Mese: giugno 2016

Il Pilates, il mio ritmo biologico e le altre persone

foto scattata al Festival dell’Oriente di Napoli @lillarainbow – forepaese

Ho iniziato a praticare il metodo Pilates per caso perché, dopo anni di inattività, l’aerobica – che pure ho praticato per 16 anni – era un allenamento a impatto eccessivo, fisicamente ed emotivamente. Intendo dire che eseguire i passi dell’aerobica, che secondo me oggi ha preso derive schizofreniche, coordinandomi con le altre partecipanti alla lezione è fuori dal mio ritmo fisico e mentale. Per non parlare della musica che si usa nell’aerobica, la odio e mi provoca un diffuso senso di  malessere.
L’unico corso di yoga a un costo abbordabile per me si teneva a 20/30 minuti da casa, poiché l’inverno è composto di giorni prevalentemente bui e piovosi, poiché bisogna essere coscienti del proprio carattere, a stento sarei andata alla prima lezione, ho evitato di buttare i soldi in quella direzione.
Quindi sono tornata nella palestra che frequento in modo discontinuo da 30 anni, a dieci minuti da casa. Visita medica completa, iscrizione, retta.

Un mese e mezzo di Pilates mi ha dato dei benefici inaspettati. Via il mal di schiena, via il dolore alla sciatica, via la sensazione di intorpidimento alle gambe e ginocchia più agili.
Grazie signor Pilates.

Un beneficio di non secondo piano è stato quello della concentrazione. Volevo focalizzare la mente sulla realtà, essere completamente presente a me stessa, il Pilates richiede concentrazione. E mentre ti concentri ed esegui fluidamente i movimenti, che io leggo come un mix di yoga e danza, sudi quel tanto che basta a farti sentire soddisfatta del lavoro fisico e mentale svolto in quei 50 minuti.
Volevo amare me stessa e migliorarmi, il Pilates mi aiutava a farlo.

A novembre sono arrivati i giorni corti, le piogge torrenziali, il freddo e io ho smesso di andare in palestra, come da copione.
Invece di forzarmi, nel momento della messa alla prova mi sono ripiegata su me stessa, dopo il lavoro ho ricominciato a vagare con la mente e a dormire invece di uscire. “Sono fatta così” non è una buona scusa, io però sono fatta proprio così, d’inverno muoio.

Primavera, ancora pioggia ma almeno c’è la luce.
Sono tornata in palestra, due settimane e di nuovo il mio corpo ha beneficiato di quei 50 minuti di esercizio lento e focalizzato.
Adesso che siamo a metà giugno restano solo altre cinque lezioni. Purtroppo le palestre non seguono il mio ritmo biologico, mentre gli istruttori vanno in vacanza io vorrei aumentare il numero delle lezioni, raddoppiarne la durata. Il dramma, per così dire, è che non ho uno spazio adatto a praticare Pilates per conto mio, c’ho provato a farlo in casa, ma ho bisogno del rito: preparare la borsa, uscire, fare quel preciso percorso a piedi, cambiarmi, sistemare il tappetino e seguire la classe.
Anche se non sono mai pienamente a mio agio con le altre persone, queste mi servono per essere costante, mi ancorano alla realtà.

Il Pilates, il mio ritmo biologico e le altre persone

Ho iniziato a praticare il metodo Pilates per caso perché, dopo anni di inattività, l’aerobica – che pure ho praticato per 16 anni – era un allenamento a impatto eccessivo, fisicamente ed emotivamente. Intendo dire che eseguire i passi dell’aerobica, che secondo me oggi ha preso derive schizofreniche, coordinandomi con le altre partecipanti alla lezione è fuori dal mio ritmo fisico e mentale. Per non parlare della musica che si usa nell’aerobica, la odio e mi provoca un diffuso senso di  malessere.
L’unico corso di yoga a un costo abbordabile per me si teneva a 20/30 minuti da casa, poiché l’inverno è composto di giorni prevalentemente bui e piovosi, poiché bisogna essere coscienti del proprio carattere, a stento sarei andata alla prima lezione, ho evitato di buttare i soldi in quella direzione.
Quindi sono tornata nella palestra che frequento in modo discontinuo da 30 anni, a dieci minuti da casa. Visita medica completa, iscrizione, retta.

