Mese: novembre 2018

Ho ereditato dei canarini

Prima di ereditare dei canarini avevo un’idea diversa di questi piccoli uccellini colorati. I canarini in gabbia mi facevano pena, ovviamente, a Napoli si usa tenerli per deviare la malasorte su di loro, già questo è brutto, poi tenere in gabbia qualcuno dalla nascita è una violenza gratuita e crudele.
Queste piccole animelle che cantano disperate desiderando il cielo, posso liberarle? No, mi dicono che se li liberassi morirebbero nel giro di poche ore, mangiati dai gabbiani o schiacciati sotto un’auto, quindi me li tengo così, forse.
Da quando li ho ereditati la mia idea di loro è completamente cambiata, ho scoperto che i canarini sono dei grandissimi stronzi (e stronze), se sto di spalle mi chiamano, quando mi giro mi fissano con odio, lo fanno di giorno e di notte, quello che producono non è un gaio cinguettio ma un suono più gutturale, un gorgogliare profondo, non so se rendo l’idea.
Questi stronzi fanno così dalle prime luci dell’alba, certo ho provato a coprirli, un asciugamano, niente, un grembiule nero, niente, intravedono uno spiraglio di luce e mi chiamano, si abbassano a guardarmi da una fessura tra i lembi del panno, si accorgono che è giorno e strofinano il becco contro la gabbietta, mi giro, li guardo e loro smettono.
Probabilmente sono nevrotici, folli, vivere in quaranta centimetri per trenta non dev’essere divertente, certo. Poveri, forse li uccido.

Dame la mano

ieri sera ho visto una riproposizione di le serve di Genet, integrata con altri materiali, sopratutto musicali, di una regista che non conoscevo, Cora Herrendorf, non so se la conoscete voi. Perché ve lo dico? perché a parte lo spettacolo che è stato bello, per le attrici molto brave, il dopo mi ha lasciata molto perplessa. A parte che lo spettacolo è iniziato con mezz’ora di ritardo perché la regista ha voluto aspettare il critico che poi non poi non è venuto – che differenza con la mia disciplina teatrale, nell’Imprò non credo possa accadere questo! – dopo si è fermata a parlare col pubblico. Allora ha spiegato il senso della messa in scena: vuole parlare di donne e del loro rapporto, ma – attenzione – perché ci stanno ammazzando. Ha detto propri: ci stanno ammazzando e dobbiamo chiederci perché, mettere da parte un attimo il maschilismo e interrogarci su di noi.

M’ha lasciata alquanto perplessa. Questa signora di una cinquantina d’anni che ha partecipato al movimento femminista, suppongo tra Italia e Spagna, che pensa di parlare di relazioni tra donne, di violenza contro le donne, senza parlare di maschilismo!

Senza parlare di maschilismo ma scegliendo un testo di Jean Genet.

Ma poi ha affermo una cosa ancora più tragica che il teatro è femminile, che tutta l’arte è femminile, che il teatro è stato spesso dominato dagli uomini, ma è profondamente femminile e quando viene bene è perché anche l’uomo si è messo in contatto col femminile, a questo punto ho classificato il tutto come grandissima stronzata, dentro di me e al suo: non vedo le ragazze farsi domande e io sono ormai anni che me le faccio e sono pure stanca, ho pensato: maledetta.