Categoria: arte

Il Teatro Romano di Benevento

Il Teatro Romano di Benevento

Qualche giorno fa sono stata a Benevento, erano sei o sette anni che mancavo dalla cittadina. Le ultime volte che l’avevo visitata i resti longobardi erano malmessi, adesso ho trovato qualche intervento di conservazione e valorizzazione. Ci sono andata per un workshop di camera oscura con un amico e maestro di fotografia, poi ne ho approfittato per girare un po’.
Per la prima volta ho visitato anche il Teatro Romano, in passato non ero riuscita a vederlo.
Il Teatro romano di Benevento risale al I secolo d.C. ed è ancora in uso, infatti mentre lo visitavo stavano allestendo un concerto, di “Max” quale non so. La forma del teatro è quella tipica con cavea, corridoi e gradinate, restano solo due ordini di arcate, in origine poteva essere coperto con velari. Come molti altri teatri romani nel corso del tempo ha cambiato destinazione ed è stato depredato, invaso dalle abitazioni in età medievale, caduto nell’oblio fino alla riscoperta ottocentesca, successivamente è stato recuperato e restaurato. La riapertura al pubblico – leggo da wikipedia – è avvenuta con lo spettacolo “Le donne al parlamento” di Aristofane il 26 giugno del 1957. Oggi è gestito dal Mibact e vi si svolge una stagione lirica e altri spettacoli di Benevento Città spettacolo, il fatto che sia ancora in uso è magnifico.
Una scheda informativa ufficiale si trovano sulla pagina del Comune di Benevento qui, mentre la pagina del Ministero per i beni e le attività culturali non funziona.
Faceva un caldo asfissiante e io avevo sulle spalle il mio zaino con dentro anche il pc, perché tra le altre cose ho pure finito di montare il booktrailer della raccolta di racconti Sguardo Parola e Mito.

Questa voglia di teatro è voglia di vita

Questa voglia di teatro è voglia di vita

Nella foto qui sopra sorrido, perché in quel posto lì, la sede di Coffee Brecht, mi sono divertita e so che mi divertirò ancora, anche se adesso la porta è chiusa. Dentro c’è tutto lo spirito vivo del nostro gioco, lo spirito dell’improvvisazione teatrale.
In questi mesi di fermo sono ingrassata sette kg e mezzo, zoom, google meet e skype mi hanno aiutata a sentirmi meno sola, ma hanno anche trasformato la sedia in una trappola e adesso sento solo tanta, tantissima voglia di correre, di saltare, di stare all’aria aperta e di giocare.

Giocare con gli altri a facciamo che io sono versione adulta ma non troppo, cioè ho voglia di improvvisare, di urlare impro! prima che qualcuno entri in scena, ho voglia di elargire input strampalati ai primini durante la lezione, ho voglia di aver paura di chi sta seduto davanti a me, ma poi pensare che è mio amico e fa il tifo per me.
Ho voglia di muovermi, di ballare, ho voglia di teatro.

Lavoratrici e lavoratori dello spettacolo sono in agitazione perché per loro non c’è un piano di sostentamento in questo periodo di fermo, come se mettere su una piattaforma on line degli spettacoli della Scala di Milano, potesse dar da mangiare a migliaia di artisti locali.

Il teatro è vita per chi lo fa in scena, per chi lo fa dietro il palco, per chi gestisce gli spazi e la comunicazione, per chi ne usa le tecniche per curare ed educare, per l’arte pura e quella bastarda. E’ un rituale, è sacro e si può desacralizzare, è dissacrante e divertente. Ha una dimensione spirituale, intellettuale e materiale. Il teatro è la vita che parla.
Chi non lo sostiene non ama la vita.

Le performance al museo. Attori e musicisti come guide d’eccezione

Le performance al museo. Attori e musicisti come guide d’eccezione

Prima domenica del mese, il Museo di Capodimonte, Napoli, continua felicemente ad aderire alle domeniche gratuite, in più trova il modo di regalare alle persone delle performance che rendono la visita ancora più piacevole, come? Consentendo ad alcuni artisti di esibirsi a cappello nelle proprie sale, le esibizioni sono a tema, ovviamente, quindi attori e attrici si fanno guide d’eccezione del museo. Un pulcinella particolarmente elegante ci racconta della fondazione del Museo, una graziosa dama affascina con le storie dei Borbone e un musicista ci educa all’ascolto attivo della musica attraverso pezzi classici e contemporanei.