Un mese e mezzo di Pilates mi ha dato dei benefici inaspettati. Via il mal di schiena, via il dolore alla sciatica, via la sensazione di intorpidimento alle gambe e ginocchia più agili.
Grazie signor Pilates.

Un beneficio di non secondo piano è stato quello della concentrazione. Volevo focalizzare la mente sulla realtà, essere completamente presente a me stessa, il Pilates richiede concentrazione. E mentre ti concentri ed esegui fluidamente i movimenti, che io leggo come un mix di yoga e danza, sudi quel tanto che basta a farti sentire soddisfatta del lavoro fisico e mentale svolto in quei 50 minuti.
Volevo amare me stessa e migliorarmi, il Pilates mi aiutava a farlo.

A novembre sono arrivati i giorni corti, le piogge torrenziali, il freddo e io ho smesso di andare in palestra, come da copione.
Invece di forzarmi, nel momento della messa alla prova mi sono ripiegata su me stessa, dopo il lavoro ho ricominciato a vagare con la mente e a dormire invece di uscire.
“Sono fatta così” non è una buona scusa, io però sono fatta proprio così, d’inverno muoio.

Primavera, ancora pioggia ma almeno c’è la luce.
Sono tornata in palestra, due settimane e di nuovo il mio corpo ha beneficiato di quei 50 minuti di esercizio lento e focalizzato.
Adesso che siamo a metà giugno restano solo altre cinque lezioni. Purtroppo le palestre non seguono il mio ritmo biologico, mentre gli istruttori vanno in vacanza io vorrei aumentare il numero delle lezioni, raddoppiarne la durata. Il dramma, per così dire, è che non ho uno spazio adatto a praticare Pilates per conto mio, c’ho provato a farlo in casa, ma ho bisogno del rito: preparare la borsa, uscire, fare quel preciso percorso a piedi, cambiarmi, sistemare il tappetino e seguire la classe.
Anche se non sono mai pienamente a mio agio con le altre persone, queste mi servono per essere costante, mi ancorano alla realtà.

Tornare a scrivere

La scorsa settimana sono stata a un incontro sulla “scrittura emotiva”.  Non sapevo cosa aspettarmi, chi sarebbero stati gli altri partecipanti o cosa avrei dovuto fare, ma ci sono andata perché “scrittura” ed “emotiva” sono due parole che ho sempre associato a me stessa. Anche se ormai da alcuni anni scrivo solo per lavoro, scrivo per pubblicizzare prodotti che spesso non comprerei e ritengo o inutili o troppo costosi. Scrivo arricchendo i testi di aggettivi luccicanti come specchietti al sole caldo di un desiderio che dev’essere solo stimolato un po’ per accendersi.
Ho scritto alcuni blog, da sola e in collaborazione con altre persone, più prolifiche di me. A volte la prolificità degli altri mi ha bloccata, ero ammirata dalla loro capacità di organizzare i pensieri puntualmente ogni giorno in un testo lungo. Disciplina o urgenza e amore.
Facebook ha modificato il nostro modo di interagire e leggere in internet. Nessun altro social network ha cambiato tanto radicalmente la nostra scrittura e lettura, nemmeno i pochi caratteri di Twitter, i quali rimandavano comunque ad articoli ben più lunghi, che animavano ancora i blog. La pratica di leggere solo i titoli dei giornali è diventata prassi anche per chi potrebbe approfondire, ma preferisce scorrere la home in cerca di un nuovo feed.
No che non penso alla fine della parola scritta, no, cambia il mezzo, cambia il modo in cui organizziamo le parole, ma le parole non possono finire, almeno fino a quando saremo qui. Finirà Facebook, anche se cerca di concentrare in sé stesso tutta l’esperienza che le persone possono fare del web. Un nuovo modo di comunicare in rete, dopo i vlog e gli status, arriverà.
Rubo tempo al lavoro per tornare a scrivere qui dopo mesi di silenzio. Dalla scorsa estate ho messo nelle mani di Instagram gran parte delle cose che avrei voluto dire, in forma di immagine. Adesso sento il bisogno di tornare a scrivere, non so quanto sia profondo, forse è la bella giornata, forse il buon libro che ho letto recentemente, oppure quell’incontro di scrittura emotiva, che mi spingono a cercare qualcosa in più. So che sento questa spinta e mi sembra giusto tenerne traccia qui, nel mio angolo di web.