Categoria: art

Il viaggio incantato

Il viaggio incantato

Il viaggio incantato è uno spettacolo di improvvisazione per bambini, la compagnia Coffee Brecht lo mette in scena spesso, qui eravamo a Pomigliano d’Arco nel Giardino dei Miti. Per l’occasione mi sono occupata delle musiche, in uno spettacolo di improvvisazione chi mette le musiche è in scena come gli attori, perché essendo tutto senza un copione serve saper improvvisare.

Il viaggio incantato
Il viaggio incantato

I due Van Gogh ritrovati e una riflessione a margine sull’abilismo

Rubati dal Van Gogh Museum il 7 dicembre del 2002 attraverso una finestra, i due dipinti di Vincent van Gogh, Paesaggio marino a Scheveningen del 1882 e Una congregazione che esce dalla Chiesa Riformata di Nuenen del 1884/85, sono stati ritrovati a settembre 2016 durante un’operazione della Guardia di Finanza in Italia, a Castellammare di Stabia. Erano in buono stato seppure privi della cornice originale, così sono stati esposti al Museo di Capodimonte di Napoli fino al 26 febbraio, prima di tornare in Olanda.

Vincent van Gogh
Foto di LillaRainbow rubarla è illegale, ma soprattutto è da poracci/e.

Ho scritto un post di invito nel gruppo universitario, da molto ci pensavo, uscire un po’ dalla virtualità e incontrarsi può essere interessante, soprattutto quando si è accomunati da una passione, in questo caso per l’arte. Le persone si sono dette entusiaste e hanno celebrato con faccine e cuori la proposta, ma solo una collega mi ha dato effettivamente conferma per l’appuntamento di sabato mattina.

Dunque sono andata alla mostra, lei era in ritardo, ho fatto un primo giro da sola godendomi quel tempo davanti ai quadri, anche se la sala era affollatissima e dei giovani collaboratori del museo regolavano l’accesso con severità, anche sulla questione dei flash erano tassativi, fortunatamente, di solito se ne dimenticano. C’era pure la Guardia di finanza a sorvegliare le tele, probabilmente per ricordare a tutti a opera di chi è avvenuto il ritrovamento.
Le tele sono sorprendenti. In particolare Paesaggio marino a Scheveningen è bellissimo, con la sua pittura quasi ‘materica’ che increspa sulla tela. Sembra che il colore sia impastato con dei granelli di sabbia, poiché Vang Gogh dipinse il paesaggio mentre si svolgeva un piccola ma violenta tempesta.
Dopo poco la collega è arrivata con il suo accompagnatore e ho rifatto il giro davanti ai quadri, scattando qualche foto in più alla folla che si accalcava. A dire il vero hanno scattato delle foto anche a me e a lei, poiché la luce rendeva l’atmosfera particolarmente suggestiva e i nostri volti si prestavano a dei ritratti. Non so che fine faranno quelle foto, spero che nessuno mi trasformi in un cartellone pubblicitario.

Vincent van Gogh
Foto di LillaRainbow rubarla è illegale, ma soprattutto è da poracci/e.

A questo punto devo dire che la mia collega è in carrozzina e usa con difficoltà le mani. Quando me lo aveva preannunciato non ho sentito alcuna resistenza o timore, il suo entusiasmo mi diceva che non avremmo avuto problemi nel comprenderci e se lei sentiva di poter venire, allora era tutto a posto. Lei mi ha ringraziata perché, dice, non mi sono spaventata, a me è sembrato che non ci fosse nulla di cui spaventarsi.
Al termine del nostro incontro, durante il quale abbiamo a lungo parlato dell’inclusività, della percezione della diversità e degli stereotipi, del fatto che alle persone disabili si propongono esclusivamente visite ai santuari, come se perdessero ogni altro interesse che non giri attorno alla problematica con cui vengono totalmente identificati. Ci siamo salutate prendendo appuntamento per una prossima visita. Allora mi sono preoccupata, perché non so se nel prossimo museo ci saranno gli ascensori e le pedane adatte, devo andare assolutamente a verificare. L’idea che non possa vedere le opere solo perché è in carrozzina mi offende e ferisce, come se fossi io stessa a essere limitata nei miei interessi dall’abilismo.

