Mese: dicembre 2005

orsetto malmesso

Questo è il mio piccolo orsetto malmesso. Adoro gli orsetti malmessi, rattoppati con le cuciture sdrucite, i fili tirati, un bottone per occhio e l’altro che fine ha fatto?questo orsetto ha una cucitura al centro del petto, glielo hanno aperto per togliergli il cuore che era malato. L’orsetto vive anche senza cuore. Il cuore è solo un pezzo, quando lo prendo tra le mani e lo stringo sento il vuoto nel suo petto, l’orsetto vive senza cuore ma non vive certo senza amore, l’amore per l’orsetto passa attraverso quel buchetto che ha sul pancino. Questo orsetto ha l’ombelico infatti..non è come gli altri. Quel forellino rosa è una porta aperta al vero nutrimento, attraverso quel buchetto passa solo l’amore, l’amore della mamma. L’orsetto senza cuore vive del mio amore.

Dedicato alla mia mamma, a tutti gli ombelichi ed a tutti gli orsetti malmessi del mondo.

Smanettando con flash ho disegnato l’orsetto, poi gli è cresciuto l’ombelico!

Auguri di BuonAnno!

Adesso che non sono più eterna mi incanto di rado

Leggevo Sonno Profondo, di Banana Yoshimoto. Avevo un impermeabile blu scuro e me ne stavo seduta sulla terza rampa di scale di un palazzo in provincia, intorno c’era quiete, raramente qualcuno saliva o scendeva, da dietro le porte chiuse rumori sommessi di stoviglie, tv e bambini. Dalla mia borsa russa di stoffa, tiravo fuori il walkman e ascoltavo Hand in my pocket di Alanis Morissette, disegnando sul blocco di fogli a righe A4 tra gli appunti di filologia romanza, la leggenda di Sant’Alessio e le immagini cruente di una santa che, dopo essersi trascinata sulla strada, spalancava le porte di una chiesa con i polsi dalle mani mozzate, imbrattando di sangue il portale. Disegnavo delle scarpe col tacco vertiginoso legate strette attorno ai polpacci perchè mi piaceva e mi piace calcare la mano per evidenziare le pieghe della carne. Avevo i capelli lunghi e occhiali affusolati. Leggevo di quel sonno che arriva come la marea e vivevo in un sogno. Aspettavo. In casa non c’era nessuno ma, di li a pochi minuti, sarebbe arrivato il mio amore operaio, stringendo tra le mani ruvide le chiavi e lo stereo dell’auto, puzzando d’acido e di fabbrica. Sorpreso di vedermi avrebbe sgranato gli occhi facendoli più grandi. La mia vita era in quell’attesa leggera e quando sua madre mi rimproverava per la mia personalità, ai suoi occhi, tanto bizzarra, io arrossivo e piegavo la testa di lato, sperando che smettesse in fretta e ci lasciasse al nostro incanto. Ero eterna.
Sfoglio le pagine di quel libro, le parole mi scorrono dentro, le storie mi cullano, ho ancora l’impermeabile blu scuro nell’armadio, lo provo ma adesso mi sembra talmente ridicolo! Ormai non ci sono più corsi da seguire nè appunti da prendere, i fuoricorso sono saldi di fine stagione dice un docente a ricevimento. Non ho motivi per andare in provincia. Quelle scale poi le ho odiate, aspettavo aspettavo, i minuti si sommavano e le pile del walkman non bastavano mai, dietro quelle porte quanti occhi indiscreti mi hanno crocefissa con chiodi di maldicenza. Non giochiamo più assieme noi due, è un uomo senza odore e sua madre una maledetta bigotta. Ho sgranato un rosario di lacrime sotto la luna d’estate, mentre i grilli frinivano ed ero in quella casa d’oblio alle spalle della chiesa, dove tutta la mia vita impacchettata era muta. Il vento mi sferza, cerco la tasca del cappotto per riparare la mano dal freddo. Adesso che non sono più eterna mi incanto di rado.