Le visite teatralizzate non sono certo una novità, specialmente per chi pratica i musei europei, qui da noi sono ancora rare, e pure rendono l’esperienza molto più gratificante. Se una cosa è gratificante perché non ripeterla? Torniamo dove troviamo il piacere, sempre.

Le figure dei sogni. Marionette, burattini, ombre nel teatro di figura cinese al MANN

Le figure dei sogni. Marionette, burattini, ombre nel teatro di figura cinese al MANN

Uno dei metodi che adotto per superare le festività natalizie senza troppi traumi è quello di usare i giorni di vacanza per visitare le mostre in città. In questo momento e fino al 21 gennaio al Museo Archeologico Nazionale di Napoli c’è una piccola ma deliziosa mostra sui burattini cinesi, il teatro di figura cinese, una tipologia di teatro che ho apprezzato per la prima volta veramente a Lisbona qualche anno fa, città che per la sua storia ha avuto numerosi contatti con l’Asia.
A volte bisogna andare lontano per apprezzare qualcosa di vicino, a Napoli abbiamo le Guarattelle, certo, in Sicilia ci sono i Pupi, ma la scintilla d’amore si è accesa tra museo di Etono-antroplogia e Museu da Marioneta nella capitale portoghese.
A dirla tutta ho fatto esperienza del teatro delle ombre durante un corso di animazione anni fa, per costruire la storia utilizzammo le carte di Propp, le usammo anche per il Kamishibai (un’altra magia orientale), poi disegnammo e ritagliammo i cartoncini delle figure, del paesaggio e degli oggetti, fu un’esperienza affascinante che mi porto dentro, che spero di ripetere prima o poi, e mi fa guardare con meraviglia a quest’arte.

La mostra al MANN espone 92 burattini appartenenti alla collezione privata di Augusto Grilli, già presenti al MAO di Torino, si tratta di burattini a stecca e a guanto di fine XIX e inizio XX secolo, più qualche figura del teatro delle ombre, pochi pezzi che rappresentano una tradizione antichissima e ricca di storie, tra di esse a esempio c’è il famoso Viaggio in occidente, storia classica della letteratura cinese attribuita a Wú Chéng’ēn.

marionette 2

Figure di sogno e di legno.

 

Vasca, Mimmo Paladino

paladino

Ogni volta che torno in un museo, in questo caso a Capodimonte, dove torno almeno una volta al mese, mi trattengo davanti a un’opera che già conosco per capire se vedo qualcosa di nuovo. Vedo qualcosa di nuovo ogni volta.
Vedo qualcosa di nuovo ogni volta che ritorno su un’opera che già conosco, come accade con i libri, una musica. Allora penso a quanto sia davvero utile aver passato un’intera giornata al Kulturforum di Berlino o al Louvre a Parigi, può non significare nulla, nemmeno quando scegli di vedere solo alcune opere per non essere stordita, specialmente nelle quadrerie. Certo è utile visitare i musei anche una sola volta per capire proprio il museo, per iniziare a capirlo almeno, ma se non ci torni resta poco, pochissimo, delle opere.

In questo caso ricordavo che Vasca è molto grande, il rosso prevale, ha degli elementi a rilievo, al centro ci sono degli amanti. A partire dai primi anni Ottanta Paladino comincia a inserire elementi in rilievo nelle sue opere, in particolare Vasca faceva parte del gruppo di opere esposte a Villa Pignatelli nel 1995 in occasione di una personale dell’artista.

Vasca, Mimmo Paladino, particolare, foto LillaRainbow

Mi piace quest’opera, i due amanti sul fondo della vasca sono sospesi nel tempo, le figure che gli ruotano attorno, come un mondo confuso che osserva e biasima, perché quella donna con un bastone in mano esprime una sorta di giudizio? quello è un uomo alla finestra? la vasca è un rifugio, un nucleo (o una bara?). Un teschio, un’anima, un bambino, al centro del petto di lei. Il triangolo azzurro è un occhio? Le informazioni su Vasca sono poche, in rete almeno e non possiedo libri che raccontino l’arte di Paladino, nonostante le numerose mostre e le opere presenti in tanti musei e città. L’artista stesso preferisce non fornire troppi agganci per l’interpretazione delle sue opere, i segni sono segni e non significano altro che loro stessi. Inevitabilmente guardandola costruisco una storia, laddove l’intenzione narrativa probabilmente è assente.