L’abilismo è un tipo di discriminazione di cui a pochi importa, perché tutti pensiamo che a noi non possa accadere di diventare disabili (se non lo siamo nati). Invece ci si ammala e poche volte si muore subito, di solito si passano molti anni perdendo la propria identità, la possibilità di crescere intellettualmente e di stringere relazioni che non siano di “assistenza”.

Giselle al Teatro San Carlo di Napoli con Svetlana Zakharova e Sergei Polunin

I’ll be back to blog after quite some time. Saturday night I was at the Teatro San Carlo in Naples to see Giselle, played by Svetlana Zakharova and Sergei Polunin.

A coronazione di un inverno passato ad ascoltare questa canzone a guardare, migliaia di volte, questo video.

Sono stata al Teatro San Carlo di Napoli a vedere Giselle, interpretato da Svetlana Zakharova e da Sergei Polunin, assieme al corpo di ballo del teatro stesso, secondo l’allestimento coreografico di Ljudmila Semenjaka. Lo spettacolo si è svolto all’interno della rassegna “San Carlo Opera Festival 2015”.

Per riuscire a vedere Svetlana e Sergei ho acquistato i biglietti ad aprile, con larghissimo anticipo, è stato un regalo per me e mia madre, che al San Carlo non era mai stata. Nella foto i biglietti sono al contrario, non c’avevo fatto caso al momento dello scatto, si vede che ero “confusa”.

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Il Teatro San Carlo è uno spettacolo di per sé, all’interno è favoloso! Beh, amo il teatro in generale e quando ero una giovane studentessa universitaria riuscivo ad andarci molto spesso, anche tre volte al mese, grazie a convenzioni e sconti.
Giselle è, probabilmente, il balletto classico-romantico per eccellenza, racconta una storia di amore, tradimento, spiriti furiosi e redenzione. Qui c’è un sito internet dedicato con il racconto dettagliato del soggetto.

SPOILER Se il primo atto è un crescendo di tensione drammatica fino alla chiusura, con la tragica morte di Giselle (lucciconi agli occhi per me e mia madre), il secondo è un viaggio nel mondo etereo degli spiriti, in uno scenario notturno inquieto e tenebroso. E’ qui che emerge la bravura degli interpreti, non solo di quelli principali, perché oltre a Svetlana e Sergei c’era l’eccezionale corpo di ballo del Teatro San Carlo, con delle “villi” spaventose, implacabili e affascinanti, a incutere timore e rispetto.

Tra i miei momenti preferiti sicuramente ci sono 1. la pazzia di Giselle; 2. l’arrivo di Myrtha e delle villi con l’uccisione di Hilarion; 3. la danza di Giselle e  Albrecht.

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Applausi a scena aperta, per tutti, in piedi per la prima ballerina e il primo ballerino. Sul palco anche il direttore d’orchestra, ma quella foto non è venuta bene purtroppo.

Chiamati sul palco a gran voce dalla folla, Svetlana e Sergei escono per un ultimo saluto a sipario calato.
Questo è stato un piccolo sogno che si è avverato, portare mia madre a teatro, vestirci bene per l’occasione, ancora Giselle, assistere a un’esibizione di Sergei Polunin – che è passato dall’irrealtà del piccolo schermo del mio cellulare alla presenza fisica, il suono secco delle scarpette sulle tavole del palcoscenico quando atterra con tutto il peso del corpo.

