Mese: novembre 2020

Tendere verso l’infinito, sapendo di essere finiti

Tendere verso l’infinito, sapendo di essere finiti

Partendo dallo specifico di questo angolo di mondo e muovendo con un andamento a imbuto rovesciato. Poco prima che una nuova ordinanza, una delle tante, un nuovo decreto, uno dei tanti, chiudessero i teatri – e i cinema -, mettendoli assieme a palestre e sale giochi – non ludoteche, proprio quelle con le macchinette – senza nulla togliere a nessuno; poco prima i teatri avevano presentato le stagioni fino a dicembre 2020, perché contavano di tenere viva l’arte drammatica, avendo adottato tutte, ma proprio tutte tutte, le necessarie norme per contenere la diffusione del Covid.

Il virus si trasmette da persona a persona, prevalentemente attraverso l’aria, cioè respirando vicini e senza mascherine. L’AGIS, Associazione Generale Italiana dello Spettacolo, ad ottobre ha diffuso un comunicato in cui riporta che, dopo aver monitorato migliaia di spettacoli dal 15 giugno a inizio ottobre, c’è stato un solo e unico contagio tra gli spettatori, uno solo, qui c’è la pagina del comunicato. Non è strano visto che teatri, cinema – e biblioteche – sono luoghi in cui si sta in silenzio.
Questo però non è bastato, non solo lo Stato, le Regioni e i Comuni, non sono stati capaci di creare una rete di sostegno adeguata, non solo non hanno rafforzato e capillarizzato in sistema sanitario assumendo personale e allestendo nuovi presidi, non solo la querelle sui ‘banchi con rotelle’ ha deviato il discorso sulla DAD e la didattica in presenza, magari mista, magari altro; no, c’è stata la presa in giro della richiesta di adeguamento, se ti adegui puoi continuare a lavorare, nel momento in cui i luoghi di cultura si sono adeguati e hanno stipulato nuovi contratti, così è arrivata la chiusura. Assieme ai teatri anche i cinema, le biblioteche e gli archivi, la mazzata è diretta ai luoghi di cultura che – in buona sostanza – sono anche i meno frequentati in realtà. La risposta dello Stato, non solo italiano sia chiaro, è chiudere ciò che nutre e tenere aperto ciò che consuma. Il sistema economico arriverà al collasso anche se si tengono aperte solo le fabbriche e i centri commerciali, perché l’economia capitalistica dell’Occidente si regge su sistemi complessi. Nel frattempo ci troveremo tutti e tutte danneggiate mentalmente e spiritualmente. La ripresa sarà durissima, ma quale ripresa?

Chi non ha avuto, a questo punto della diffusione della pandemia, un amico o un parente contagiato? Amici e amiche, parenti lontani e vicini, a me è capitato. Le storie di contagio, morte o salvezza sono dentro le nostre case. Per ora io sono negativa al tampone, indosso sempre la mascherina, lavo le mani, le igienizzo quando entro o esco da un luogo pubblico, cambio i vestiti e le scarpe sulla porta di casa, sono tutte azioni entrate nella quotidianità di milioni di persone, in più ho imparato a trattenere – non senza sforzo – la spinta ad abbracciare e baciare le persone care. Mi tengo a distanza. La parte più dura è questa, il lutto per i morti e il lutto nella mancanza del corpo.

Il corpo è la nostra vita, chi separa corpo e mente ha appreso male la lezione, noi siamo un unico che è molteplice, non duale o manicheo, come dire, noi siamo organico e olistico. E tutto questo avrà ricadute a lungo termine. Questo smarrimento fatto di paura e incertezza, ha cambiato la nostra realtà. Chi nega l’esistenza del virus o la sua pericolosità, risponde alla paura fuggendo in fondo, chi vive in un’ansia costante generata da un loop di pensieri catastrofici, non trova ancore di certezza da nessuna parte. In mezzo milioni di emozioni, sentimenti, percezioni, ragionamenti, terrori più o meno consci e tentativi di continuare a vivere una sorta di normalità.
Non ci sono soluzioni facili, nel senso di prive di sforzo e che diano risultati immediati, vivere significa dare costantemente significato al proprio agire e per farlo bisogna impegnarsi.

Tendere all’infinito sapendo di essere finiti. Per questo bisogna dare senso al presente che si rinnova. Il virus sta già mutando, ci saranno altri salti di specie, potremo forse avere un vaccino per un tipo, ma bisogna pensare diversamente, bisogna avere la consapevolezza che le nostre azioni hanno conseguenze ed essere preparati. Questo, prima di tutto, si chiede a un governo eletto dal popolo, a una democrazia. Nella mia formazione politica ho seguito strade che poco guardano alla rappresentanza politica come soluzione ai problemi, mentre l’azione responsabile, informata e consapevole, del singolo è il cuore delle cose. Ma, affinché l’azione responsabile sia condivisa, si deve innescare un circolo virtuoso che coinvolga ogni elemento della società. E come si fa? Si fa con amore della cosa pubblica, si fa con passione politica – per la polis. Perché un mondo senza ideali e orizzonti utopici è spregevole, esattamente come quello in cui viviamo.