Natale 2005

 

Due giorni al Natale, i giorni dall’ otto a oggi si sono smaterializzati. In cosa sono stata occupata? Non lo so, rassettare, scrivere biglietti, comprare, poi aspettare e-mail, sms, pacchetti. Molti dicono che il Natale da adulti non sia bello come da bambini, a ventotto anni non è di certo come a otto quando all’alba cercai di racchiudere nelle braccia tutti i regali che erano sotto l’albero e li portai sul letto, tra le altre cose c’era una piccola borsetta rosa e lilla di finta pelle con stampata sul davanti CandyCandy, un breve graffio aveva scrostato del colore:”Mamma è graffiata!!!” le feci notare, e lei ancora sotto le coperte:”Babbo Natale ha le unghie lunghe l’ha graffiata tirandola fuori dal sacco” immaginai all’istante questo Babbo Natale con l’unghia del mignolo lunga e scura, un pò zozza forse, come qualcosa che conoscevo bene, cosa è? ah si!!! è l’unghia dello zio. Babbo Natale ha l’unghia di quello zio che mi chiama ‘marzianella’ al quale ogni Natale ho portato il panettone a casa prendendo il taxi. Quest’anno non c’è nessun taxi da prendere, e lo zio è sotto terra da qualche mese,  ma pare che le unghie continuino a crescere anche dopo morti per un periodo, ed è Natale comunque.

La Vita Bestia – Filippo Timi

La Vita Bestia
(Autoritratto)
Luci: Gianni Staropoli.
Regia: Giorgio Barberio Corsetti.
Autore e interprete: Filippo Timi.
Ore 20:00 Nuovo Teatro Nuovo.
Giungo a teatro con largo anticipo. La pioggerella sottile e petulante non mi abbandona mai. Sto ferma tutta composta e un pò tesa in compagnia della mia amica. Attendiamo l’arrivo di altre compagne parlando delle mie stanchezze, che ho mal di testa. Ho il cappotto bianco e le scarpe rosa, vorrei sedermi su quegli scalini laggiù, ma temo di sporcarmi. Un uomo esce dal teatro, ha il cappotto lungo e scuro, sul verde mi sembra, è in compagnia, gli guardo il volto.Una leggera agitazione mi prende. Lo riconosco subito, anche a distanza di un anno dal’unica volta in cui lo vidi, sempre quì, sempre di sera. Dico all’Amica:”Eccolo è lui, che quello è Filippo Timi”. Lei finge indifferenza e scruta ma lui si è già allontanato. “Mannaggia non l’ho visto bene”, mi dice.
Quando torna si trattine pochi istanti davanti alla bacheca con i ritagli di giornale che lo riguardano, ha una busta bianca con dentro del cibo. Parliamo la mia Amica ed io sottovoce, le racconto dello spettacolo dell’anno scorso, delle acrobazie di Metafisico Cabaret di quella mimica facciale che tanto mi ha colpita, mentre lo seguo con lo sguardo. Lui presto svanisce dietro le porte nere della sala. Passa del tempo e arrivano le compagne in ritardo, prendiamo i biglietti ci sistemiamo. Ho un faro giusto negli occhi.
Pochi istanti poi è buio.
Una musica parte in sordina per divenire più forte a sipario aperto. Filo è seduto per terra in mutande e cannotta strappata dice che ha fame, ha i calzini scuri. Sono seduta nella fila D e per vederlo intero mi davo piegare di lato. Trascorrerò le prossime due ore in questa posizione.
Con La Vita Bestia questa volta mette in scena  tutto se stesso, autoironico e poetico nel suo monologo senza pause dalla nascita, l’infanzia e l’adolescenza, poi la scoperta del sesso, la sua violenza e la partenza. Non c’è un attimo di stanca, mi passa il mal di testa, lui balla, rotea gli occhi è sensuale il suo discorso fisico, ci coinvolge in una intimità totale. Racconta la balbuzia mescolando realtà a finzione. Aneddoti personali, per quanti giorni si può nascondere un panino? Come ottenere due costumi di carnevale al prezzo di uno, le unghie così sottili da sembrare pelle, gli stivali Camperos. L’amore che finisce e ci lascia due volte sulle note di B.agli.oni. La madre, che contiene e protegge, il suo cuore che batte. Personaggi: la zia, la cugina, la fredda sorella e le sue due figlie, Sonia, e l’audace amica della madre (una deliziosa accurata lezione su come si masturba una donna, e l’esaltante sensazione di potere che deriva dal dare piacere), poi il dolore la scoperta dell’«uomosessualità» e Andrea-Eva. La parrocchia e la realtà del povero ma dignitoso contado, le discoteche. Attraverso una linguaggio ora delicato e dopo brutale, un misto di umbro e italiano che non non suona mai caricaturale, Filo sa far ridere, seriamente, con l’ironia. C’è tanto amore soprattutto in questo spettacolo.
Ha una tosse bronchiale e mangia crema di nocciole e cioccolato in scena l’interemozione tra attore e pubblico è avvolgente.
Questo monologo è tratto dalla prima parte di un romanzo scritto da Lui con Eduardo Albineti, che Fandango pubblicherà in febbraio. Il romanzo autobiografico probabilmente si chiamerà proprio ‘La Vita Bestia’ perchè la vita è una bestia che ti sta col fiato sul collo e solo quando ti morde sai che è finita.

