Adesso che non sono più eterna mi incanto di rado

Leggevo Sonno Profondo, di Banana Yoshimoto. Avevo un impermeabile blu scuro e me ne stavo seduta sulla terza rampa di scale di un palazzo in provincia, intorno c’era quiete, raramente qualcuno saliva o scendeva, da dietro le porte chiuse rumori sommessi di stoviglie, tv e bambini. Dalla mia borsa russa di stoffa, tiravo fuori il walkman e ascoltavo Hand in my pocket di Alanis Morissette, disegnando sul blocco di fogli a righe A4 tra gli appunti di filologia romanza, la leggenda di Sant’Alessio e le immagini cruente di una santa che, dopo essersi trascinata sulla strada, spalancava le porte di una chiesa con i polsi dalle mani mozzate, imbrattando di sangue il portale. Disegnavo delle scarpe col tacco vertiginoso legate strette attorno ai polpacci perchè mi piaceva e mi piace calcare la mano per evidenziare le pieghe della carne. Avevo i capelli lunghi e occhiali affusolati. Leggevo di quel sonno che arriva come la marea e vivevo in un sogno. Aspettavo. In casa non c’era nessuno ma, di li a pochi minuti, sarebbe arrivato il mio amore operaio, stringendo tra le mani ruvide le chiavi e lo stereo dell’auto, puzzando d’acido e di fabbrica. Sorpreso di vedermi avrebbe sgranato gli occhi facendoli più grandi. La mia vita era in quell’attesa leggera e quando sua madre mi rimproverava per la mia personalità, ai suoi occhi, tanto bizzarra, io arrossivo e piegavo la testa di lato, sperando che smettesse in fretta e ci lasciasse al nostro incanto. Ero eterna.
Sfoglio le pagine di quel libro, le parole mi scorrono dentro, le storie mi cullano, ho ancora l’impermeabile blu scuro nell’armadio, lo provo ma adesso mi sembra talmente ridicolo! Ormai non ci sono più corsi da seguire nè appunti da prendere, i fuoricorso sono saldi di fine stagione dice un docente a ricevimento. Non ho motivi per andare in provincia. Quelle scale poi le ho odiate, aspettavo aspettavo, i minuti si sommavano e le pile del walkman non bastavano mai, dietro quelle porte quanti occhi indiscreti mi hanno crocefissa con chiodi di maldicenza. Non giochiamo più assieme noi due, è un uomo senza odore e sua madre una maledetta bigotta. Ho sgranato un rosario di lacrime sotto la luna d’estate, mentre i grilli frinivano ed ero in quella casa d’oblio alle spalle della chiesa, dove tutta la mia vita impacchettata era muta. Il vento mi sferza, cerco la tasca del cappotto per riparare la mano dal freddo. Adesso che non sono più eterna mi incanto di rado.

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