Giselle
Musica di Adolphe Adam
Coreografia: Jean Coralli, Jules Perrot, Marius petipa nella versione di Lyudmila Semeniaka
Direttore: Alexei Baklan
Scene: Raffaele Del Savio
Costumi: Mario Giorsi e Giusi Giustino

Interpreti
Giselle: Svetlana Zakharova
Albrecht: Sergei  Polunin

Orchestra e Corpo di Ballo del Teatro di San Carlo

Sitografia:

Giselle;
Teatro San Carlo di Napoli;
Giselle (EN);
Giselle (EN);
Svetlana Zakharova;
Sergei Polunin.

Happy Birthday Frida

Coyoacán, 6 luglio 1907.

“Yo solía pensar que era la persona más extraña en el mundo, pero luego pensé, hay mucha gente así en el mundo, tiene que haber alguien como yo, que se sienta bizarra y dañada de la misma forma en que yo me siento. Me la imagino, e imagino que ella también debe estar por ahí pensando en mí. Bueno, yo espero que si tú estás por ahí y lees esto sepas que, sí, es verdad, yo estoy aquí, soy tan extraña como tú.”
Frida Kahlo

La temporaneità dell’arte urbana come stimolo alla creazione

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The temporary nature of urban art as a stimulus to the creation

Ho fatto in tempo a vedere e fotografare l’opera “La pietà di Pasolini” di Ernest Pignon. Comparsa nel fine settimana scorso sul recinto di Santa Chiara, a via Benedetto Croce (Napoli), è già stata “vandalizzata”. Vandalizzata è un termine interessante, appropriato, lo usano gli articoli che riportano la notizia e le persone che la commentano, segno che l’opera era già stata adottata dalla città, più di tante opere d’arte urbana, anch’esse altrettanto “vandalizzate”. Gli strappi sono sul viso e sul petto del Pasolini morto.
Lo scorso sabato mattina c’era la fila per farsi una foto accanto all’opera. Appena l’ho vista ho pensato subito che avrebbe avuto vita breve, non tanto per cinismo, ma perché quella è una via trafficata a ogni ora, tra turisti, abitanti e ragazzini. Mi domando quanto di politico ci sia in quegli strappi e quanto di casuale. Certo, di fronte a un’opera d’arte ci auspichiamo che la bellezza vinca il degrado, vorremmo che le cose belle si conservassero immutate e immutabili, rispettate. Per tornare a goderne, perché valutiamo che esse ci arricchiscono. Ma l’arte urbana nasce per essere effimera, poiché la sua finalità è quella “parlare” e interagire con l’ambiente circostante.

The work of Ernest Pignon “The Mercy of Pasolini” was vandalized. But urban art is ephemeral and we must put aside the idea of the art object as a fetish. We need to focus on the creative process.

Nel piccolo manuale di guerrilla art “Risveglia la città” di Keri Smith, titolo originale The Guerilla Art Kit, c’è un paragrafetto sull’accettazione della temporaneità dell’arte urbana. Non è facile da accettare per una società abituata a conservare nei musei anche le pietre più piccole, giustamente. Ma l’arte può essere temporanea (come nelle performance a esempio) come è temporanea la vita. Il valore si trova, per entrambe, nel processo creativo e non nella permanenza. Cito da pagina 17:

Che senso ha un’opera che nasce temporanea? (…) Un lavoro che non rimane per sempre ci ricorda che niente nella vita è permanente, che ogni condizione è temporanea e transitoria. Prendere in considerazione questo concetto ci insegna ad accogliere il cambiamento nella nostra vita, invece di rifiutarlo. Quando si nota un’opera che c’è un giorno ma il giorno dopo non c’è più, si crea una certa forma di energia/entusiasmo dentro una comunità.
Questo permette agli osservatori di prendere parte all’esperienza come un investigatore che vuole scoprire un mistero.
creare un lavoro effimero aiuta a liberarci dall’attaccamento al prodotto finale e ci spinge a prestare ancora più attenzione al processo.

