Mese: luglio 2012

Sula – Toni Morrison | pag.127/Copertine

“Dei pochi che, non temendo di presenziare alla sepoltura di una strega, si erano recati al cimitero, alcuni erano venuti soltanto per verificare la sua dipartita, ma si erano fermati a cantare Shall We Gather at the River per una questione di buona creanza, del tutto ignari della cupa promessa della canzone.”

Anche per Sula ho fatto una ricerca iconografica riferita alle copertine, tra quelle che ho scelto ce ne sono alcune che non mi piacciono, le metto per prime.
Sula, Toni MorrisonLa prima rappresenta, probabilmente in modo molto fedele, una ragazzina a quei tempi (anni ’20), non mi piace perché è troppo didascalica; mentre la seconda è un tentativo di sintesi della vita di Sula, a mio parere mal riuscito, la giovane donna ha un’aria quasi mediorentale. Queste due hanno uno stile più pop, la prima in particolare è perfetta, secondo me, per un tascabile; la seconda ha uno stile anni ’70 che mi piace molto.

Una copertina astratta lascia spazio all’immaginazione. Suggerisce un umore, un’atmosfera. La scelta cromatica di questa si adatta al contenuto spesso carnale del romanzo. Anche questa è adeguata per un tascabile.

Queste due copertine pongono l’accento sulle relazioni. La prima ci mostra Sula (o Nel) di spalle e un uomo seduto, che suppongo sia Jude; la seconda invece rappresenta, probabilmente, le due amiche, Sula e Nel.

Ho lasciato per ultima la copertina dell’edizione Frassinelli che ho letto in questi giorni. Anche questa è una scelta non figurativa, che cerca di suggerire qualcosa, piuttosto che mostrarla. La foto si intitola Camelia in the water ed è di Consuelo Kanga, del 1927-28.
E’ molto bella come immagine, elegante, sicuramente migliore della copertina con le sfumature di viola. Un fiore reciso, seppure splendido, è un annuncio di morte.

Le immagini le ho trovate su Google.

Shall We Gather at the River

Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20

Sula – Toni Morrison | pag.127

“Dei pochi che, non temendo di presenziare alla sepoltura di una strega, si erano recati al cimitero, alcuni erano venuti soltanto per verificare la sua dipartita, ma si erano fermati a cantare Shall We Gather at the River per una questione di buona creanza, del tutto ignari della cupa promessa della canzone.”

Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20

Sula – Toni Morrison | pag. 90/pag.104-105/pag.107

Sula – Toni Morrison | pag. 90/pag.104-105/pag.107

“Eppure si erano accucciati a quattro zampe, nudi, senza toccarsi altro che le labbra, proprio lì sul pavimento, dove indica la cravatta, a quattro zampe come (su, avanti, dillo) come cani. Mordicchiandosi, senza nemmeno toccarsi, senza nemmeno guardarsi, soltanto le labbra, e quando io ho aperto la porta non hanno alzato gli occhi nemmeno per un istante e io ho pensato che la ragione per cui non alzano gli occhi è perché non lo stanno facendo. Quindi va tutto bene. Io rimango qui e basta. Non lo stanno facendo. Io rimango qui a vedere, però non lo stanno facendo per davvero. Ma in quel momento hanno alzato lo sguardo. O almeno tu l’hai alzato. Tu, tu l’hai alzato Jude. E se soltanto non mi avessi guardata come quei soldati sul treno, come guardi i bambini quando entrano mentre stai ascoltando Gabriel Heatter e spezzano il corso dei tuoi pensieri – senza metterli a fuoco, ma concedendo loro un solo attimo, un frammento di tempo, per capire cos’hanno fatto, che cos’hanno interrotto, tornare dov’erano e lasciarti ascoltare Gabriel Heatter.”

