Mese: febbraio 2006
Chiedi alla polvere
Avevo appena cominciato a scrivere che udii dei passi nel corridoio e capii che stava tornando. Mi precipitai a spegnere la luce, ma era ormai troppo tardi; doveva averla vista filtrare sotto la porta. Quando bussò, non risposi. Bussò di nuovo, ma io rimasi seduto a fumare. Allora cominciò a tempestare la porta di pungi e minacciò di prenderla a calci e di non smettere per tutta la notte se non le avessi aperto. Mollò il primo calcio che eccheggiò come una esplosione nell’edificio cadente; mi alzai di scatto e aprii. – Caro!- esclamò, tendendomi le braccia. – Accidenti!-le dissi. – Adesso esageri. Non capisci che mi hai stufato? – Perchè mi hai lasciata? – mi domandò. – Come hai potuto farmi una cosa simile? – Avevo un altro impegno. – Oh tesoro, – mi disse. – Non dovresti mentirmi. – Sciocchezze. Si avvicinò alla macchina da scrivere e. come l’altra volta, strappò il foglio. Sopra non c’era che qualche frase, il mio nome ripetuto più volte e dei versi isolati. Questa volta il suo viso si illuminò. – E’ splendido! – esclamò. – Sei un genio! Il mio tesoro è pieno di talento! – Ho molto da fare, – risposi. – Ti spiacerebbe andartene? Sembrava che non mi avesse sentito. Si sedette sul letto, si slacciò la giacca e fece dondolare i piedi. – ti amo, – disse. – Sei il mio tesoro e farai l’amore con me. – Un’altra volta, – le dissi. – Adesso sono stanco. Mi arrivò una zarfata di quel suo odore di saccarina. – Non sto scherzando, – le dissi. – Penso che faresti meglio ad andartene. Vorrei evitare di doverti sbattere fuori. – Sono così sola, – mi confidò. Diceva sul serio. Assieme alle sue parole, sgorgò da lei un fiotto di sofferenza, un groviglio buio, che mi fece vergognare della mia durezza. – Daccordo, – le dissi. – Chiacchieriamo pure un pò. Presi la sedia e mi sedetti a cavalcioni, con il mento appoggiato allo schienale, mentre lei si accovacciava sul letto. Era meno ubriaca di quel che pensassi. C’era qualcosa che non andava in lei, ma non era l’alcol, e io volevo scoprire di cosa si trattava. Si mise a parlare con aria allucinata. Mi disse il suo nome; si chiamava Vera. Faceva la governante in una famiglia di ricchi ebrei di Long Beach, ma era stanca del suo lavoro. Era scappata dalla Pennsylvania perchè il marito l’aveva tradita. Quel giorno era venuta in gita a Los Angeles e mi aveva visto in un ristorante, all’angolo tra Olive Street e la Seconda. Mi aveva seguito fino al mio albergo perchè i miei occhi “le avevano trafitto l’anima”. Ma io non mi ricordavo di lei, anzi, ero sicuro di non averla mai vista in vita mia. Dopo aver scoperto dove abitavo, era tornata da Solomon e si era ubriacata. Aveva continuato a bere per tutto il giorno, ma solo per trovare il coraggio di venire in camera mia. – So che provi ripugnanza per me, – mi disse. – sai delle mie cicatrici e dell’orrore che porto addosso, nascosto sotto i vestiti. ma devi cercare di non pensare alla bruttezza del mio corpo, perchè il mio cuore è buono. Davvero, sono buona, e non merito il tuo disgusto. Rimasi senza parole. – Perdona il mio corpo! – esclamò. Poi mi abbracciò, con le guance inondate di lacrime. – Pensa alla mia anima, – disse. – E’ così bella, la mia anima, e può darti tanto! …
John Fante
Chiedi alla polvere che non mi piaceva molto fino a pagina 107, dove arriva Vera.
Valentino
A quindici anni con la testa piena di favole e romanticherie mi vestii di rosso e, con gli orecchini a cuore, andai a scuola sognando un sanvalentino abbracciata al mostriciattolo di cui ero innamorata, lui non mi cagava nemmeno di striscio e tornai a casa sospirando.
A venti anni sanvalentino è stato un enorme leccalecca a forma di cuore, nella baita c’erano 30 gradi e fuori nevicava, fù divertente noi due da soli con le oche sul laghetto ghiacciato e quel micio che grattava alla porta infreddolito.
A quasi 30 anni non ho bisogno di un giorno preciso per amare e la tua compagnia è come il cioccolato fondente, ‘ché il vero gusto dell’amore è amaro.
Stasera Capossela ore 21 Avellino, dice concerto per soli innamorati e male accompagnati(cit.)
Alba di mezzogiorno
Trafelata prepara il pranzo di ritorno dal mercato, il rumore delle stoviglie che cozzano in cucina è lontano e attutito dalle coperte pesanti che mi coprono come un guscio contro il nuovo sole di lunedì. Lingue di luce sul letto sparpagliati libri e vestiti che faccio cadere stendendo le gambe, mi sono riaddormentata dopo un tremendo incubo avvolta nello scialle a fantasia peruviana e la lucetta accesa, non è bastato girare il cuscino per scacciarlo.
Domani arriva sempre inopportuno e le sue parole d’amore dovrebbero consolarmi ma io non riesco a provare che pena.
Le persone camminano tenendosi sotto braccio, sembrano vivere con facilità, si lasciano trasportare dalla vita stessa. Chi ha un cuore pesante resta fermo a farsi battere dal vento. Sul pavimento una pila di libri e cd ai quali non so trovare posto, nei quali inciampo quando squilla il telefono e mi alzo, scalza, addosso solo lo scialle e la t-shirt stampata touch me sul cuore, rispondo: pronto, mia madre allegra dice dalla cornetta che le sue analisi sono apposto che tornerà tardi da lavoro, chiede se dormivo. No ero sveglia ti voglio bene.
Adesso che sono qui e le piante sono verdi e il sole è giallo, mi domando: perché sono rimasta così a lungo a letto? Non è poi così difficile stare in piedi. Ritorno per infilare le pantofole, recuperare qualcosa da mettere, le lenzuola di flanella sono tiepide, fin qui arriva l’odore del soffritto di cipolle e pancetta.
Domani c’è una festa di compleanno
Il cinguettio degli uccelli, il tombino col suo suono secco di pietra e ferro, le campane registrate su nastro a ogni ora. Le dita fredde. La pelle stanca. Domani c’è una festa di compleanno.