La temporaneità dell’arte urbana è uno stimolo alla creazione non un limite, questo è il punto. Per elaborare il dispiacere che si prova di fronte agli strappi sul lavoro di Ernest Pignon, forse, dobbiamo confrontarci con la nostra tendenza a idolatrare i prodotti finiti invece di vivere l’esperienza della creazione.

Nel post cito:
Risveglia la città! – Keri Smith
Terre di Mezzo Editore
ISBN: 9788861893481
Pagine: 144

La storia della Principessa Splendente

Locandina. “The Tale of the Princess Kaguya” directed and co-written by Isao Takahata, produced by Studio Ghibli

“La storia della Principessa Splendente” di Takahata Isao è un film di animazione giapponese del 2013, realizzato dallo studio Ghibli. La trama si sviluppa a partire dalla leggenda tradizionale Taketori Monogatari, per la quale il regista aveva scritto la sceneggiatura da giovane senza mai realizzarla. Disegnato in uno stile vivido, in cui prevalgono le campiture, il carbonicino e l’acquerello, nonostante la grandissima attenzione al dettaglio, suscita continue emozioni attraverso un linguaggio tradizionale.
Spoiler. Se non volete rovinarvi la sorpresa evitate di leggere quanto segue.

Un tagliatore di bambù trova in una pianta una piccola principessa (Kaguya) e, assieme alla moglie, la adotta e se ne prende cura. La piccola principessa cresce velocemente tra le montagne assieme agli allegri compagni di gioco, da bambina vivace diventa una giovane donna di rara bellezza. Per seguire l’ambizione paterna di farne una giovane nobile, la famiglia si sposta in città dove, però, la principessa si svuota della freschezza e dell’allegria infantili. Rifiutati dei matrimoni importanti e compreso che il tempo sulla terra è scaduto, torna in montagna a trovare per l’ultima volta i vecchi compagni, ripensando anche a un amore che sarebbe potuto essere e non è stato. Dalla luna un Buddha, accompagnato da una corte festante, torna a prenderla per riportarla a casa. La principessa splendente si veste del manto dell’oblio che le farà dimenticare la sua vita sulla terra.

Con delicatezza il film parla di ecologia, amicizia, cura, ambizione e della società giapponese, sia nel contesto urbano che in quello contadino, fino alla sospensione della vita in un nirvana carico di nostalgia.

Qui la cartella stampa del distributore Lucky Red.
Sito ufficiale.
Wikipedia En “The Tale of the Princess Kaguya”.

Ph studioghibli: Miyazaki Hayao e Takahata Isao: cofondatori dello Studio Ghibli

Le immagini contenute in questo post le ho trovate in rete, su vari siti internet, non mi è possibile risalire alla fonte primaria, appartengono ai legittimi e alle legittime proprietarie.

Ideadestroyingmuros: Borrador Battonz Kabaret

The “Kabaret Battonz”, is a production of the feminist collective “ideadestroyingmuros”. It is based on the text Manifesto S.C.U.M. by Valerie Solans. “Las Battonz ya están aquí y vienen a por ti. Las Battonz ya están aquí y te ponen el culo así”.

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BORRADOR BATTONZ

Una produzione ideadestroyingmuros
desde una revisión del Manifiesto S.C.U.M. de Valerie Solanas

Visto: 15 maggio 2015.

Una passeggiata al Coppedè

A walk in Coppedè, a magical the district in Rome.

Nel fine settimana sono stata a Roma per il Pride 2015. Prima di partecipare alla parata per l’orgoglio e i diritti di tutte le persone, ho visitato una delle zone più affascinanti e meno conosciute dalla massa di turisti della città eterna, il Coppedè. Volevo fare questa passeggiata al Coppedè da tanto tempo! Ho preso per mano la mia amica Ricciolina e abbiamo sfidato la calura con passo svelto ed entusiasmo.