#C40

Alzando il naso dal libro mi sono resa conto di essere sulla tangenziale.
La città è azzurra e all’orizzonte il cielo si fa bianco neve, eppure questa non è una giornata particolarmente fredda. La nebbia abbraccia la sommità del Vesuvio, i paesi sottostanti sembrano nell’insieme un disordinato deposito di scatoloni colorati.
Di qua sù ho visto le torri e la sua struttura ellittica del parco in cui abiti, come sempre mi è parso più un giocattolo che un luogo in cui vivere.
Ero alle prime pagine della mia lettura, quando Hans Schnier torna nella sua casa color ruggine e dice che il più terribile dei suoi mali è la predisposizione alla monogamia, questa parola: monogamia, mi ha fatto pensare al tuo modo assoluto di vivere le relazioni, che è un pò anche il mio, ma che è anche diverso dal mio, perchè le mie relazioni più che assolute sono esclusive, che non escludono la compresenza di più esclusività però.
Ho fatto la pieghetta alla pagina e, chiuso il libro, ho continuato a guardare fuori dal finestrino.
Trovo sempre affascinanti queste strade costruite nell’aria. L’autista accelerava e rallentava di continuo, così mi è parso di essere su una giostra un pò violenta.
A casa tua ci sono stata una sola volta, hai cucinato per me ed abbiamo mangiato guardando i Simpsons nella tua cucina bianca, non sapevi che la plastica trasparente con cui si riveste il fondo del lavello, si potesse comprare in rotoli e ritagliare nella forma preferita o più utile. Ho detto: “Che ordinato che sei”, perché avevi i libri sistemati per autore, in ordine alfabetico.
Al casello c’era un po’ di traffico, quando abbiamo imboccato la strada che attraversa il parcheggio sotterraneo del centro direzionale, osservando le auto parcheggiate nella penombra arancione, mi è tornato in mente il volto di un guardone che mi fece spavento, molti anni fa. Così vcino al finestrino dell’auto frugò con gli occhi tra le mie carni, neanche troppo scoperte, di cui si riempiva frenetico le mani il mio amore operaio, colui che con la sua insistenza mi ha rapita, separata da me stessa e dal mondo.
Ho pensato alla mia distanza dalle cose, al muro di cristallo luminoso attraverso il quale ti parlo in questi giorni che mi è sembrato così inutile nella sua imprescindibile esistenza.
Quando sono scesa dal pullman mi sentivo più leggera. Insolitamente presente a me stessa.
Una drammatizzazione, pure solo immaginaria o abbozzata, anche a questo serve.