Le risate di pancia, col loro solletico ci avvicinavano, mi baciavi le guance come se assaggiassi un dolce riempiendo, solo la punta del cucchiaino. Ho pensato: questi baci tra tre ore li sentirò ancora scendere in gola come un amarostico, una medicina per il mal di tempo, per il mal di te, come quella per il mal di testa con gli occhi al soffitto ingiallito, eccomi impigliata lassù, in quel lampadario a nido di canapa intrecciata, senza fiamma . Lo osservo incerta del suo significato, è instabile, un uccellino solitario potrebbe viverci lì dentro, capisco, ci vivo io, da quasi dieci anni sospesa su questo letto dell’infanzia perduta, nella penombra morbida dei lumini sui comodini, la radiosveglia di plastica bianca e qualche ninnolo sopra i centrini di macramè, con un filo di voce nella notte, mi mangi a morsi avvolgendmi in un bozzolo i tuoi fili di saliva, ciò che ne resta, vieni alle incertezze e alle fughe dei tuoi occhi e nelle tue mutande. Le mani sul viso, il piacere è confuso e colpevole, il mio nome si affaccia alla coscienza quando meno te lo aspetti. Ho disegnato la mia iniziale col dito sul vetro appannato del tuo parabrezza tante volte, ho pigiato bene perché non fosse superficiale, perché restasse l’impronta dei miei polpastrelli a lungo così che sedendosi al mio posto chiunque la vedesse a certo punto.
Un vuoto dentro a stare chiusa.
Che scoppiasse una rivoluzione. Sentire qualcosa.
Un rossore nuovo sulle guance, che fosse inizio.
Giorno: 9 marzo 2006