Sula – Toni Morrison | pag.104-105

Photographer: Marc Larange

“Lei era stata emarginata, e lo sapeva. Sapeva che la disprezzavano e credeva che esprimessero il loro odio nel disgusto per la facilità con cui andava a letto con gli uomini. Il che era vero. Lei andava a letto con gli uomini tutte le volte che poteva. Era l’unico luogo dove riusciva a trovare quello che stava cercando: l’infelicità e la capacità di provare una profonda pena. Non era mai stata consapevole del fatto che era la tristezza quello che desiderava con tanta intensità. Dapprima fare l’amore le era sembrato il modo per procurarsi una gioia speciale. Era convinta di amare l’oscurità del sesso, il suo rituale; rideva moltissimo durante i rauchi preliminari, e rifutava gli amanti che consideravano il sesso un’attività sana e piacevole. L’estetica sessuale l’annoiava. Non che considerasse il sesso disgustoso (anche la bruttezza era noiosa), però le piaceva pensare che fosse immorale. Quando le sue esperienze si moltiplicarono, comprese non soltanto che non era immorale, ma che non doveva nemmeno elaborare l’idea dell’immoralità per parteciparvi pienamente. Durante l’amore trovava e aveva bisogno di trovare il filo della lama. Quando smetteva di cooperare con il corpo e cominciava a farsi valere nell’atto, si accumulavano in lei particelle di energia, come lamette metalliche attratte verso un vasto nucleo magnetico, a formare un grappolo fitto che nulla, sembrava, avrebbe potuto spezzare. E c’erano un’ironia e un oltraggio estremi nel giacere sotto qualcuno, in posizione di resa, sicura di possedere una forza eterna e un potere senza limiti. Ma il grappolo poi si spezzava, crollava a pezzi e, nella foga di tenerlo insieme, lei precipitava dalla sommità, nel silenzio più totale, e scendeva urlando, urlando, in preda a una pungente consapevolezza della fine delle cose: uno sguardo di sofferenza nel mezzo di tutto quell’ardore tempestoso di gioia. Là al centro di quel silenzio, non c’era eternità ma la morte del tempo e una solitudine così profonda che la parola stessa perdeva il suo significato. Perché la solitudine presupponeva l’assenza degli altri, e la solitudine che lei trovava in quel terreno disperato non aveva mai accettato che potessero esistere altre persone. Allora piangeva. Lacrime per la morte delle cose più insignificanti: le scarpe buttate via dai bambini; ciuffi spezzati d’erba di palude, battuti e soffocati dal mare; fotografie di donne morte che non aveva mai conosciuto; fedi nunziali nelle vetrine delle agenzie di prestiti su pegno; corpi spennati di galline della Cornovaglia in cestinid i riso.
Quando il suo compagno si scioglieva dall’abbraccio, alzava gli occhi su di lui perplessa, cercando di ricordarne il nome; lui abbassava lo sguardo sorridendo verso di lei, sicuro di comprendere la lacrimosa gratitudine a cui credeva di averla condotta. Lei aspettava con impazienza che lui se ne andasse, in un umido stato di soddisfazione e leggero disgusto, lasciandola alla sua intimità postcoitale, in cui ritrovava e accoglieva se stessa, ricomponendosi in un’impareggiabile armonia.”

Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20

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