza fine
il mio cuore senza fine nel tempo.
E’ nero lungo un tempo senza fine
per non morire prima del suo tempo.
Vuota il tuo sacco, su, parla, poetessa:
io fiorisco e disfoglio e rigermoglio
per dare la procura di me stessa
a chi non può o non vuole quel che voglio.
Dicevo: Amore mio, vorrei annegare
nell’acqua chiara dei tuoi occhi chiari,
finire finalmente di aspettare
giovani giorni, cari giorni chiari.
Per me dentro di me oltre la mente
il suo corpo su me come una coltre
ma oltre il corpo in me furiosamente
in me fuori di me oltre per oltre…
Sta’ zitto, cuore. Taci, anima nera.
Ora so quel che c’era da sapere.
Principio di purpurea primavera?
Quattro colpi di cazzo e ho da godere?
Biancore di ossa… bianco dissolvente
grida nel nero… Grido che lo sento:
ma come una struttura della mente,
come la costrizione al godimento.
Poi una lancia di luce sulla faccia…
Chiudi gli occhi, non quelli azzurri!, gli altri,
se l’anello d’acciaio delle braccia
scaglia altro nero dentro gli occhi scaltri.
Superba mendicante dell’amore,
scongiuravo: Fa’ ammenda alla mia fame,
dammelo ogni mio oggi il pane amore,
liberami dai mali, amore. Amen.
Dove sei, gli chiedevo, col mio cuore?
Ho freddo e ho per amante la mia mano
E faccio sogni e sogni di terrore
e non ho tregua qui e invanisco in vano.
Cosa fai, gli chiedevo, col mio cuore?
Quanto disti da me, in linea retta?
Quanti chilometri di batticuore?
Quando mi dai l’amore che mi spetta?
Una boccata di buio? No. Meno.
Nemmeno. Abbocca, carne di carnaio!
Lecca le labbra, vieni, vieni almeno…
Io più in alto di te cado, scompaio…
Così: una e molteplice, infinita
negli insiemi infiniti della mente,
e cripta di reliquie in morte e in vita,
io solo questo so: che non so niente.
Ma l’estasi, ma l’io senza più io?
Da cinquant’anni ormai io chiedo ai cieli
un cuore perpendicolare al mio
e mi arrivano tutti paralleli.
Oh, l’inutilità di questi affanni
la conosco a memoria, inutilmente;
e nel peso degli utili e dei danni
connetto notte a notte e niente a niente.
Al terribile triste unico mondo
far fronte, sempre, fargli sempre guerra!
Seppelliti nel nero fino in fondo
noi nero delle ossa sottoterra…
E anche con lui era come masturbarmi,
mai matura, scentrata e senza centro.
Di grazia, gli chiedevo, vuoi insegnarmi
a venire assieme a te con te dentro?
Dài, maledetto! Amore, dài, sii buono,
rimetti insieme tutte le mie tessere
per farmi essere quella che sono
e che ancora non ho potuto essere.
E così, per la vita dei miei versi,
dagli occhi, dalla gola, dalle ascelle
io riverso su te, tu mi riversi
le nostre solitudini gemelle.
Dicevo: A conto loro, e di noi stessi,
che faremo della vita anteriore
noi insolvibilità con gli interessi
e sempre in credito verso l’amore?
Ci dava la prigione del destino
solo qualche ora d’aria per l’amore
che per destino ha solo il suo declino.
Si aspetta e si riaspetta e poi si muore.
Egoista dai teneri pensieri,
gli chiedevo: Stai bene di salute?
Le fai l’amore, assolvi i tuoi doveri?
Lo metto in conto delle trattenute.
Perché eravamo onesti, responsabili,
non volevamo dare sofferenza.
Pure fra noi e due stronzi, due contabili,
tu vedi forse qualche differenza?
Se amo, sono grande nel mio amore.
Ma lui lo era? Se amava era grande?
Oh scroscianti radiose e nere ore,
state eludendo tutte le domande!
E gli dicevo: Sì, sentire è tutto.
E tutto in me che sente sente te.
Ti sento in me, ti sento fin nel flutto
del tempo-sangue freddo in tutta me.
Guarda guarda, Patrizia la superba
ammette che la mente non è tutto.
Come erba, più umile dell’erba,
mi prema lui, mi falci lui-mio-tutto.