Cosa dice il cartellino?

Mimmo Paladino, 1948, Paduli, Benevento, Italia – Vive e lavora tra Paduli e Milano.
Vasca (1984), olio, pigmenti e acrilico su tela e struttura in legno (Dono dell’artista, 2007).
Mimmo Paladino è figura di primo piano della Transavanguardia, movimento italiano di ritorno alla figurazione che caratterizza la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta. In quest’opera paladino evoca un passato mitico attraverso simboli (figure umane, teste, maschere, animali stilizzati, rami) combinati in un insieme che rompe la tradizionale bidimensionalità del quadro grazie all’inserimento sotto la tela di elementi irregolare rilievo. La vasca del titolo è lo spazio centrale profondo e bianco nel quale i due amantisi abbracciano, intorno a cui le altre figure emergono da un magma di colore rosso teso verso l’esterno.

La scheda sul sito dei Beni Culturali riporta:

Oggetto
Definizione (CIR): Installazione
Localizzazione geografico-amministrativa
Stato*: Italia
Collocazione: Contemporanei
Altre localizzazioni geografico-amministrative (provenienza)
Stato*: Italia
Altre localizzazioni geografico-amministrative
Stato*: Italia
Cronologia
Datazione certa anno: 1984
Definizione culturale
Nome scelto: Mimmo Paladino
Dati tecnici
Tecnica: Olio e collage su tela e legno
Unità: cm
Misure: 300 x 400 x 60
Altezza: 300
Larghezza: 400
Profondità: 60
Dati analitici
Testo:
Condizioni giuridica e vincoli
Proprietà: Stato
Indicazione generica: proprietà Stato
Quaranta quartine di Patrizia Valduga

Quaranta quartine di Patrizia Valduga

Ancora: nero senza fine, nero
come nera matrice di ogni nero,
ma tutta luce, ancora, senza nero
materia della mente e spasmo nero.
La sento la mia vita, me la imparo,
fino al fegato adesso, fino al fiele;
oh nera un tempo enorme senza chiaro,
fedele della notte più infedele.
E’ lungo questo tempo senza fine
il mio cuore senza fine nel tempo.
E’ nero lungo un tempo senza fine
per non morire prima del suo tempo.