Photographer: Marc Larange

“Lei era stata emarginata, e lo sapeva. Sapeva che la disprezzavano e credeva che esprimessero il loro odio nel disgusto per la facilità con cui andava a letto con gli uomini. Il che era vero. Lei andava a letto con gli uomini tutte le volte che poteva. Era l’unico luogo dove riusciva a trovare quello che stava cercando: l’infelicità e la capacità di provare una profonda pena. Non era mai stata consapevole del fatto che era la tristezza quello che desiderava con tanta intensità. Dapprima fare l’amore le era sembrato il modo per procurarsi una gioia speciale. Era convinta di amare l’oscurità del sesso, il suo rituale; rideva moltissimo durante i rauchi preliminari, e rifutava gli amanti che consideravano il sesso un’attività sana e piacevole. L’estetica sessuale l’annoiava. Non che considerasse il sesso disgustoso (anche la bruttezza era noiosa), però le piaceva pensare che fosse immorale. Quando le sue esperienze si moltiplicarono, comprese non soltanto che non era immorale, ma che non doveva nemmeno elaborare l’idea dell’immoralità per parteciparvi pienamente. Durante l’amore trovava e aveva bisogno di trovare il filo della lama. Quando smetteva di cooperare con il corpo e cominciava a farsi valere nell’atto, si accumulavano in lei particelle di energia, come lamette metalliche attratte verso un vasto nucleo magnetico, a formare un grappolo fitto che nulla, sembrava, avrebbe potuto spezzare. E c’erano un’ironia e un oltraggio estremi nel giacere sotto qualcuno, in posizione di resa, sicura di possedere una forza eterna e un potere senza limiti. Ma il grappolo poi si spezzava, crollava a pezzi e, nella foga di tenerlo insieme, lei precipitava dalla sommità, nel silenzio più totale, e scendeva urlando, urlando, in preda a una pungente consapevolezza della fine delle cose: uno sguardo di sofferenza nel mezzo di tutto quell’ardore tempestoso di gioia. Là al centro di quel silenzio, non c’era eternità ma la morte del tempo e una solitudine così profonda che la parola stessa perdeva il suo significato. Perché la solitudine presupponeva l’assenza degli altri, e la solitudine che lei trovava in quel terreno disperato non aveva mai accettato che potessero esistere altre persone. Allora piangeva. Lacrime per la morte delle cose più insignificanti: le scarpe buttate via dai bambini; ciuffi spezzati d’erba di palude, battuti e soffocati dal mare; fotografie di donne morte che non aveva mai conosciuto; fedi nunziali nelle vetrine delle agenzie di prestiti su pegno; corpi spennati di galline della Cornovaglia in cestinid i riso.
Quando il suo compagno si scioglieva dall’abbraccio, alzava gli occhi su di lui perplessa, cercando di ricordarne il nome; lui abbassava lo sguardo sorridendo verso di lei, sicuro di comprendere la lacrimosa gratitudine a cui credeva di averla condotta. Lei aspettava con impazienza che lui se ne andasse, in un umido stato di soddisfazione e leggero disgusto, lasciandola alla sua intimità postcoitale, in cui ritrovava e accoglieva se stessa, ricomponendosi in un’impareggiabile armonia.”

Immagine: liveauctioneers.com

“Veniva regolarmente, e le portava dei regali: grappoli di more ancora attaccate al ramo, quattro pagri* fritti avvolti in un foglio color salmone del Courier di Pittsburgh, una manciata di frutti dell’albero del pane, due scatole di lamette Jelly Well, un pezzo di ghiaccio del carretto, un barattolo di detersivo Old Dutch, quello con la donna con il berretto che dà la caccia allo sporco con il bastone, una pagina di fumetti di Tillie the Toiler e altre splendenti, bianche bottiglie di latte.”
(…)
Van Van, High John the Conqueror, Little John to Chew, Devil’s Shoe String, Chinese Wash, Mustard Seed e Nine Herbs.”

 

*i pagri sono pesci.

Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20

Sula – Toni Morrison | pag. 90/pag.104-105/pag.107

“Eppure si erano accucciati a quattro zampe, nudi, senza toccarsi altro che le labbra, proprio lì sul pavimento, dove indica la cravatta, a quattro zampe come (su, avanti, dillo) come cani. Mordicchiandosi, senza nemmeno toccarsi, senza nemmeno guardarsi, soltanto le labbra, e quando io ho aperto la porta non hanno alzato gli occhi nemmeno per un istante e io ho pensato che la ragione per cui non alzano gli occhi è perché non lo stanno facendo. Quindi va tutto bene. Io rimango qui e basta. Non lo stanno facendo. Io rimango qui a vedere, però non lo stanno facendo per davvero. Ma in quel momento hanno alzato lo sguardo. O almeno tu l’hai alzato. Tu, tu l’hai alzato Jude. E se soltanto non mi avessi guardata come quei soldati sul treno, come guardi i bambini quando entrano mentre stai ascoltando Gabriel Heatter e spezzano il corso dei tuoi pensieri – senza metterli a fuoco, ma concedendo loro un solo attimo, un frammento di tempo, per capire cos’hanno fatto, che cos’hanno interrotto, tornare dov’erano e lasciarti ascoltare Gabriel Heatter.”

Photographer: Marc Larange

“Lei era stata emarginata, e lo sapeva. Sapeva che la disprezzavano e credeva che esprimessero il loro odio nel disgusto per la facilità con cui andava a letto con gli uomini. Il che era vero. Lei andava a letto con gli uomini tutte le volte che poteva. Era l’unico luogo dove riusciva a trovare quello che stava cercando: l’infelicità e la capacità di provare una profonda pena. Non era mai stata consapevole del fatto che era la tristezza quello che desiderava con tanta intensità. Dapprima fare l’amore le era sembrato il modo per procurarsi una gioia speciale. Era convinta di amare l’oscurità del sesso, il suo rituale; rideva moltissimo durante i rauchi preliminari, e rifutava gli amanti che consideravano il sesso un’attività sana e piacevole. L’estetica sessuale l’annoiava. Non che considerasse il sesso disgustoso (anche la bruttezza era noiosa), però le piaceva pensare che fosse immorale. Quando le sue esperienze si moltiplicarono, comprese non soltanto che non era immorale, ma che non doveva nemmeno elaborare l’idea dell’immoralità per parteciparvi pienamente. Durante l’amore trovava e aveva bisogno di trovare il filo della lama. Quando smetteva di cooperare con il corpo e cominciava a farsi valere nell’atto, si accumulavano in lei particelle di energia, come lamette metalliche attratte verso un vasto nucleo magnetico, a formare un grappolo fitto che nulla, sembrava, avrebbe potuto spezzare. E c’erano un’ironia e un oltraggio estremi nel giacere sotto qualcuno, in posizione di resa, sicura di possedere una forza eterna e un potere senza limiti. Ma il grappolo poi si spezzava, crollava a pezzi e, nella foga di tenerlo insieme, lei precipitava dalla sommità, nel silenzio più totale, e scendeva urlando, urlando, in preda a una pungente consapevolezza della fine delle cose: uno sguardo di sofferenza nel mezzo di tutto quell’ardore tempestoso di gioia. Là al centro di quel silenzio, non c’era eternità ma la morte del tempo e una solitudine così profonda che la parola stessa perdeva il suo significato. Perché la solitudine presupponeva l’assenza degli altri, e la solitudine che lei trovava in quel terreno disperato non aveva mai accettato che potessero esistere altre persone. Allora piangeva. Lacrime per la morte delle cose più insignificanti: le scarpe buttate via dai bambini; ciuffi spezzati d’erba di palude, battuti e soffocati dal mare; fotografie di donne morte che non aveva mai conosciuto; fedi nunziali nelle vetrine delle agenzie di prestiti su pegno; corpi spennati di galline della Cornovaglia in cestinid i riso.
Quando il suo compagno si scioglieva dall’abbraccio, alzava gli occhi su di lui perplessa, cercando di ricordarne il nome; lui abbassava lo sguardo sorridendo verso di lei, sicuro di comprendere la lacrimosa gratitudine a cui credeva di averla condotta. Lei aspettava con impazienza che lui se ne andasse, in un umido stato di soddisfazione e leggero disgusto, lasciandola alla sua intimità postcoitale, in cui ritrovava e accoglieva se stessa, ricomponendosi in un’impareggiabile armonia.”