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A dispetto del nome il quartiere Coppedè non è un vero quartiere, si trova infatti nel quartiere Trieste ma, per la coerenza stilistica degli edifici che costituiscono il complesso urbanistico, viene citato come quartiere. Opera dall’architetto e scultore fiorentino Gino Coppedè, che lo realizzò nei primi del Novecento, la particolarità di questo complesso è proprio nel tipo di architettura, fantasiosa e fiabesca, magica a dir poco. Ogni edificio riporta simboli misteriosi e della natura che si mescolano a elementi storici e mitologici, anche della romanità nella scelta dei materiali, il travertino.

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I nomi degli edifici sono quanto di più evocativo possa esserci per un’amante delle favole: Villino delle Fate, Palazzo del Ragno, Fontana delle Rane. Mascheroni, divinità, riferimenti culturali romani e greci, immagini sacre, esoterismo c’è di di tutto al Coppedè che, pur essendo nato in epoca fascista, non presenta alcuna caratteristica dell’architettura razionalista di quel periodo ed è, anzi, originale e ingegnoso.
Un mix di Liberty e Classicismo, Neogotico e Rinascimento, teatrale, antico e contemporaneo si mescolano per dare vita a un set suggestivo.

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Non a caso, per il grande ingresso sormontato da un maschernone del Palazzo del Ragno su piazza Mincio, Coppedè si ispirò a “Cabiria“, film del 1914 sceneggiato da Gabriele D’Annunzio. Ma il legame con il cinema è doppio, proprio qui sono stati girati “L’uccello dalle piume di cristallo” e “Inferno” di Dario Argento, “La ragazza che sapeva troppo” di Mario Bava, “Il presagio” di Richard Donner, alcune scene di “Il profumo della signora in nero” di  Francesco Barilli, “Ultimo tango a Zagarolo” di Nando Cicero e“Audace colpo dei soliti ignoti” di Nanni Loy.

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Racconta la leggenda che i Beatles, usciti dal Piper, la famosissima discoteca che si trova qui vicino, abbiano fatto un bel bagnetto proprio nella Fontana delle rane.

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Molte cose sono nascoste alla vista, questa foto l’ho scattata infilando il braccio in un cancello chiuso.

In due ore di stupore e meraviglia, abbiamo fotografato ogni angolo. La zona appare addormentata, sospesa nel passato. C’è un liceo, ma chi vive al Coppedè tiene i cancelli e le finestre ben chiuse, gli interni, infatti, non si possono visitare. Chissà quali meraviglie nascondono.

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Altro esempio di meraviglia nascosta, la fato è pessima perché ho dovuto zummare al di sopra di un inferriata, non vedevo nemmeno cosa avrei fotografato.

Arrivare al Coppedè è facile, bisogna muoversi sulla metro B,  da Termini in direzione Rebibbia, e scendere alla fermata Policlinico. Dalla fermata Policlinico si prende il tram numero 3, oppure l’autobus 19, così si arriva a piazza Buenos Aires, una volta qui bisogna inforcare via Tagliamento.

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Coppedè is easy to get to, you have to move on metro B from Termini towards Rebibbia and get off at Policlinico. From Policlinico you take the tram number 3, or bus 19, so you get to Piazza Buenos Aires, once here you have to get on via Tagliamento.

Su piazza Buenos Aires affaccia la chiesa di Santa Maria Addolorata, anch’essa costruita nei primi del Novecento, ma in stile romanico-bizantino. Architettonicamente rappresenta, quindi, un bellissimo falso storico.

CASE

Chi torna a Roma per la terza o quarta volta, secondo me, può mettere da parte piazza San Pietro e il Colosseo, per iniziare a conoscere in modo più approfondito la Roma che non ti aspetti. Beh, a meno che non vi interessino esclusivamente quei due posti.

Sitografia del Quartiere Coppedè

Bibliografia

Il fantastico quartiere Coppedè tra simboli e decorazioni, Giovanna Pimpinella, Caramanica 2008.

See you later Ornette!

