Acquazzone settembrino

Senza mezzi termini, piove. Piove come se dio (uno qualsiasi) avesse ordinato a tutti gli angeli (o altri impiegati suoi) di affacciarsi dalle nuvole e rovesciare catini d’acqua sulle teste della gente per lavarla, perchè non se ne poteva più di quella puzza d’essere umano accaldato che ti si spalma addosso quando sei in giro a piedi nei mercati, in autobus, in metropolitana, tra un palpeggiamento e un furto, ma così è peggio, che cerchi uno spiraglio d’aria boccheggiando verso l’alto sulle teste della ressa e l’unica cosa che trovi è il fiato gastritico di una signora dai capelli crespi e una caccola attaccata alla narice di un vecchietto dalla giacca di lana a quadretti il 25 settembre con 25 gradi segnati dal display della farmacia proprio lì fuori. Così all’uscita di casa di lavoro di scuola focalizzi, come fosse una apparizione divina, la sedia su cui hai lasciato l’ombrello che galleggia luminosa nella tua mente buia e tentenni sul dafarsi: uscire e docciarmi o restare quì sotto il portone e morire di fame? restare, tanto mò smette, ma non smette, allora uscire docciarmi per un tratto e spendere due euro nel negozio cinese per un ombrello che durerà un euro e cinquanta, scarpe calze e pantalone zuppi di acqua fetida nera con dentro della granella grigiastra, che sarà? Molecole aggregate, colonie schifide di epatite erpes leptospirosi alien? Appena arrivo a casa mi lavo col napisan misto ad alcol e acqua ossigenata (magari mi depila pure sta roba).

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