Immagine: liveauctioneers.com

“Veniva regolarmente, e le portava dei regali: grappoli di more ancora attaccate al ramo, quattro pagri* fritti avvolti in un foglio color salmone del Courier di Pittsburgh, una manciata di frutti dell’albero del pane, due scatole di lamette Jelly Well, un pezzo di ghiaccio del carretto, un barattolo di detersivo Old Dutch, quello con la donna con il berretto che dà la caccia allo sporco con il bastone, una pagina di fumetti di Tillie the Toiler e altre splendenti, bianche bottiglie di latte.”
(…)
Van Van, High John the Conqueror, Little John to Chew, Devil’s Shoe String, Chinese Wash, Mustard Seed e Nine Herbs.”

 

*i pagri sono pesci.

Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20

Sula – Toni Morrison | pag.107

“Veniva regolarmente, e le portava dei regali: grappoli di more ancora attaccate al ramo, quattro pagri fritti avvolti in un foglio color salmone del Courier di Pittsburgh, una manciata di frutti dell’albero del pane, due scatole di lamette Jelly Well, un pezzo di ghiaccio del carretto, un barattolo di detersivo Old Dutch, quello con la donna con il berretto che dà la caccia allo sporco con il bastone, una pagina di fumetti di Tillie the Toiler e altre splendenti, bianche bottiglie di latte.”
(…)
Van Van, High John the Conqueror, Little John to Chew, Devil’s Shoe String, Chinese Wash, Mustard Seed e Nine Herbs.”

Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20

Sula – Toni Morrison | pag.104-105

Photographer: Marc Larange

“Lei era stata emarginata, e lo sapeva. Sapeva che la disprezzavano e credeva che esprimessero il loro odio nel disgusto per la facilità con cui andava a letto con gli uomini. Il che era vero. Lei andava a letto con gli uomini tutte le volte che poteva. Era l’unico luogo dove riusciva a trovare quello che stava cercando: l’infelicità e la capacità di provare una profonda pena. Non era mai stata consapevole del fatto che era la tristezza quello che desiderava con tanta intensità. Dapprima fare l’amore le era sembrato il modo per procurarsi una gioia speciale. Era convinta di amare l’oscurità del sesso, il suo rituale; rideva moltissimo durante i rauchi preliminari, e rifutava gli amanti che consideravano il sesso un’attività sana e piacevole. L’estetica sessuale l’annoiava. Non che considerasse il sesso disgustoso (anche la bruttezza era noiosa), però le piaceva pensare che fosse immorale. Quando le sue esperienze si moltiplicarono, comprese non soltanto che non era immorale, ma che non doveva nemmeno elaborare l’idea dell’immoralità per parteciparvi pienamente. Durante l’amore trovava e aveva bisogno di trovare il filo della lama. Quando smetteva di cooperare con il corpo e cominciava a farsi valere nell’atto, si accumulavano in lei particelle di energia, come lamette metalliche attratte verso un vasto nucleo magnetico, a formare un grappolo fitto che nulla, sembrava, avrebbe potuto spezzare. E c’erano un’ironia e un oltraggio estremi nel giacere sotto qualcuno, in posizione di resa, sicura di possedere una forza eterna e un potere senza limiti. Ma il grappolo poi si spezzava, crollava a pezzi e, nella foga di tenerlo insieme, lei precipitava dalla sommità, nel silenzio più totale, e scendeva urlando, urlando, in preda a una pungente consapevolezza della fine delle cose: uno sguardo di sofferenza nel mezzo di tutto quell’ardore tempestoso di gioia. Là al centro di quel silenzio, non c’era eternità ma la morte del tempo e una solitudine così profonda che la parola stessa perdeva il suo significato. Perché la solitudine presupponeva l’assenza degli altri, e la solitudine che lei trovava in quel terreno disperato non aveva mai accettato che potessero esistere altre persone. Allora piangeva. Lacrime per la morte delle cose più insignificanti: le scarpe buttate via dai bambini; ciuffi spezzati d’erba di palude, battuti e soffocati dal mare; fotografie di donne morte che non aveva mai conosciuto; fedi nunziali nelle vetrine delle agenzie di prestiti su pegno; corpi spennati di galline della Cornovaglia in cestinid i riso.
Quando il suo compagno si scioglieva dall’abbraccio, alzava gli occhi su di lui perplessa, cercando di ricordarne il nome; lui abbassava lo sguardo sorridendo verso di lei, sicuro di comprendere la lacrimosa gratitudine a cui credeva di averla condotta. Lei aspettava con impazienza che lui se ne andasse, in un umido stato di soddisfazione e leggero disgusto, lasciandola alla sua intimità postcoitale, in cui ritrovava e accoglieva se stessa, ricomponendosi in un’impareggiabile armonia.”

Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20

Sula – Toni Morrison | pag. 90

“Eppure si erano accucciati a quattro zampe, nudi, senza toccarsi altro che le labbra, proprio lì sul pavimento, dove indica la cravatta, a quattro zampe come (su, avanti, dillo) come cani. Mordicchiandosi, senza nemmeno toccarsi, senza nemmeno guardarsi, soltanto le labbra, e quando io ho aperto la porta non hanno alzato gli occhi nemmeno per un istante e io ho pensato che la ragione per cui non alzano gli occhi è perché non lo stanno facendo. Quindi va tutto bene. Io rimango qui e basta. Non lo stanno facendo. Io rimango qui a vedere, però non lo stanno facendo per davvero. Ma in quel momento hanno alzato lo sguardo. O almeno tu l’hai alzato. Tu, tu l’hai alzato Jude. E se soltanto non mi avessi guardata come quei soldati sul treno, come guardi i bambini quando entrano mentre stai ascoltando Gabriel Heatter e spezzano il corso dei tuoi pensieri – senza metterli a fuoco, ma concedendo loro un solo attimo, un frammento di tempo, per capire cos’hanno fatto, che cos’hanno interrotto, tornare dov’erano e lasciarti ascoltare Gabriel Heatter.”

Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20

Eikoh Hosoe | Fotografia

Eikoh Hosoe

Eikoh Hosoe è un fotografo giapponese, nato nel 1933 a Yonezawa. Suo padre era un sacerdoto shintoista. Dopo essersi lauretato al College of Photography di Tokyo, dove ha poi insegnato, ha tenuto la sua prima esposizione personale nel 1956.
La collaborazione con Yukio Mishima, con il quale ha pubblicato il libro fotografico Killed by roses, gli ha dato fama internazionale.

Eikoh Hosoe

Altre immagini qui.

Sula – Toni Morrison | pag. 81/pag. 77-78

Image: free-images.gatag.net

“Soltanto Nel notò la peculiarità del maggio che seguì la partenza degli uccelli. Aveva lo splendore, la brillantezza di verdi notti di sabato sature di pioggia (rischiarate dalle eccitanti luci installate da poco lungo le strade), di pomeriggi giallo limone illuminati da bevande ghiacciate e screziati di giunchiglie. Si mostrava nei volti umidi dei suoi bambini e nella calma fluviale delle loro voci. Persino il suo corpo non era immune a quella magia. Si sedeva a cucire sul pavimento, come faceva quand’era ragazza, ripiegando sotto di sé le gambe, oppure danzava un po’ a ritmo di un motivetto che aveva in testa. C’erano giorni sereni, inondati di sole e crepuscoli viola in cui Tar Baby cantava Abide With Me nei raduni di preghiera, le ciglia oscurate dalle lacrime, la sagoma esausta e contrita che si stagliava contro le mura imbiancate di Greater Saint Matthew’s. Nel ascoltava e un sorriso le affiorava sulle labbra. Sorrideva allo splendore e all’incanto che entravano dalle finestre sfiorando la sua sofferenza, trasformandola in un piacere da contemplare.”

“Quei piccoli tremanti uccellini dal petto color igname erano dappertutto: avevano eccitato a tal punto i più piccini, da indurli a rinunciare all’abituale benvenuto e ad accoglierli con una violenta sassaiola. Nessuno sapeva perché o da dove fossero venuti. Sapevano solo che non ci si poteva muovere senza calpestarne gli escrementi perlacei, e che era un problema stendere la biancheria, strappare le erbacce o anche solo sedersi sulla veranda mentre pettirossi volavano e morivano tutt’intorno.
Moltissimi ricordavano quella volta in cui per due ore il cielo era stato annerito da nuvole e nuvole di piccioni; erano abituati agli eccessi della natura – troppo caldo, troppo freddo, troppa siccità, pioggia a catinelle – eppure temevano che un fenomeno relativamente insignificante potesse prendere il sopravvento, dominarli e sottomettere la loro mente al suo potere».
A dispetto della paura, reagirono a quella stranezza opprimente, o a quelli che chiamarono “giorni maledetti”, con una rassegnazione che rasentò il benvenuto. Intuivano che un simile maleficio dovesse essere stornato: c’erano delle precauzioni da prendere per proteggersene. Comunque lasciarono che facesse il suo corso, che si compisse, e non cercarono di mutarlo o di interromperlo, né di evitare che si verificasse nuovamente. Si comportavano così anche con le persone.