Arrivederci Ornette, ciao alla tua musica che suona ancora mentre scrivo. Addio alla possibilità di ascoltarti dal vivo, già remotissima ma pur sempre “possibilità” fino a oggi. Il cuore s’è spezzato. Tomorrow is the question!

1. Tomorrow Is the Question 0:00
2. Tears Inside 3:13
3. Mind and Time 8:17
4. Compassion 11:32
5. Giggin’ 16:12
6. Rejoicing 19:38
7. Lorraine 23:44
8. Turnaround 29:45
9. Endless 37:44

Ornette Coleman – alto saxophone, soprano saxophone
Don Cherry – trumpet
Percy Heath – bass (tracks 1–6)
Shelly Manne – drums
Red Mitchell – bass (tracks 7–9)

Ornette Coleman, Jazz Innovator, Dies at 85

Ornette Coleman
Google imange

Bio | Official web site

Quaranta quartine di Patrizia Valduga

Quaranta quartine di Patrizia Valduga

Ancora: nero senza fine, nero
come nera matrice di ogni nero,
ma tutta luce, ancora, senza nero
materia della mente e spasmo nero.
La sento la mia vita, me la imparo,
fino al fegato adesso, fino al fiele;
oh nera un tempo enorme senza chiaro,
fedele della notte più infedele.
E’ lungo questo tempo senza fine
il mio cuore senza fine nel tempo.
E’ nero lungo un tempo senza fine
per non morire prima del suo tempo.