Osceno e sacro l’amore delibera
stessa sede per sé e per gli escrementi.
Se non mi leghi io non sarò mai libera,
né casta mai se tu non mi violenti.
E tu? Sì, grazie. Senti come piove!
Vuoi che ci amiamo in piedi come i cani?
Di qua. Proviamo. A destra. A destra, dove?
Ho freddo, ho fame. E tu? Grazie. A domani.
Ho fantasie auditive, non visive.
Avesse detto mai: Bambina mia,
adesso vedi… E dato direttive:
Apriti stronza, troia… e così via!
Oppure: Questa torta va finita,
ma devi bere… piena la vescica.
Oh, essere imboccata con le dita,
con altre due ficcate nella fica!
Vuoi che ti dica, dunque, tutto il vero?
Il nero se ne fotte che non viva,
che sia perimetro del mio pensiero.
Dimmi: sono una bambina cattiva?
Avrei finto di non avere voglia,
perché a forza mi facesse volere.
Io voglio che tu voglia che io non voglia:
questa è la verità del mio piacere.
Violentami, costringimi a godere,
fendendomi con tutta la tua forza,
e fa’ di me secondo il tuo volere,
sii il mio flagello, dammi fuoco e forza.
E sempre quella mano sulla fronte…
E l’altra lì, così, due dita sole…
E quando fica e testa sono pronte
Riempile di cazzo e di parole.
Poi chiudere anche gli occhi della mente,
mare del nero e faro del mio mare,
e infine via dal nero finalmente
che si dilata e mi lascia passare.
Oh baciami, biancore di tramonto,
fratello senza pace nella fine,
baciami gli occhi chiusi, chiudi il conto
per l’alba della morte senza fine.
Io mi arrendo, congedo i miei soldati,
la mia legione di sogni e di versi.
Combattete per altri disarmati,
vincete in verità, miei sogni in versi.
No, non ancora. Ancora pochi istanti:
per approssimazioni millimetriche
sempre spietatamente equidistanti
le mani buie, le braccia scheletriche…
Eccomi, ancora. Prendimi per mano:
occorre che mi fermi e mi conforti
perché non posso andare più lontano
perché dopo ci sono solo i morti.
Quaranta quartine di Patrizia Valduga
N.P.
Iniziato il Nov 21, 1997
Finito il Nov 25, 1997
N.P.
Banana Yoshimoto
Giorgio Amitrano (Traduttore)
Feltrinelli
Incipit
“Quello che sapevo era che Sarao Takase, oscuro scrittore, aveva vissuto in America, e durante la sua oscura esistenza aveva scritto una serie di racconti.
Che a quarantotto anni era morto suicida.
Che dalla moglie da cui era separato aveva avuto due figli.
Che i suoi racconti, raccolti in un volume, per breve tempo furono un best-seller in America.
Il titolo del libro: N.P.
Comprende novantasette racconti. Forse per l’incostanza dell’autore, il libro non è che il susseguirsi di storie brevissime, poco più di semplici bozzetti.
Queste cose le avevo sapute da Shōji, il mio ragazzo di un tempo. Era stato lui a ritrovare il racconto n. 98, mai pubblicato, e a tradurlo.
Nel gioco dei Centoracconti al termine della centesima storia accadeva qualcosa. Ma il racconto n. 100 sono stata io a viverlo durante l’estate. Ho la sensazione di averlo vissuto in prima persona, sulla mia pelle. Di essere stata risucchiata in un vortice d’aria nel cielo d’estate. Sì, tutto ciò che è accaduto durante quel breve periodo è stato un racconto.”
pag 9
“Quella mattina mi svegliai all’improvviso. La prima cosa che mi colpì gli occhi fu il cielo trasparente d’estate che filtrava da una fessura della tenda. Il suo colore assomigliava a quello del sogno dal quale mi ero appena svegliata.
Nel sogno piangevo. Mi aveva lasciato uno strascico, come se dal fiume limpido del sogno fossi tornata con una manciata di sabbia dorata.
Piangevo perché ero triste, o perché mi ero liberata di qualcosa di triste? In ogni caso non avrei voluto ancora svegliarmi, pensai confusamente.
Un vento fresco penetrava dalla finestra socchiusa.”
pag 19
Chiedi alla polvere



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