E questo atteggiamento, che gli estranei scambiavano per negligenza, trascuratezza o anche generosità, di fatto significava piena legittimazione delle forze diverse da quelle del bene. Non credevano che i dottori potessero guarire – secondo loro nessuno lo aveva mai fatto. Non credevano che la morte potesse essere accidentale – la vita, se mai, poteva esserlo, ma la morte era premeditata. Non credevano che la Natura fosse avversa – solo importuna. Piaghe e siccità erano “naturali” come la primavera. Se il latte poteva cagliare, Dio sa se potevano calare stormi di pettirossi. L’obiettivo del male era di sopravvivergli e così decisero (senza mai esserne consapevoli) di sopravvivere alle inondazioni, ai bianchi, alla tubercolosi, alla carestia, all’ignoranza. Conoscevano la rabbia, ma non la disperazione, e non lapidavano i peccatori per la stessa ragione per cui non si suicidavano: era indegno di loro”.

Photo rhombus.travellerspoint.com

Abide with me interpretata da Mahalia Jackson
Image: free-images.gatag.net

Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20

Sula – Toni Morrison | pag. 77-78

Photo rhombus.travellerspoint.com

“Quei piccoli tremanti uccellini dal petto color igname erano dappertutto: avevano eccitato a tal punto i più piccini, da indurli a rinunciare all’abituale benvenuto e ad accoglierli con una violenta sassaiola. Nessuno sapeva perché o da dove fossero venuti. Sapevano solo che non ci si poteva muovere senza calpestarne gli escrementi perlacei, e che era un problema stendere la biancheria, strappare le erbacce o anche solo sedersi sulla veranda mentre pettirossi volavano e morivano tutt’intorno.
Moltissimi ricordavano quella volta in cui per due ore il cielo era stato annerito da nuvole e nuvole di piccioni; erano abituati agli eccessi della natura – troppo caldo, troppo freddo, troppa siccità, pioggia a catinelle – eppure temevano che un fenomeno relativamente insignificante potesse prendere il sopravvento, dominarli e sottomettere la loro mente al suo potere».
A dispetto della paura, reagirono a quella stranezza opprimente, o a quelli che chiamarono “giorni maledetti”, con una rassegnazione che rasentò il benvenuto. Intuivano che un simile maleficio dovesse essere stornato: c’erano delle precauzioni da prendere per proteggersene. Comunque lasciarono che facesse il suo corso, che si compisse, e non cercarono di mutarlo o di interromperlo, né di evitare che si verificasse nuovamente. Si comportavano così anche con le persone.
E questo atteggiamento, che gli estranei scambiavano per negligenza, trascuratezza o anche generosità, di fatto significava piena legittimazione delle forze diverse da quelle del bene. Non credevano che i dottori potessero guarire – secondo loro nessuno lo aveva mai fatto. Non credevano che la morte potesse essere accidentale – la vita, se mai, poteva esserlo, ma la morte era premeditata. Non credevano che la Natura fosse avversa – solo importuna. Piaghe e siccità erano “naturali” come la primavera. Se il latte poteva cagliare, Dio sa se potevano calare stormi di pettirossi. L’obiettivo del male era di sopravvivergli e così decisero (senza mai esserne consapevoli) di sopravvivere alle inondazioni, ai bianchi, alla tubercolosi, alla carestia, all’ignoranza. Conoscevano la rabbia, ma non la disperazione, e non lapidavano i peccatori per la stessa ragione per cui non si suicidavano: era indegno di loro”.

Sula
Toni Morrison,
Antonio Bertolotti (traduttore)
Franca Cavagnoli (traduttrice)
pagine 157
Frassinelli Tascabili, 1999
€ 6, 20