Vuota il tuo sacco, su, parla, poetessa:
io fiorisco e disfoglio e rigermoglio
per dare la procura di me stessa
a chi non può o non vuole quel che voglio.
Dicevo: Amore mio, vorrei annegare
nell’acqua chiara dei tuoi occhi chiari,
finire finalmente di aspettare
giovani giorni, cari giorni chiari.
Per me dentro di me oltre la mente
il suo corpo su me come una coltre
ma oltre il corpo in me furiosamente
in me fuori di me oltre per oltre…
Sta’ zitto, cuore. Taci, anima nera.
Ora so quel che c’era da sapere.
Principio di purpurea primavera?
Quattro colpi di cazzo e ho da godere?
Biancore di ossa… bianco dissolvente
grida nel nero… Grido che lo sento:
ma come una struttura della mente,
come la costrizione al godimento.
Poi una lancia di luce sulla faccia…
Chiudi gli occhi, non quelli azzurri!, gli altri,
se l’anello d’acciaio delle braccia
scaglia altro nero dentro gli occhi scaltri.
Superba mendicante dell’amore,
scongiuravo: Fa’ ammenda alla mia fame,
dammelo ogni mio oggi il pane amore,
liberami dai mali, amore. Amen.
Dove sei, gli chiedevo, col mio cuore?
Ho freddo e ho per amante la mia mano
E faccio sogni e sogni di terrore
e non ho tregua qui e invanisco in vano.
Cosa fai, gli chiedevo, col mio cuore?
Quanto disti da me, in linea retta?
Quanti chilometri di batticuore?
Quando mi dai l’amore che mi spetta?
Una boccata di buio? No. Meno.
Nemmeno. Abbocca, carne di carnaio!
Lecca le labbra, vieni, vieni almeno…
Io più in alto di te cado, scompaio…
Così: una e molteplice, infinita
negli insiemi infiniti della mente,
e cripta di reliquie in morte e in vita,
io solo questo so: che non so niente.
Ma l’estasi, ma l’io senza più io?
Da cinquant’anni ormai io chiedo ai cieli
un cuore perpendicolare al mio
e mi arrivano tutti paralleli.
Oh, l’inutilità di questi affanni
la conosco a memoria, inutilmente;
e nel peso degli utili e dei danni
connetto notte a notte e niente a niente.
Al terribile triste unico mondo
far fronte, sempre, fargli sempre guerra!
Seppelliti nel nero fino in fondo
noi nero delle ossa sottoterra…
E anche con lui era come masturbarmi,
mai matura, scentrata e senza centro.
Di grazia, gli chiedevo, vuoi insegnarmi
a venire assieme a te con te dentro?
Dài, maledetto! Amore, dài, sii buono,
rimetti insieme tutte le mie tessere
per farmi essere quella che sono
e che ancora non ho potuto essere.
E così, per la vita dei miei versi,
dagli occhi, dalla gola, dalle ascelle
io riverso su te, tu mi riversi
le nostre solitudini gemelle.
Dicevo: A conto loro, e di noi stessi,
che faremo della vita anteriore
noi insolvibilità con gli interessi
e sempre in credito verso l’amore?
Ci dava la prigione del destino
solo qualche ora d’aria per l’amore
che per destino ha solo il suo declino.
Si aspetta e si riaspetta e poi si muore.
Egoista dai teneri pensieri,
gli chiedevo: Stai bene di salute?
Le fai l’amore, assolvi i tuoi doveri?
Lo metto in conto delle trattenute.
Perché eravamo onesti, responsabili,
non volevamo dare sofferenza.
Pure fra noi e due stronzi, due contabili,
tu vedi forse qualche differenza?
Se amo, sono grande nel mio amore.
Ma lui lo era? Se amava era grande?
Oh scroscianti radiose e nere ore,
state eludendo tutte le domande!
E gli dicevo: Sì, sentire è tutto.
E tutto in me che sente sente te.
Ti sento in me, ti sento fin nel flutto
del tempo-sangue freddo in tutta me.
Guarda guarda, Patrizia la superba
ammette che la mente non è tutto.
Come erba, più umile dell’erba,
mi prema lui, mi falci lui-mio-tutto.
Osceno e sacro l’amore delibera
stessa sede per sé e per gli escrementi.
Se non mi leghi io non sarò mai libera,
né casta mai se tu non mi violenti.
E tu? Sì, grazie. Senti come piove!
Vuoi che ci amiamo in piedi come i cani?
Di qua. Proviamo. A destra. A destra, dove?
Ho freddo, ho fame. E tu? Grazie. A domani.
Ho fantasie auditive, non visive.
Avesse detto mai: Bambina mia,
adesso vedi… E dato direttive:
Apriti stronza, troia… e così via!
Oppure: Questa torta va finita,
ma devi bere… piena la vescica.
Oh, essere imboccata con le dita,
con altre due ficcate nella fica!
Vuoi che ti dica, dunque, tutto il vero?
Il nero se ne fotte che non viva,
che sia perimetro del mio pensiero.
Dimmi: sono una bambina cattiva?
Avrei finto di non avere voglia,
perché a forza mi facesse volere.
Io voglio che tu voglia che io non voglia:
questa è la verità del mio piacere.
Violentami, costringimi a godere,
fendendomi con tutta la tua forza,
e fa’ di me secondo il tuo volere,
sii il mio flagello, dammi fuoco e forza.
E sempre quella mano sulla fronte…
E l’altra lì, così, due dita sole…
E quando fica e testa sono pronte
Riempile di cazzo e di parole.
Poi chiudere anche gli occhi della mente,
mare del nero e faro del mio mare,
e infine via dal nero finalmente
che si dilata e mi lascia passare.
Oh baciami, biancore di tramonto,
fratello senza pace nella fine,
baciami gli occhi chiusi, chiudi il conto
per l’alba della morte senza fine.
Io mi arrendo, congedo i miei soldati,
la mia legione di sogni e di versi.
Combattete per altri disarmati,
vincete in verità, miei sogni in versi.
No, non ancora. Ancora pochi istanti:
per approssimazioni millimetriche
sempre spietatamente equidistanti
le mani buie, le braccia scheletriche…
Eccomi, ancora. Prendimi per mano:
occorre che mi fermi e mi conforti
perché non posso andare più lontano
perché dopo ci sono solo i morti.

Quaranta quartine di Patrizia Valduga