All’alba controvoglia ho abbandonato il letto caldo per andare in gita con mia madre.
La sua voce era insistente e mi ha costretta ad un attivismo insolito, la luce elettrica cadeva sui mobili che proiettavano ombre labili. Era buio fuori dai vetri intravedevo oltre la zanzariera la piazza bagnata e il fornaio con mezza serranda alzata; ci siamo vestite truccate profumate con poco scarto temporale l’una dall’altra, mi incitava a fare in fretta: ho rinunciato alla sigaretta del risveglio, diceva.
Con i piedi nelle scarpe fredde la cucina mi sembrava estranea, niente acqua nè frutta nè caffè, questa gita andava fatta a digiuno.
Nonna ci ha salutate stando in piedi contro lo stipite della porta di legno vecchio che da sulle scale, con gli occhi bianchi di sonno facendo ciao con la mano ci ha detto: state attente tornate presto.
In ascensore lei fumava dicendo adesso posso sono sveglia da più di un ora e l’odore del fumo si mescolava a quello della lacca che da sempre spruzzata in abbondanza le tiene assieme i capelli:fumo-lacca-amore è mia madre. Lo specchio di fondo ci ha riflesse mentendo con dolcezza, il mio sguardo diagonale finto spensierato e il suo sconforto in un sorriso perfetto, una foto opacizzata dagli sputi secchi dei bambini la lordura multistrato.
Squarci fulgidi in banchi di nuvole plumbee, sulle nostre teste aghi di cielo.
Vicine alla stazione della metro abbiamo agirato una sfrigolante pozzanghera, lei ha detto: è bello camminare vicine, sarebbe bello uscire assieme al mattino per andare entrambe a lavorare.
Mia madre sogna per me.
Sottoterra la gente si accalcava sulla linea gialla, l’umido tepore della loro vicinanza ci ha scaldate, il serpente di acciaio sferragliava trasportandoci di stazione in stazione, i finestrini incorniciavano i volti riflessi di studentesse pallide che ci fissavano impassibili.
Abbiamo contato sette fermate e siamo scese alla nona.