Vuota il tuo sacco, su, parla, poetessa:
io fiorisco e disfoglio e rigermoglio
per dare la procura di me stessa
a chi non può o non vuole quel che voglio.
Dicevo: Amore mio, vorrei annegare
nell’acqua chiara dei tuoi occhi chiari,
finire finalmente di aspettare
giovani giorni, cari giorni chiari.
Per me dentro di me oltre la mente
il suo corpo su me come una coltre
ma oltre il corpo in me furiosamente
in me fuori di me oltre per oltre…
Sta’ zitto, cuore. Taci, anima nera.
Ora so quel che c’era da sapere.
Principio di purpurea primavera?
Quattro colpi di cazzo e ho da godere?
Biancore di ossa… bianco dissolvente
grida nel nero… Grido che lo sento:
ma come una struttura della mente,
come la costrizione al godimento.
Poi una lancia di luce sulla faccia…
Chiudi gli occhi, non quelli azzurri!, gli altri,
se l’anello d’acciaio delle braccia
scaglia altro nero dentro gli occhi scaltri.
Superba mendicante dell’amore,
scongiuravo: Fa’ ammenda alla mia fame,
dammelo ogni mio oggi il pane amore,
liberami dai mali, amore. Amen.
Dove sei, gli chiedevo, col mio cuore?
Ho freddo e ho per amante la mia mano
E faccio sogni e sogni di terrore
e non ho tregua qui e invanisco in vano.
Cosa fai, gli chiedevo, col mio cuore?
Quanto disti da me, in linea retta?
Quanti chilometri di batticuore?
Quando mi dai l’amore che mi spetta?
Una boccata di buio? No. Meno.
Nemmeno. Abbocca, carne di carnaio!
Lecca le labbra, vieni, vieni almeno…
Io più in alto di te cado, scompaio…
Così: una e molteplice, infinita
negli insiemi infiniti della mente,
e cripta di reliquie in morte e in vita,
io solo questo so: che non so niente.
Ma l’estasi, ma l’io senza più io?
Da cinquant’anni ormai io chiedo ai cieli
un cuore perpendicolare al mio
e mi arrivano tutti paralleli.
Oh, l’inutilità di questi affanni
la conosco a memoria, inutilmente;
e nel peso degli utili e dei danni
connetto notte a notte e niente a niente.
Al terribile triste unico mondo
far fronte, sempre, fargli sempre guerra!
Seppelliti nel nero fino in fondo
noi nero delle ossa sottoterra…
E anche con lui era come masturbarmi,
mai matura, scentrata e senza centro.
Di grazia, gli chiedevo, vuoi insegnarmi
a venire assieme a te con te dentro?
Dài, maledetto! Amore, dài, sii buono,
rimetti insieme tutte le mie tessere
per farmi essere quella che sono
e che ancora non ho potuto essere.
E così, per la vita dei miei versi,
dagli occhi, dalla gola, dalle ascelle
io riverso su te, tu mi riversi
le nostre solitudini gemelle.
Dicevo: A conto loro, e di noi stessi,
che faremo della vita anteriore
noi insolvibilità con gli interessi
e sempre in credito verso l’amore?
Ci dava la prigione del destino
solo qualche ora d’aria per l’amore
che per destino ha solo il suo declino.
Si aspetta e si riaspetta e poi si muore.
Egoista dai teneri pensieri,
gli chiedevo: Stai bene di salute?
Le fai l’amore, assolvi i tuoi doveri?
Lo metto in conto delle trattenute.
Perché eravamo onesti, responsabili,
non volevamo dare sofferenza.
Pure fra noi e due stronzi, due contabili,
tu vedi forse qualche differenza?
Se amo, sono grande nel mio amore.
Ma lui lo era? Se amava era grande?
Oh scroscianti radiose e nere ore,
state eludendo tutte le domande!
E gli dicevo: Sì, sentire è tutto.
E tutto in me che sente sente te.
Ti sento in me, ti sento fin nel flutto
del tempo-sangue freddo in tutta me.
Guarda guarda, Patrizia la superba
ammette che la mente non è tutto.
Come erba, più umile dell’erba,
mi prema lui, mi falci lui-mio-tutto.
Osceno e sacro l’amore delibera
stessa sede per sé e per gli escrementi.
Se non mi leghi io non sarò mai libera,
né casta mai se tu non mi violenti.
E tu? Sì, grazie. Senti come piove!
Vuoi che ci amiamo in piedi come i cani?
Di qua. Proviamo. A destra. A destra, dove?
Ho freddo, ho fame. E tu? Grazie. A domani.
Ho fantasie auditive, non visive.
Avesse detto mai: Bambina mia,
adesso vedi… E dato direttive:
Apriti stronza, troia… e così via!
Oppure: Questa torta va finita,
ma devi bere… piena la vescica.
Oh, essere imboccata con le dita,
con altre due ficcate nella fica!
Vuoi che ti dica, dunque, tutto il vero?
Il nero se ne fotte che non viva,
che sia perimetro del mio pensiero.
Dimmi: sono una bambina cattiva?
Avrei finto di non avere voglia,
perché a forza mi facesse volere.
Io voglio che tu voglia che io non voglia:
questa è la verità del mio piacere.
Violentami, costringimi a godere,
fendendomi con tutta la tua forza,
e fa’ di me secondo il tuo volere,
sii il mio flagello, dammi fuoco e forza.
E sempre quella mano sulla fronte…
E l’altra lì, così, due dita sole…
E quando fica e testa sono pronte
Riempile di cazzo e di parole.
Poi chiudere anche gli occhi della mente,
mare del nero e faro del mio mare,
e infine via dal nero finalmente
che si dilata e mi lascia passare.
Oh baciami, biancore di tramonto,
fratello senza pace nella fine,
baciami gli occhi chiusi, chiudi il conto
per l’alba della morte senza fine.
Io mi arrendo, congedo i miei soldati,
la mia legione di sogni e di versi.
Combattete per altri disarmati,
vincete in verità, miei sogni in versi.
No, non ancora. Ancora pochi istanti:
per approssimazioni millimetriche
sempre spietatamente equidistanti
le mani buie, le braccia scheletriche…
Eccomi, ancora. Prendimi per mano:
occorre che mi fermi e mi conforti
perché non posso andare più lontano
perché dopo ci sono solo i morti.

Quaranta quartine di Patrizia Valduga